Abbiamo finalmente, dopo decenni di provvedimenti più o meno conservativi, una riforma universitaria. Mi sono chiesto a lungo se debba esserne contento o no, e, al di là dei miei sentimenti personali, se funzionerà o meno per dotarci di un sistema più efficiente e meritocratico.
Non ho una risposta pronta, altrimenti sarei un politico o un conduttore televisivo: tuttavia, cerco di riflettere. Ci sono alcuni aspetti della riforma che reputo interessanti, e cerco di elencarli qui sotto:
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Archivio per la categoria ‘scuola’
6 ago
4 aspetti interessanti della riforma universitaria
14 mag
Siamo tutti manager (anche i ministri…)
Conosco molte persone che hanno la passione per le ferrovie. Perché ce l’ho anch’io, e, tempo e vita permettendo, è bello a volte frequentare le persone che condividono qualcosa con noi.
Alle volte però mi stupisco, perché sempre più spesso, li sento ragionare come dei manager. Sapete, i manager, quelli che…“le cose si potrebbero fare, però non ci sono i soldi, e poi non conviene”.
Sul lavoro, capisco che possa essere necessario pensare in questo modo: nel tempo libero, ed anche in passatempi come questa cosa strana e un po’ bizzarra delle ferrovie (strana e bizzarra per i non-adepti, ovviamente), mi sembra curioso, interessante. E’ come se ci piacesse molto una ragazza che sappiamo da segni certi ricambia il nostro sentimento e, non avendo niente di particolare da fare, decidessimo, senza nessuna costrizione esterna, cioè liberamente, di starcene chiusi in casa, da soli e un po’ tristi.
Faccio un esempio pratico: io, se fossi ministro dei trasporti, farei ricostruire anche il tram di Ferentillo, prolungandolo fino a Visso, facendolo incrociare a Sant’Anatolia con la rediviva linea Spoleto-Norcia, di cui discuterei se fargli valicare l’Appennino, incontrando ad Ascoli Piceno la linea che sale da San Benedetto del Tronto. (È evidente che non avrò mai tale carica).
Certo, poi ci sarebbe qualche manager che mi accuserebbe di sprecare soldi, perché la Valnerina è stretta e non esageratamente popolata, poi anche gli ambientalisti sarebbero contro di me (mentre se avessi costruito un’autostrada, non troverebbero nulla da eccepire: mi arrogo il diritto a tre cattiverie, e questa è la prima), e figuriamoci gli automobilisti, i sindaci, eccetera.
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26 nov
Rientro dei cervelli
18 set
Economie scolastiche
Qualche tempo fa parlavo del libro di Paolo Mazzocchini, “Studenti nel paese dei balocchi”, che mostrava efficacemente lo sgomento e la preoccupazione di un insegnante in una scuola dove la formazione conta sempre meno, mentre la burocrazia e le scartoffie sempre di più, in breve la “scuola del POF”, quel Piano dell’Offerta Formativa, che stabilisce, come ha scritto qualcuno in vena di freddure, quel che “poffiamo” fare in ambito scolastico, cioè (più seriamente) tutto ciò che la scuola offre all’utente, cioè all’alunno (al proposito non è sbagliato quanto dice l’autore, che mutare uno che deve imparare in uno che deve usufruire di un servizio, ne cambia profondamente la natura, sicché l’apprendimento viene declassato a caratteristica accessoria: ancora una volta, le parole sono importanti).
Avevo espresso perplessità su alcuni aspetti specifici della trattazione, ritenendo che la modernizzazione della scuola sia un’esigenza ineludibile e che sicuramente, specie in ambito tecnico-scientifico, i programmi vadano aggiornati e resi più compatibili con la realtà lavorativa di oggi: tuttavia non mi sfuggiva la serietà di approccio di Mazzocchini, che è un insegnante che vuole formare convenientemente i giovani ed in modo solido e non di facciata. Se queste sono le basi, mi dicevo, il “tiro”, per così dire, si aggiusta con relativa facilità. In tutto ciò, stavamo ancora parlando della scuola del ministro Fioroni: mi chiedevo come l’autore avesse vissuto il passaggio alla scuola di Mariastella Gelmini, sospettavo di conoscere la risposta ed offrivo in anticipo un abbraccio solidale.
L’autore molto gentilmente mi ha inviato alcuni suoi scritti, a cominciare dalla seconda edizione di “Studenti nel paese dei balocchi”, accresciuta di una lettera ai genitori proprio centrata sulla scuola attuale e sulla riforma in via d’esecuzione, per proseguire con “La scuola del P(l)of”, dizionario satirico dell’istruzione superiore italiana (come da sottotitolo), spesso icastico quasi di un furore fescennino e dedicato sarcasticamente a quei superiori che si prodigano affinché il lavoro dell’insegnante si possa svolgere nelle “peggiori condizioni possibili”. Mazzocchini è anche, oltre ad essere docente di lettere nelle scuole superiori e studioso di filologia classica, uno scrittore non banale, come dimostrato dalla raccolta di racconti uscita per Prospettiva nel 2007, “L’anello che non tiene”.
Sono una persona abbastanza aliena dall’invettiva, e non sarei forse capace, né probabilmente il mio stile vi si adatta, a scrivere un pamphlet piuttosto icastico, anzi due, quindi cerco di capire quale sia il comune denominatore del pensiero di Mazzocchini. Tante cose non le so, per esempio come e quanto si copi all’esame di maturità, tanto meno so se davvero gli insegnanti chiamati ad aggiornarsi non lo facciano, né sono sempre sicuro che il debito non si recuperi (amici insegnanti mi assicurano che ora lo si fa), però il grande male d’Italia, al di là di tutte le sfaccettature, è lo scollamento tra la teoria e la prassi che Mazzocchini evidenzia quasi ad ogni pagina: c’è la scuola teorica come risulta al ministero e c’è quella reale che popola i nostri giorni di alunni, genitori, insegnanti, ecc. La nostra scuola teorica credo sia la migliore del mondo: i POF, alcuni dei quali ho letto e conosco, sono un concentrato di concetti ed intenzioni nobili ed alte. La pratica non è esattamente così: questo accadeva anche quando studiavo io, ma adesso la differenza mi sembra maggiore (forse perché gli obiettivi sono assai più ambiziosi e i mezzi ancora più scarsi).
La scuola teorica, come il gas ideale, l’Araba Fenice, la ferrovia Passo Corese-Rieti, è un’idea bellissima e fascinosa: peccato soltanto che non esista, e nessuno sa se quest’obiettiva situazione cambierà in tempi compatibili con l’esistenza umana (perché, per quanto sempre più tecnologici, non siamo eterni ahinoi). A differenza delle altre chimere citate qui sopra, la scuola teorica ha tuttora dei ferventi apostoli che sono pronti a giurare che ci sia davvero, apostoli che sono collocati in modo equanime a destra e a sinistra e specialmente nei sindacati. E’ la stessa filosofia che fa ritenere che, spariti i bigliettai, tutti pagheremo diligentemente quanto dovuto, e che una stazione senza vigilanza (e senza quindi nessun tipo di sanzione applicata ai contravventori) rimanga intonsa e perfetta, magari pure pulita (nel senso che non si sporchi, non che sia previsto che qualcuno adempia a questo compito, perché bisognerebbe pagarlo, e noi vogliamo risparmiare).
Il POF è, da quel che capisco, lo specchio di questa ferma convinzione (che sarebbe commovente, se non fosse purtroppo indicativa di quel che noi italiani amiamo di più, e che Beppe Severgnini ha giustamente messo come titolo di un suo libro, la “bella figura”).
Tuttavia, è facile, e probabilmente semplicistico, dire che questo scollamento dipende dal nostro carattere nazionale: i caratteri nazionali si modificano, il caffè espresso come lo conosciamo è apparso circa nel 1930, eppure sembra che esista da mille anni, tanto è simbolico di un certo nostro modo di vivere. La verità è che siamo (in apparenza) colti da un’accidia monumentale nel ritenere che deve essere sempre così (per inciso: è inutile essere progressisti se si pensa che tanto non cambierà mai niente, caratteristica che mi sembra un altro dei paradossi italiani): in realtà, no, non è obbligatorio che sia sempre così, è che a molti, troppi, conviene ancora, almeno in apparenza che sia così.
31 ago
Meritocrazia
Una società non per pochi, quindi dove ci sia una reale uguaglianza di opportunità per tutti, è basata su qualcosa che, semplificando molto, definiamo come meritocrazia. Semplificando, perché un’impostazione meritocratica significa fondamentalmente cercare di scegliere il meglio in ogni situazione, allo scopo di ottenere il maggior beneficio possibile per la società.
Non è un compito facile, ma una prima e fondamentale differenza risiede nel fatto che si cerchi di valutare le prestazioni lavorative e professionali allo scopo di esprimere confronti, formulare classifiche di merito, assegnare punteggi ad un certo compito svolto in un certo modo, oppure no.
Dopo questo primo ed irrinunciabile passo, cioè aver stabilito che una valutazione è cosa buona e giusta, occorre formulare dei criteri oggettivi e cercare di seguirli in modo serio e senza né eccezioni né derive autoritarie. Purtroppo, sembra che recentemente in Italia sia invalsa la tendenza di considerare la valutazione come un qualcosa di estremamente semplice, che soltanto l’influenza della Casta impedisce di effettuare. Le mie principali impressioni sono fondamentalmente due: la prima, che si facciano ancora pochissimi tentativi di valutazione dell’efficienza del personale anche in casi dove sarebbe relativamente semplice farlo (un mio amico recentemente mi ha spedito un pacco che mi è arrivato dopo un mese, essendo rimasto dietro la porta dell’ufficio postale per quattro settimane, senza partire: in casi come questo l’accertamento delle responsabilità non dovrebbe essere difficile), la seconda è che manchiamo di tutto quel che ci serve alla valutazione, a cominciare dai criteri per farlo, e questo blocca un po’ tutto: o meglio dei criteri, per esempio per il numero minimo di pubblicazioni per le varie fasce di docenti universitari, sono stati stabiliti, ma spesso l’asticella è posta talmente in basso che praticamente tutti la superano.
Ma è necessario partire, in qualche modo.
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10 nov
Cacciari: la cultura non è in crisi, ma servono riforme e mezzi
Massimo Cacciari, intervistato dal Giornale:
Io sono uno che non ama i discorsi generici e la parola cultura usata così definisce poco… Ma senta, non mi sembra sia il caso di farsi complessi, di essere vittime di estrofilie d’accatto. La situazione cambia da settore a settore. Noi abbiamo un ritardo grave sul versante tecnico-scientifico. Quello su cui si parla sempre di fuga dei cervelli. Lì il problema è che siamo in un Paese a capitalismo debole, le aziende non hanno la forza di investire nella ricerca e i fondi statali sono quello che sono. Lì sì sarebbe necessaria una razionalizzazione e mi sembra che se ne parli e se ne discuta. Per quanto riguarda il settore umanistico, invece, abbiamo eccellenze assolute, non dobbiamo avere invidia di nessuno. Abbiamo dei grandissimi umanisti, questo tipo di studi funzionano perché necessitano di molti meno fondi. Pensi soltanto a Canfora, tra gli antichisti.




