Analfabetismo emotivo

27/05/2009

funny games - Copia

Scrive Umberto Galimberti su Repubblica delle Donne:

Ci lamentiamo spesso dell’indisciplina dei nostri ragazzi, della loro tracotanza, fino alle manifestazioni di bullismo, che, quando non sono bravate, determinano anche episodi tragici. Alla base c’è una mancata crescita emotiva, che ha reso il sentimento di questi ragazzi atrofico, inespressivo, non reattivo, per cui gli eventi passano accanto a loro senza una vera partecipazione, senza un’adeguata risposta di sentimento a quanto intorno accade. Finché la noia, che come un macigno comprime la vita emotiva, invade questi adolescenti impedendo loro di entrare in sintonia col mondo, oppure portandoli a gesti che impressionano, più che per la loro crudeltà, perché messi in atto “senza movente”. Lungo il percorso della loro vita questi ragazzi non hanno avuto occasione di mettere in contatto il cuore con la mente, la mente con il comportamento, e il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del mondo incidono nel loro cuore. Queste connessioni non si sono costituite, e perciò nascono biografie capaci di gesti tra loro a tal punto slegati da non essere percepiti neppure come propri. È fallita l’educazione emotiva, e quindi la formazione del cuore come organo che, prima di ragionare, ci fa “sentire” che cosa è giusto e che cosa non è giusto, chi sono io e che ci faccio al mondo. E allora, come lei giustamente sollecita, la scuola non può esimersi dall’insegnare oltre alla matematica e alla lingua, anche la conoscenza di sé e le capacità interpersonali essenziali, che hanno la loro matrice in quei centri emozionali del cervello che, non coltivati, non consentono di instaurare relazioni con i propri simili di cui non si percepisce minimamente il mondo interiore. Ce ne dà conferma lo psicologo Daniel Goleman dell’Università di Harvard che in proposito scrive: “Siccome l’educazione delle emozioni ci porta a quell’empatia che è la capacità di leggere le emozioni degli altri, e siccome senza percezione delle esigenze e della disperazione altrui, non può esserci preoccupazione per gli altri, la radice dell’altruismo sta nell’empatia, che si raggiunge con quell’educazione emotiva che consente a ciascuno di conseguire quegli atteggiamenti morali dei quali i nostri tempi hanno grande bisogno: l’autocontrollo e la compassione!”. Se queste, indicate da Goleman, sono le mete da perseguire per consentire ai ragazzi di pervenire, oltre a un controllo delle proprie emozioni e dei propri gesti, a una comprensione di sé e dell’altro, ricorrere ai cinque in condotta o alle sospensioni sempre più severe, come si propone e da più parti si invoca, significa non aver capito dove sta davvero il problema, con conseguente ricorso alla punizione che sta sempre al posto di un’educazione mancata.


L’insufficienza della parola

08/12/2008

Scrive Umberto Galimberti su D La Repubblica delle Donne

Se per la densità, la tortuosità, la sinuosità, l’ineffabilità del nostro sentimento trovassimo la parola giusta, questa lo racchiuderebbe come una lapide sigilla una tomba. È infatti nella natura del sentimento non lasciarsi esaurire dalle parole che lo nominano e, grazie all’insufficienza espressiva delle parole, il sentimento può lasciar trasparire quello che è suo proprio: l’inesprimibile. Il sentimento, infatti, vive proprio nel non riuscire mai a dirsi completamente, quindi nel suo custodirsi come riserva sorgiva di un’ulteriorità di significazioni, esattamente come la parola poetica che non nomina mai “questo” o “quello”, se non per alludere a un’eccedenza di senso a cui nessuna parola propriamente corrisponde. Per questo ogni parola dettata dal sentimento è orlata dal silenzio, dove risuona tutto il senso che la parola enunciata non riesce a dire. Ma chi vive il silenzio come una riserva di senso? Chi va alla ricerca del suo risuonare? Chi si pone sulla soglia del non-detto, che non è il taciuto, ma ciò che nessuna parola riesce propriamente a dire? Nessuno. Perché la nostra cultura, che è una cultura dell’inflazione delle parole, ama l’esplicitazione totale, l’enunciazione chiara, la significazione definita, e, temendo tutto ciò che sfugge al controllo, guarda con sospetto ciò che si sottrae alla verbalizzazione, come per esempio l’insondabilità del silenzio, l’impenetrabilità del segreto, e in generale tutti quei recessi dove la profondità del senso non si espone, non si esplicita, ma si custodisce. L’insufficienza del linguaggio non è semplice povertà linguistica, ma segno che l’orizzonte del sentimento è molto più ampio dell’orizzonte della parola. E proprio là dove la parola manca, siamo nelle prossimità di un evento sentimentale non ancora usurato dal linguaggio o non ancora raggiunto nella sua abissalità. Ma chi ama gli abissi del sentimento che non si lasciano esprimere nei modi di dire? Chi, senza terrore, sa porsi in ascolto di ciò che non giunge alla parola e, proprio perché non si lascia codificare dal linguaggio abituale, è l’assolutamente nuovo che turba la quiete? Noi, che diciamo di amare le novità, in realtà ci teniamo assolutamente lontani dall’insolito, dall’inusuale, dall’imprevisto, che sono i tratti con cui il nuovo si annuncia e, nel suo annunciarsi, inquieta. E allora bisogna essere forti per abitare i bordi del linguaggio, le sue insufficienze, le sue inesprimibilità che sono costitutive del sentimento, come ci ricorda Platone là dove scrive: “Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l’uno dall’altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. È allora evidente che l’anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e per ciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio.


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