Dibattito mai sopito, quello che verte sul ruolo e la figura dello scrittore nell’era moderna. A seguire il punto di vista di Don De Lillo, a mio avviso il più grande scrittore contemporaneo.
Ed è un parere che non posso che condividere, si parva licet.
Si dice che il giornalismo sia la prima bozza della storia e che la fiction sia la sua versione definitiva, poiché lo scrittore è colui che possiede gli strumenti per esaminare la vita intima di chi è al centro degli avvenimenti. Per questo la sua versione dei fatti sarà sempre più completa di qualsiasi ricostruzione storica. Così il romanzo diviene lo strumento migliore per indagare su come ogni individuo sia condizionato da ciò che lui chiama “energie storiche”.
(da un’intervista apparsa su l’Unità, 1 giugno 2011)
Vent’anni fa, il 24 novembre 1991, moriva a Londra Freddie Mercury. Ricordo bene l’annuncio, dato con disprezzo e quasi compiacimento dal TG1 delle 13.30. In quel servizio si attaccò pesantemente il grande artista, stigmatizzando i suoi presunti eccessi personali e soprattutto la sua sfera sessuale.
Oltre allo shock della notizia – solo pochi giorni prima era trapelata la notizia della malattia di Freddie – si aggiungeva il fastidio per quella che fu una pagina tra le peggiori del giornalismo televisivo. Certo, i (ne)fasti del Tg1 di oggi erano ancora di là da venire, ma già in quell’occasione, come ebbe a commentare Aldo Falivena, non si fece giornalismo.
A distanza di anni però, polemiche a parte – che in fondo hanno spesso segnato la vita di Freddie Mercury – rimane il segno indelebile lasciato da questo grande artista nella storia del Rock.
Vi segnalo l’uscita di un saggio – direttamente in ebook, scelta quanto mai appropriata a mio avviso, data la natura del testo – dedicato all’hacker più famoso del mondo, quel Julian Assange che occupa le pagine dei giornali e dei siti Web di tutto il mondo.
Il saggio, scritto da Chiara Perseghin, blogger e recensitrice letteraria, è particolarmente interessante, perchènon si tratta dell’ennesima biografia del più celebre hacker del mondo – ve ne sono fin troppe – ma cerca invece di fornire una chiave di lettura per cercare di comprendere meglio il “fenomeno Assange”: non è esagerato affermare che, dopo l’avvento di WikiLeaks, i Governi e le Diplomazie di mezzo mondo abbiano dovuto gettare la maschera, rivelando segreti inconfessabili e condotte a dir poco non sempre cristalline.
Il saggio, attraverso una trattazione agile, un linguaggio non paludato e una scansione in capitoli rapida, descrive Julian Assange back from the roots, scandagliando il suo passato e anche i suoi trascorsi familiari.
Dai primi successi – ma forse dovremmo chiamarli più correttamente incursioni – in campo telematico alle ultime vicissitudini – l’arresto per stupro, la richiesta di estradizione in Svezia – il saggio mostra con buona accuratezza e dovizia di particolari luci e ombre di un personaggio sfuggente, geniale ma anche contraddittorio e, diciamocelo, anche ambiguo.
L’opera fornisce inoltre una ricca panoramica delle reazioni e delle conseguenze scatenate dal ciclone WikiLeaks, dal momento in cui hanno cominciato a circolare le prime rivelazioni fino ai più recenti sviluppi. Il lavoro di ricostruzione è stato imponente, questo lo si capisce da subito.
Il libro, pubblicato in eBook, è disponibile presso la libreria online UltimaBooks di Semplicissimus e presto sarà reperibile nei principali negozi online.
I partecipanti alla protesta Occupy Wall Street sono stati demonizzati, di più, derisi, dai Signori di Wall Street. Non potrebbe essere diversamente: questi ultimi, strenui difensori ed essi stessi rappresentanti della parte più ricca e privilegiata d’America, si sentono minacciati.
Eppure speriamo che la protesta si estenda, fino a mostrare l’insostenibilità delle posizioni dei Repubblicani, che si ostinano a rigettare qualunque ipotesi di riduzione dei loro privilegi fiscali.
Paul Krugman sul N.Y.T. analizza la situazione con la consueta lucidità:
What’s going on here? The answer, surely, is that Wall Street’s Masters of the Universe realize, deep down, how morally indefensible their position is. They’re not John Galt; they’re not even Steve Jobs. They’re people who got rich by peddling complex financial schemes that, far from delivering clear benefits to the American people, helped push us into a crisis whose aftereffects continue to blight the lives of tens of millions of their fellow citizens.
Per concludere:
So who’s really being un-American here? Not the protesters, who are simply trying to get their voices heard. No, the real extremists here are America’s oligarchs, who want to suppress any criticism of the sources of their wealth.
La notizia del giorno è l’apertura di un’inchiesta, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, nei confronti dell’agenzia di rating Standard & Poor’s.
Benchè il Dipartimento affermi che la decisione di aprire l’inchiesta sia antecedente agli avvenimenti delle ultime settimane, non manca chi accusa apertamente il Governo USA di ritorsione ai danni dell’agenzia che ha operato il fatale downgrading della governance economica, e più in generale dello stato dell’economia, USA.
Al riguardo, mi pare interessante registrare la mancata analisi, da parte di molti esperti opinionisti di casa nostra, delle responsabilità e delle motivazioni, a mio avviso ben poco trasparenti, che hanno condotto Standard & Poor’s a declassare il rating americano. Oltretutto, è bene ricordare che le stesse agenzie di rating hanno già avuto pesanti responsabilità nel concorrere alla precedente, grave, debacle del 2008, come nello scandalo Enron e nell’erronea valutazione dei cosiddetti mutui sub-prime.
Ricevo e volentieri pubblico una riflessione di Carlo Ruta sull’intervento in Libia. L’autore ha di recente pubblicato il saggio Guerre solo ingiuste (Mimesis edizioni).
Guerra in Libia. Quali costi e conseguenze? I motivi possibili di un attacco, presentato ancora una volta come umanitario, che minaccia di tradursi in un disastro di lungo periodo, alle porte di una Europa che rischia di pagare un conto elevatissimo.
di Carlo Ruta
In Libia è partita una guerra, che i governi dell’Occidente e gran parte dei mezzi d’informazione presentano ancora una volta come umanitaria. Di cosa si tratta realmente? Per comprendere quanto sia credibile tale motivo, è utile partire da un paio di dati storici recenti. Israele alcuni anni fa ha pianificato e attuato in Palestina una operazione che ha denominato con coerenza «piombo fuso». L’esito è stato di qualche migliaio di morti, quasi tutti civili. Ma nessuno ha minacciato una guerra «umanitaria». Nessuno si è guardato bene dal metterla in opera, come nessuno si era esposto a tanto già nella precedente operazione «Pace in Galilea», dagli esiti analoghi. Altro caso istruttivo è quello dello sterminio delle popolazioni cecene pianificato e attuato da circa venti anni dai governi della Russia, prima con Eltsin poi con Putin. Si tratta per certi versi di una guerra infinita, che ha provocato centinaia di migliaia di morti, in massima parte civili. Fino ad oggi nessuno Stato ha invocato però l’avvio di guerre «umanitarie». Nella Libia di Gheddafi tale tipo di azione, in difesa dei diritti delle popolazioni, è stata invece voluta risolutamente dalle nazioni forti dell’Occidente, su input degli Stati Uniti e con la convalida del consiglio di sicurezza dell’ONU. A quali costi, in termini di vite umane?
Nei giorni scorsi i notiziari televisivi di casa nostra hanno dato grande risalto alla notizia dell’acquisizione milionaria – costata la bellezza di 315 milioni di dollari – da parte del gruppo America OnLine del sito Huffington Post, creato solo quattro anni fa da Arianna Huffington.
Si è esaltato in particolare l’aspetto individuale dell’impresa, di indubbio successo, compiuta da “Arianna la Rossa”, oggi una delle opinion maker di maggio peso sulla scena americana. Non è mancato chi ha abbinato immagini tratti da vecchi film dedicati alle mitiche imprese dei primi pionieri del West a quelle, più patinate e “borghesi” della Huffington.
Soprattutto, si è posto in gran risalto l’aspetto coraggioso, quasi eroico dell’operazione da “selfmade woman”, che, dopo aver aperto nel 2006 un sito di notizie, commenti ecc…, sarebbe poi magicamente approdata alla ricca corte del gigante malato Aol. Sembra si dimentichi però che la signora in questione varò il sito con il “modesto” contributo iniziale di un milione di dollari.
Corollario divertente dell’attuale vicenda, la notizia che molti dei collaboratori, rigorosamente a titolo gratuito, starebbero ora reclamando la spartizione di parte della ricca torta che si accinge ad addentare la rampante – e indubbiamente abile – signora Huffington.
Continuano le critiche, più o meno velate, all’intervento di Saviano. Se l’altro giorno è stato un giornalista di Libero a muoverle – Filippo Facci – stavolta è il turno di Marco Travaglio, dal suo blog:
Non c’era bisogno di scomodare lui per dire che Falcone era un uomo giusto e per questo fu vilipeso in vita e beatificato post mortem: tutte cose ampiamente risapute. Da Saviano ci si attende che parli dei vivi, non dei morti già santificati: cioè di quei personaggi (magistrati, ma non solo) che oggi rappresentano una pietra d’inciampo per il regime e proprio per questo, come Falcone, vengono boicottati, screditati e infangati appena osano sfiorare certi santuari.
Ma Travaglio ne ha anche per Nichi Vendola:
Da quel presepe, in cui è appena entrata la statuina di un Vendola sempre più imparruccato, devono sparire le figure controverse, scapigliate, borderline.
Filippo Facci fa le pulci al monologo tenuto da Saviano l’altra sera a Vieni via con me, il programma scritto e condotto in coppia con Fabio Fazio su Rai Tre. Argomento, la cosiddetta macchina del fango – ricordate? quella messa in moto l’anno scorso da Vittorio Feltri sul Giornale ai danni dell’allora direttore di Avvenire Dino Boffo, oppure l’altra, tuttora in corso, scatenata contro Fini e il famigerato appartamento in quel di Montecarlo – e Falcone.
Facci osserva, in conclusione della sua lunga puntualizzazione:
Roberto, non potevi citare tutto e tutti, lo so. La tv è maledetta, il tempo è sempre poco: e pensa che tu ne hai avuto come nessuno. Il problema è che altri nomi, altri personaggi, altre testate, altri presunti e più recenti macchinatori del fango, tu li hai invece pronunciati o fatti intuire con furba chiarezza. Un filo troppa, secondo me.
Inutile dire che l’articolo di F.F. ha scatenato polemiche accesissime.