Archivio per la categoria ‘ambiente’

Renzo Piano: progettare in maniera sostenibile

Renzo Piano

Nel corso di un’intervista rilasciata di recente a Curzio Maltese per il magazine D – la Repubblica, Renzo Piano ha dichiarato:

[…] Di libertà l’architettura negli anni successivi (al movimento studentesco) ne ha avuto moltissima, perfino troppa. Oggi i problemi sono altri e molto prima della libertà dell’architetto viene la responsabilità. La prima preoccupazione è progettare in maniera sostenibile, nel rispetto dell’ambiente. [..] Il verde, gli alberi, i giardini non sono tocchi decorativi, ma elementi essenziali di una costruzione che si sviluppa in alto per non consumare territorio. Abbiamo trascorso un secolo intero a distruggere terreni agricoli con colate di cemento. Da noi in Italia, dove si è fatto molto peggio che altrove, sono state asfaltate in questo modo intere regioni. È ora di riparare il danno che una malintesa libertà dell’architettura ha creato alla società.

Non potrei essere più d’accordo. Dobbiamo lasciarci alle spalle la cultura, anzi l’incultura, della cementificazione selvaggia.

Marea nera: BP condannata a risarcire 4,5 miliardi di dollari

La notizia è di ieri, ed è di quelle che fanno sperare ancora nella giustizia. BP, il colosso petrolifero britannico resosi colpevole nel 2010 del più grande disastro ambientale degli Stati Uniti, pagherà 4,5 miliardi di dollari, dichiarandosi altresì colpevole di ben 14 reati. Tra questi l’omicidio colposo, per l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, che costò la vita a 11 lavoratori e causò immani danni ambientali ed economici.

Quella tragedia ispirò tra l’altro un mio racconto, Marea di morte, di recente pubblicato on line sul blog magazine Graphomania.

Hi-tech modello natura

Il nuovo numero del settimanale l’Espresso, attualmente in edicola, ospita un ricco articolo di Federico Guerrini sull’affascinante tema della Biomimetica, dal titolo Hi-tech modello natura.

Vi si fa, tra l’altro, ampia menzione del lavoro di ricerca e divulgazione svolto dal Prof. Carlo Santulli, autore del saggio Biomimetica: la lezione della Natura (Ciesse Edizioni). In qualità di curatore dell’opera non posso che ringraziare di cuore l’autore dell’articolo.

Segnalo inoltre l’intervista al prof. Santulli pubblicata oggi sul blog Il Lazzaro.

Ebook gratis: Biomimetica, la lezione della Natura

Un’occasione ghiotta per chi è interessato ai temi della ecosostenibilità, del design ispirato, del riciclo e delle fonti energetiche alternative: l’ebook Biomimetica: la lezione della Natura di Carlo Santulli è in offerta gratuita su Amazon.it.

La scheda dell’opera: Il libro è un saggio dedicato agli importanti temi della biomimetica – cioè l’ispirazione dalla natura – del design, della sostenibilità ambientale e sociale, nonché delle problematiche legate al ciclo produttivo, dalla sua fase iniziale, la progettazione, sino al suo esito finale, spesso poco o nient’affatto sostenibile.

L’opera riserva inoltre particolare attenzione alle tematiche, di stringente attualità, delle fonti energetiche alternative e del riciclo dei prodotti di scarto delle attività produttive e della normale vita quotidiana.
L’approccio è volutamente colloquiale, nell’intento di rendere l’accesso a questi argomenti più accattivante e coinvolgente, pur nel pieno rispetto formale della correttezza terminologica e dell’attendibilità scientifica.

Ecosostenibilità, design e cicli produttivi nel Terzo Millennio

È già disponibile, in ebook multiformato – a breve lo sarà anche nel tradizionale formato cartaceo – il saggio Ecosostenibilità, design e cicli produttivi nel Terzo Millennio del Prof. Carlo Santulli. L’editore è Ciesse Edizioni.

Il libro, curato da Luigi Milani, è dedicato agli importanti temi della biomimetica – cioè l’ispirazione dalla natura – del design, della sostenibilità ambientale e sociale, nonché delle problematiche legate al ciclo produttivo, dalla sua fase iniziale, la progettazione, sino al suo esito finale, spesso poco o nient’affatto sostenibile.

L’opera riserva inoltre particolare attenzione alle tematiche, di stringente attualità, delle fonti energetiche alternative e del riciclo dei prodotti di scarto delle attività produttive e della normale vita quotidiana.

L’approccio è volutamente colloquiale, nell’intento di rendere l’accesso a questi argomenti più accattivante e coinvolgente, pur nel pieno rispetto formale della correttezza terminologica e dell’attendibilità scientifica.

Perchè il “Caso Vendola” deve diventare una questione nazionale

Sinistra Ecologia e Libertà pronta a correre da sola anche nel Lazio
di Luigi Nieri (Sinistra Ecologia e Libertà)
Ci vuole coraggio. Solo se si ha coraggio si può far diventare la vicenda pugliese una questione nazionale della sinistra italiana. In questi mesi abbiamo accumulato paure di vario genere che ci hanno posto in una rischiosa condizione di subalternità al Pd. Due mesi fa dovevamo raccontare a squarciagola all’elettorato democratico e di sinistra che quelli del Pd stavano facendo giochi sporchi per far fuori Nichi Vendola.
Il Pd di Bersani vuole farlo fuori, diciamocelo, perché all’Udc non piace un governatore di sinistra, che si oppone alla privatizzazione dell’acqua, che estende il welfare alle coppie non sposate, che è dichiaratamente omosessuale. Un governatore che ha cacciato il suo vicepresidente dalemiano perché sfiorato dall’inchiesta Tarantini-D’Addario. Oggi siamo in drammatico ritardo, ma ancora in tempo per trasformare la questione barese in questione romana e italiana. Siamo ancora in tempo per un coraggioso sussulto di orgoglio. Nessuno a sinistra ha messo steccati invalicabili all’allargamento dell’alleanza con i centristi di Casini ma è inaccettabile essere sostituiti con l’Udc. Perché è una sostituzione che mira ad annientarci. E’ qualcosa che va oltre “l’autosufficienza e il corro da solo” di Veltroni.
Ci sono alcuni temi che non possono essere azzerati in virtù di alleanze tattiche con forze moderate: la questione energetica e il no al nucleare, la gestione pubblica dei servizi locali e della sanità, il welfare universale a prescindere dall’etnia, il sesso o l’orientamento sessuale.
Per questo far fuori Vendola equivale a far fuori la sinistra intera. Non sarebbe un divorzio consensuale come ne 2008 ma una separazione cruenta nei modi e nei contenuti. Non dovremmo, noi di sinistra, aver paura di urlare al Pd che così facendo perde un pezzo di coalizione. Ugualmente dovremmo essere capaci di spiegare agli elettori progressisti che sono i democratici a costringerci ad andare da soli, non solo a Bari ma in tutta Italia.

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Sostenibilità sociale

sustain

Ricevo e volentieri pubblico un interessante contributo di Carlo Santulli sul tema della sostenibilità, stavolta intesa in senso “sociale”. Nei prossimi mesi è prevista la pubblicazione di un saggio-intervista nel quale si parlerà con il prof. Santulli di ambiente, biomimetica, design, sostenibilità e università.

Sostenibilità sociale

di Carlo Santulli

Recentemente, se andate in certe zone per esempio di Roma, trovate dei cartelli che dicono “Scuolabus a piedi”: si tratta di un’iniziativa dove degli operatori, più frequentemente delle operatrici, qualificate accompagnano i bambini a scuola: quella è solo una fermata, o per meglio dire il (oppure “un”) punto di raduno per questo bus virtuale. Non è soltanto un modo per risparmiare soldi da parte del Comune: è anche un qualcosa che è molto più efficiente (forse addirittura più rapido…) dello scuolabus convenzionale in certe situazioni, per esempio strade in forte pendenza e magari strette, a volte collegate con scalinate o passaggi semi-privati, sensi unici che costringono a giri tortuosi, zone fortemente intensive con brevi distanze “in linea d’aria” tra le abitazioni dei bambini (sto pensando a Monteverde…).

Lo scuolabus a piedi è una delle miriadi di possibili operazioni di sostenibilità sociale: spesso si pensa, sbagliando, che la sostenibilità sia un concetto collegato soltanto con risparmio di materiali ed energia e quindi minore inquinamento; in realtà, la sostenibilità è prima di tutto uno stile di vita: le ricadute positive (città più pulite, polmoni più sani, ecc.) sono la conseguenza di adottare uno stile di questo genere.

Magari sarà banale dirlo, però ci sono delle cose che nella nostra tradizione sono sempre esistite (anche se, duole dirlo, alcune stanno scomparendo) e sono abitudini perfettamente sostenibili: per esempio, passare gli abiti non ancora consunti dai figli maggiori ai minori (oppure al figli dei parenti o degli amici), o anche i giocattoli, oppure prestare e farsi prestare degli attrezzi di ferramenta, invece di comprarli (col risultato di un uso più intensivo), o andare solo se necessario in auto in un certo posto (p.es. sul comune posto di lavoro) e farlo occupando tutti i posti disponibili (quel che si chiama “car sharing”, perché, come sapete, ogni pratica efficiente si dice in inglese…).

Anche l’osteria, nel senso antico del termine, era un modo di ristorazione perfettamente sostenibile: invece di essere pronto a cucinare decine di piatti, l’oste tradizionalmente offriva ciò che aveva cucinato anche per sé e famiglia: questo sussiste ancora per esempio in posti molto isolati, ma difficilmente nelle grandi città. Non sto patrocinando l’abolizione dei ristoranti, soltanto dicendo che offrire sempre e comunque un gran numero di pietanze, senza sapere precisamente quanto serve preparare di ciascuna, porta inevitabilmente a gettare una gran quantità di cibo (anche se ovviamente ogni ristoratore cerca di minimizzare tali sprechi). “Mangia quel che hai nel piatto” è una regola in accordo con la sostenibilità (posso dire che, nella media, quel che ci viene offerto, al ristorante o a casa, è perfettamente mangiabile, in ogni modo abbiamo un gran numero di organi e persone preposte a vigilare che lo sia).

Una pratica sostenibile sono anche gli orti “di massa”, dove si affitta un pezzettino di terreno per uno per una piccola quota, e si piantano di solito verdura e tuberi (c’è chi si spinge anche fino a piccoli alberi da frutto, se permesso), col vantaggio di scambiare le produzioni tra vicini, ove troppo abbondanti (io potrei avere raccolto cinque chili di zucchine ed ambire ad avere un paio di melanzane dal mio vicino d’orto). Si dice tra gli orticoltori alle prime armi che, per non essere delusi, convenga piantare delle patate: le patate non tradiscono mai (poi per i bambini è molto divertente l’estrazione dal terreno, proprio sotto la pianta quasi appassita, dove non ci si aspetterebbe proprio niente…).

Gli esempi possibili sono centinaia, tutti accomunati dal fatto che, oltre che migliorare l’ambiente fisico, si migliora anche quello sociale (l’offerta di un servizio implica sempre una relazione che magari prima non esisteva, il che senz’altro migliora anche la convivenza tra noi): la comunicazione, pur tra screzi e difficoltà, è sempre meglio che l’isolamento. Ne faccio alcuni: bibliotechine con libri messi in comune dal vicinato, spese a turno al supermercato (ovviamente con un’auto ed un viaggio, e non molte auto e molti viaggi), “banche del tempo”, uso collettivo di locali sfitti per laboratori d’arte, “ospitalità” di panni di altre persone del vicinato, dietro un piccolo compenso, nella nostra lavatrice solo mezza piena. Alcune sembrano idee estrose, altre le “digeriamo” meglio, forse. Comunque, le pratiche socialmente sostenibili stanno diventando un qualcosa che vale la pena di conoscere meglio, e presuppone, banalmente, ma in modo essenziale, un grado di appartenenza ad una comunità, sentirsi cioè parte di qualcosa e vincolati da obblighi reciproci di vicinato.

Ci sono libri che ne trattano, meglio ed in modo più ampio di come posso fare io, e ci sono addirittura programmi dell’Unione Europea volti allo sviluppo di queste “sustainable practices”: ci sono siti che danno esempi di come e cosa fare (http://www.sociallysustainable.com) e c’è per esempio il blog di Ezio Manzini, che è un designer come formazione, e crede fortemente, e con ragione, che la sostenibilità sociale si possa progettare, non nel senso di obbligare la gente a far ciò per cui non si sente pronta, ma nel senso di compiere un’operazione come quelle che il design è chiamato a fare: individuare e risolvere problemi pratici della vita di ogni giorno con soluzioni creative e, sì, anche eleganti e funzionali. In certo senso, come Manzini puntualizza, il designer professionale si trova a vivere oggi in una società in cui chiunque progetta, magari non con un processo formale, dal brief al concept all’utilizzo ed alla selezione dei materiali, fino all’ingegnerizzazione ecc., ma nel senso che ha dei problemi pratici di cui cerca la soluzione, spesso da solo, senza aver idea che questa potrebbe essere a portata di mano, se soltanto creassimo una rete efficiente ed affidabile di collaborazioni.

Io vedo anche un altro significato in queste pratiche di sostenibilità sociale, ed è quello di sentirsi veramente parte del cambiamento in meglio della società (in piccolo, ma in concreto); bisogna lasciarsi alle spalle l’epoca della passività, simboleggiata dalla televisione e dai giornali tradizionali, ed imboccare la strada dell’interconnessione e delle reti diffuse: non ne beneficerà solo l’ambiente, ma anche noi stessi.

Motori, manovelle e inerzia mentale

di Carlo Santulli

Una domenica mattina di giugno, davanti a casa: poco traffico, ma due auto ferme col motore acceso, per decine di minuti: aspettavano qualcuno, che tardava, che finalmente è arrivato, ma molto tempo dopo: prima-seconda, e via verso nuove fantastiche avventure.

Non si sosta col motore acceso (in divieto di fermata, poi…), i regolamenti comunali lo vietano ormai da qualche anno: non è soltanto una questione di buona educazione, si innalza anche inutilmente il livello delle emissioni nell’aria, si spreca carburante (anche se con mia moglie ad un certo punto speravamo che finissero la benzina). Scendere e dirglielo? Può essere un’idea, in fondo abitiamo al primo piano, perché no? In altre occasioni, l’abbiamo anche fatto, dato che abitiamo sulla circonvallazione, e non è la prima volta che ci capita.

Ma sappiamo per esperienza che le persone al volante spesso ti guardano come fossi matto, avessi chiesto qualcosa di offensivo, o semplicemente giurano e spergiurano che ripartiranno (a seconda del livello di aggressività, suppongo) e spesso non lo fanno: episodi così sono, ancora, all’ordine del giorno. Pochi, pochissimi, vi assicuro, spengono il motore. Quindi è necessario, credo, un ulteriore livello di approfondimento: perché non lo fanno?

Sono arrivato alla conclusione che è un problema atavico: quando le auto, fino a circa il 1925 o poco dopo, funzionavano a manovella, se il motore si spegneva, bisognava scendere, magari sotto la neve (vabbé che lo faceva lo chauffeur, che non a caso significa non quello che guida, ma quello che scalda: va da sé, il motore). L’accensione a manovella veniva fornita da produttori, come la Citroën per la sua 2CV, anche molto più in là, fino a circa gli anni ’60, credo, ma insomma col tempo le auto hanno assunto un sistema di accensione più affidabile e, se l’avvolgimento della bobina è correttamente in tensione, la batteria non è scarica, ecc., grazie al Cielo, anche se il motore si spegne, si riaccende subito (poi, diciamocelo, siamo a giugno e non fa certamente freddo).

Tuttavia, pensandoci bene, il problema non è limitato alle auto lasciate inutilmente a motore acceso: c’è francamente qualcosa di più profondo, ed è la nostra inerzia mentale. E’ di questi giorni la notizia che il nostro Governo ha chiesto un altro anno di proroga prima di mettere fuori mercato le buste di plastica non biodegradabile (in pratica di polietilene), a favore dei sacchetti biodegradabili a base di amido e/o delle borse pluriuso in fibra naturale (ne ho a casa un paio in tela di canapa che aspettano solo di servire alla nostra spesa).

Ecco, e finché non ci sarà la coercizione, cioè le buste di plastica come le conosciamo spariranno, ben pochi si muoveranno: per inerzia mentale, appunto. Non sono solito essere pessimista, ma credo tale comportamento faccia parte della natura umana, ci sono tante cose che si fanno ancora (e anzi sembra “strano” fare altrimenti), ma nessuno ricorda più perché, quello dell’auto a motore sempre acceso per via dell’eredità dell’ignizione a manovella è solo un esempio, ma mi fa pensare che l’unico modo per far cessare queste curiose usanze locali sia la costante presenza di un vigile con un simpatico blocchetto in mano.

2009 anno delle fibre naturali

di Carlo Santulli (professore associato a contratto presso la facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza di Roma, scrittore, critico e capo recensore della rivista letteraria Progetto Babele: il suo ultimo libro di narrativa, Ghigo e gli altri, verrà presentato venerdì 10 aprile a Roma, alle 19, alla Libreria Rinascita Ostiense)

campo fiorito

Il 2009 (chi lo sa?) è l’anno delle fibre naturali, come da deliberazione della FAO. Le fibre naturali hanno una storia antichissima, anche se oggi per molte applicazioni sono state sostituite dalle fibre sintetiche e dalle materie plastiche, con le conseguenze ambientali che noi tutti vediamo.

Sono estratte dalle piante, per essere esatti da diverse loro parti: ci possono essere fibre estratte dallo stelo, come il lino o la canapa; dalla foglia, come nel caso dell’agave, per esempio la sisal; o dal frutto, come il cocco; oppure anche dal seme, come nel caso del cotone.

Dalle fibre naturali non si fanno soltanto abiti e tessuti, ma stuoie, bambole, reti, funi e, perché no?, materiali, nei quali esse possono, a certe condizioni sostituire le fibre di vetro, specialmente in un momento in cui si cominciano ad usare resine biodegradabili, sapete quelle a base di amido, in modo tale che il materiale finale sia il più possibile “amico” per la natura, anche e soprattutto quando bisognerà smetterne l’uso (perché anche i materiali naturalmente invecchiano, e muoiono, a volte risuscitando, se siamo stati bravi nel progettarli, in qualche altra forma).
L’interesse delle fibre naturali è ambientale, ma hanno anche interesse per lo sviluppo dei paesi produttori, che si trovano, guarda caso, prevalentemente in quello che un tempo veniva detto “terzo mondo”. Oggi non lo si chiama più così, ma continua ad esserci, anzi certi problemi di sottosviluppo continuano ad aggravarsi.

Tutto questo potrebbe funzionare, ad alcune condizioni: che si riesca a limitare il trattamento chimico delle fibre naturali, e quindi a migliorarne le proprietà, utilizzandole il più possibile come la natura ce le fornisce, e che il beneficio del loro utilizzo vada alla generalità delle persone nei paesi in via di sviluppo, e non soltanto a qualche multinazionale.

Insomma, ce n’è abbastanza per giustificare l’interesse della FAO, e di noi tutti. In Italia, come fibre naturali abbiamo lino e canapa, principalmente, ma ce ne sono altre che vengono coltivate localmente, come la ramié, o altre ancora che, pur non venendo dal nostro paese, hanno una lunga storia di utilizzo e di manifattura di prodotti, come la juta, che è di origine indiana, o la raffia, che viene originariamente dal Madagascar.

Bene, spero di avervi fatto venire un po’ di entusiasmo per questa tematica: ho creato anche un personaggio, il signor Triplaerre, che, quando ho tempo, accompagno nelle scuole elementari a parlare di fibre naturali ai bambini ed agli insegnanti. Se vi interessa, contattatelo: gli farà piacere.

Le conseguenze ambientali del decreto Berlusconi

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Ricevo e volentieri pubblico:

Il decreto che il Cdm si appresta a votare in materia di edilizia rappresenta lo scardinamento del sistema ambientale, urbanistico del nostro territorio che avrà conseguenze gravissime e irreversibili sull’equilibrio complessivo delle risorse naturali del  paese con danni  economici e sociali. Cercheremo di spiegare perchè questo decreto è un atto di pirateria ambientale: i dati Istat elaborati dal CRESME indicano in 9 milioni e mezzo gli edifici potenzialmente interessati dagli interventi previsti dal decreto che il governo si accinge ad  Sono essenzialmente le villette e le abitazioni uni e bifamiliari, che hanno una superficie media di 260 metri quadri. Un ampliamento del 20% comporterebbe secondo il CRESME una crescita della superficie abitabile di 490 milioni di metri quadrati. Con un costo di realizzazione di poco superiore ai mille euro al metro quadro, e stimando prudenzialmente che solo uno ogni dieci proprietari sfrutti l’occasione. Cosa succederà?
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