Kiss more, tweet less

20/07/2010

Bob Herbert sul N.Y.T. si mostra molto critico sulla dilagante tendenza al multitasking umano e sulla “iper connettività”.
Non potrei essere più d’accordo.

We need to reduce the speed limits of our lives. We need to savor the trip. Leave the cellphone at home every once in awhile. Try kissing more and tweeting less. And stop talking so much.

Listen.

Other people have something to say, too. And when they don’t, that glorious silence that you hear will have more to say to you than you ever imagined. That is when you will begin to hear your song. That’s when your best thoughts take hold, and you become really you.


Il senso dell’uomo sulla Terra

21/06/2009

La Terra vista dallo spazio (fonte: Nasa)

Scrive Umberto Galimberti su D la Repubblica delle Donne

Tutti conoscono quella frase orgogliosa di Pascal (Pensiero 264): “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura, ma è una canna pensante. E anche quando l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal momento che egli sa di morire, mentre l’universo non sa nulla”. Nessuno, invece, si prende mai cura di ricordare quell’altra considerazione abbastanza angosciata sempre di Pascal (Pensiero 205): “Gettato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro, e che non mi conoscono, provo spavento”. È lo spavento, in una visione cosmica, dell’insignificanza dell’uomo sulla Terra, a cui Platone in parte allude nella frase che abbiamo citato in apertura e su cui torna Nietzsche in Verità e menzogna in senso extramorale: “In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della storia del mondo: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire. Qualcuno potrebbe inventare una favola di questo genere, ma non riuscirebbe tuttavia a illustrare sufficientemente quanto misero, spettrale, fugace, privo di scopo e arbitrario sia il comportamento dell’intelletto umano entro la natura. Vi furono eternità in cui esso non esisteva; quando per lui tutto sarà nuovamente finito, non sarà avvenuto nulla di notevole. Per quell’intelletto, difatti, non esiste una missione ulteriore che conduca al di là della vita umana. Esso piuttosto è umano, e soltanto chi lo possiede e lo produce può considerarlo tanto pateticamente, come se i cardini del mondo ruotassero su di lui”. Se, non dico in ogni ora del giorno, ma almeno talvolta adottassimo questo punto di vista che relativizza il significato e l’importanza della vicenda umana nell’economia dell’universo, forse tanta violenza, tanta ansia di potere, tanta sopraffazione, che da sempre caratterizzano la storia dell’uomo, non penso che sparirebbero, ma certamente troverebbero una loro misura, e soprattutto si scoprirebbe forse l’amore, che è poi l’unica cosa che giustifica l’esistenza umana nel breve attimo in cui le è dato di vivere. Questo pensiero ci sfiora in occasione della morte di quelle persone, a noi vicine, che davano senso alla nostra vita. Custodiamo questo pensiero.


Analfabetismo emotivo

27/05/2009

funny games - Copia

Scrive Umberto Galimberti su Repubblica delle Donne:

Ci lamentiamo spesso dell’indisciplina dei nostri ragazzi, della loro tracotanza, fino alle manifestazioni di bullismo, che, quando non sono bravate, determinano anche episodi tragici. Alla base c’è una mancata crescita emotiva, che ha reso il sentimento di questi ragazzi atrofico, inespressivo, non reattivo, per cui gli eventi passano accanto a loro senza una vera partecipazione, senza un’adeguata risposta di sentimento a quanto intorno accade. Finché la noia, che come un macigno comprime la vita emotiva, invade questi adolescenti impedendo loro di entrare in sintonia col mondo, oppure portandoli a gesti che impressionano, più che per la loro crudeltà, perché messi in atto “senza movente”. Lungo il percorso della loro vita questi ragazzi non hanno avuto occasione di mettere in contatto il cuore con la mente, la mente con il comportamento, e il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del mondo incidono nel loro cuore. Queste connessioni non si sono costituite, e perciò nascono biografie capaci di gesti tra loro a tal punto slegati da non essere percepiti neppure come propri. È fallita l’educazione emotiva, e quindi la formazione del cuore come organo che, prima di ragionare, ci fa “sentire” che cosa è giusto e che cosa non è giusto, chi sono io e che ci faccio al mondo. E allora, come lei giustamente sollecita, la scuola non può esimersi dall’insegnare oltre alla matematica e alla lingua, anche la conoscenza di sé e le capacità interpersonali essenziali, che hanno la loro matrice in quei centri emozionali del cervello che, non coltivati, non consentono di instaurare relazioni con i propri simili di cui non si percepisce minimamente il mondo interiore. Ce ne dà conferma lo psicologo Daniel Goleman dell’Università di Harvard che in proposito scrive: “Siccome l’educazione delle emozioni ci porta a quell’empatia che è la capacità di leggere le emozioni degli altri, e siccome senza percezione delle esigenze e della disperazione altrui, non può esserci preoccupazione per gli altri, la radice dell’altruismo sta nell’empatia, che si raggiunge con quell’educazione emotiva che consente a ciascuno di conseguire quegli atteggiamenti morali dei quali i nostri tempi hanno grande bisogno: l’autocontrollo e la compassione!”. Se queste, indicate da Goleman, sono le mete da perseguire per consentire ai ragazzi di pervenire, oltre a un controllo delle proprie emozioni e dei propri gesti, a una comprensione di sé e dell’altro, ricorrere ai cinque in condotta o alle sospensioni sempre più severe, come si propone e da più parti si invoca, significa non aver capito dove sta davvero il problema, con conseguente ricorso alla punizione che sta sempre al posto di un’educazione mancata.


L’esito incerto delle nostre azioni

07/02/2009

360753-sociolog-zygmunt-baumannScrive Zygmunt Bauman su D:

Come possiamo agire senza il terrore di sbagliare, senza temere l’inefficacia che ogni protesta, ultimamente, comporta? La mia risposta è che purtroppo non possiamo. Non possiamo, prima ancora di agire, avere la certezza che non commetteremo degli errori, né essere preventivamente sicuri che a fine giornata ci saremo dimostrati all’altezza dei compiti. E questo non vale solo per le proteste: le ricette garantite per stabilire con la massima infallibilità quale comportamento seguire sono poche, se non inesistenti. E più le nostre azioni sono importanti, per noi e per gli altri, più il loro esito è incerto (o meglio, impossibile da prevedere). Le scelte che la vita ci presenta non sono corredate da istruzioni specifiche cui è sufficiente attenersi punto per punto. Vivere significa assumersi dei rischi. O, per usare un detto inglese, significa “essere ostaggi del fato”. La vita può solo essere dura e spaventevole? Già, proprio così. Ma non ne abbiamo altre da vivere. Come suggeriva Michael Foucault, siamo noi a definire la traiettoria della nostra esistenza, e così facendo creiamo, al tempo stesso, noi stessi, come un artista crea un’opera d’arte.

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