Posts contrassegnato dai tag ‘Umberto Galimberti’

Il senso dell’uomo sulla Terra

La Terra vista dallo spazio (fonte: Nasa)

Scrive Umberto Galimberti su D la Repubblica delle Donne

Tutti conoscono quella frase orgogliosa di Pascal (Pensiero 264): “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura, ma è una canna pensante. E anche quando l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal momento che egli sa di morire, mentre l’universo non sa nulla”. Nessuno, invece, si prende mai cura di ricordare quell’altra considerazione abbastanza angosciata sempre di Pascal (Pensiero 205): “Gettato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro, e che non mi conoscono, provo spavento”. È lo spavento, in una visione cosmica, dell’insignificanza dell’uomo sulla Terra, a cui Platone in parte allude nella frase che abbiamo citato in apertura e su cui torna Nietzsche in Verità e menzogna in senso extramorale: “In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della storia del mondo: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire. Qualcuno potrebbe inventare una favola di questo genere, ma non riuscirebbe tuttavia a illustrare sufficientemente quanto misero, spettrale, fugace, privo di scopo e arbitrario sia il comportamento dell’intelletto umano entro la natura. Vi furono eternità in cui esso non esisteva; quando per lui tutto sarà nuovamente finito, non sarà avvenuto nulla di notevole. Per quell’intelletto, difatti, non esiste una missione ulteriore che conduca al di là della vita umana. Esso piuttosto è umano, e soltanto chi lo possiede e lo produce può considerarlo tanto pateticamente, come se i cardini del mondo ruotassero su di lui”. Se, non dico in ogni ora del giorno, ma almeno talvolta adottassimo questo punto di vista che relativizza il significato e l’importanza della vicenda umana nell’economia dell’universo, forse tanta violenza, tanta ansia di potere, tanta sopraffazione, che da sempre caratterizzano la storia dell’uomo, non penso che sparirebbero, ma certamente troverebbero una loro misura, e soprattutto si scoprirebbe forse l’amore, che è poi l’unica cosa che giustifica l’esistenza umana nel breve attimo in cui le è dato di vivere. Questo pensiero ci sfiora in occasione della morte di quelle persone, a noi vicine, che davano senso alla nostra vita. Custodiamo questo pensiero.

La morte di Dio

galimberti

Scrive Umberto Galimberti su D, a proposito delle radici cristiane dell’Occidente:

Io penso che tra cultura greca e cultura cristiana non c’è alcuna parentela, perché i Greci, a differenza dei cristiani, concepiscono la natura come quello sfondo immutabile “che nessun dio e nessun uomo fece”(Eraclito), regolata dalla legge della necessità, che prevede la morte nelle sue determinazioni (piante, animali, uomini) come condizione della sua vita. Platone dice che l’uomo è “giusto” se si “aggiusta” all’universa armonia, e quindi accoglie la sua condizione di “mortale” con cui i greci erano soliti chiamare l’uomo, il quale non può pretendere di prolungare la sua vita oltre misura (kát métron) sancita dalla legge naturale. Il cristianesimo, invece, concepisce la natura come l’effetto di un atto di volontà. Quella di Dio che l’ha creata e quella dell’uomo a cui è stata consegnata perché ne eserciti il dominio (Genesi, 1,26). Ma soprattutto il cristianesimo ha superato lo sfondo tragico della cultura greca, promettendo all’uomo il superamento della morte “O morte, dov’è il tuo pungiglione?” scrive Paolo di Tarso nella Prima Lettera ai Corinti (15,51-58). Questa promessa, che Nietzsche definisce “il colpo di genio del cristianesimo” ha impresso all’Occidente, che è la civiltà nata dal cristianesimo, una carica di ottimismo e una spinta propulsiva che non si sono estinti neppure quando la fede in Dio si è affievolita a partire dal Seicento: con la nascita della scienza, e poi dell’illuminismo, e poi del marxismo, e poi della psicoanalisi, che altro non sono che forme secolarizzate del cristianesimo. La visione cristiana del mondo prevede infatti che il passato sia male (peccato originale), il presente redenzione e il futuro salvezza. Allo stesso modo la scienza concepisce il passato come male (ignoranza), il presente come ricerca e il futuro come progresso. Ma anche il marxismo ritiene che il passato sia male (ingiustizia), il presente riscatto (rivoluzione), il futuro paradiso in terra. Anche la psicoanalisi pensa il passato come malattia, il presente come cura e il futuro come guarigione. La visione del mondo cristiana ha pervaso col suo ottimismo tutte le espressioni culturali dell’Occidente, che dunque è cristiano non solo nelle sue radici, ma anche nell’albero, nei rami, nelle foglie. Ma, come ci ha avvertito Nietzsche, oggi “Dio è morto”, nel senso che un tempo c’era e creava mondi (si pensi al Medioevo dove la letteratura era inferno, purgatorio e paradiso, l’arte era arte sacra, persino la donna era donna-angelo), e ora non c’è più perché il mondo accade come se Dio non fosse. Se tolgo infatti la parola “Dio” continuo a capire le dinamiche del mondo contemporaneo, che mi risulterebbero incomprensibili se togliessi ad esempio la parola “denaro” o la parola “tecnica”. Con la morte di Dio è finito in Occidente l’ottimismo cristiano. La scienza infatti conosce perfettamente i suoi limiti molto più di quanto non li percepisca la nostra fede nella scienza, il marxismo ha vissuto il suo tramonto, la psicoanalisi il suo declino. L’ottimismo che il cristianesimo aveva profuso nella cultura dell’Occidente si è estinto, e al suo posto è subentrato il nichilismo che Nietzsche definisce così: “Nichilismo, manca lo scopo, manca la risposta al perché, i valori supremi perdono ogni valore”.

L’intolleranza scaturisce dal monoteismo?

010611-pantheon-dak

Scrive Umberto Galimberti su D La Repubblica delle Donne:

Gli dèi greci [...] hanno il merito di essere molti. Questa molteplicità è il principio della tolleranza di cui non è capace il monoteismo, detentore di una verità assoluta, e quindi escludente tutte le altre possibili espressioni umane che gli dèi rappresentano.

Nella loro espansione territoriale, Atene nella contaminazione con altre genti e Roma nella conquista di terre e di popoli, non avevano difficoltà a portare nel loro Olimpo gli dèi delle popolazioni con cui entravano in contatto o che conquistavano. Questo consentiva di mantenere e riconoscere l’identità di ciascun popolo e le credenze della sua gente. La tolleranza incomincia infatti con l’accettazione delle rispettive divinità, con il loro riconoscimento.

Quando questo principio fallisce, incominciano le guerre di religione, che sono più cruente e crudeli delle guerre dettate da interessi economici o territoriali. Perché la religione esprime in forma mitica la configurazione antropologica di un popolo, il modo di condurre la sua vita, a partire dallo scenario celeste che ogni religione disegna, per superare quella dimensione tragica dell’esistenza umana che lei così bene descrive.

Gli dèi sono morti e il monoteismo ha distrutto, non solo metaforicamente, tutti i templi degli antichi dèi. Ma di recente sembra che anche Dio sia morto, perché il mondo non accade più secondo i suoi dettami. Se togliamo la parola “Dio” dal Medioevo, quando l’arte era arte sacra, la letteratura era inferno, purgatorio e paradiso, persino la donna era donna-angelo, non capiamo nulla di quell’epoca, mentre tolta la parola “Dio”, la nostra epoca si lascia comprendere benissimo, meno forse se togliamo la parola “denaro” o la parola “tecnica”. Quindi Dio non fa più mondo, non lo crea più. Dio è morto. Ma la morte di Dio non ci ha restituito gli dèi, per cui il nostro paganesimo è senza Olimpo. Ci ha però lasciato quell’eredità tipica delle religioni monoteiste che si chiama intolleranza, inevitabile conseguenza di chi si crede in possesso della verità assoluta. Un’intolleranza che non è estirpata e neppure lenita dagli inviti all’amore e alla comprensione del prossimo e del diverso da noi, a cui le parole della religione opportunamente ci invitano senza persuaderci, finché permane il principio per loro irrinunciabile di essere i depositari della verità assoluta. Per cui gli altri chi sono? Poveri erranti? Questa è la ragione per cui sarebbe auspicabile il ritorno degli dèi.

L’insufficienza della parola

Scrive Umberto Galimberti su D La Repubblica delle Donne

Se per la densità, la tortuosità, la sinuosità, l’ineffabilità del nostro sentimento trovassimo la parola giusta, questa lo racchiuderebbe come una lapide sigilla una tomba. È infatti nella natura del sentimento non lasciarsi esaurire dalle parole che lo nominano e, grazie all’insufficienza espressiva delle parole, il sentimento può lasciar trasparire quello che è suo proprio: l’inesprimibile. Il sentimento, infatti, vive proprio nel non riuscire mai a dirsi completamente, quindi nel suo custodirsi come riserva sorgiva di un’ulteriorità di significazioni, esattamente come la parola poetica che non nomina mai “questo” o “quello”, se non per alludere a un’eccedenza di senso a cui nessuna parola propriamente corrisponde. Per questo ogni parola dettata dal sentimento è orlata dal silenzio, dove risuona tutto il senso che la parola enunciata non riesce a dire. Ma chi vive il silenzio come una riserva di senso? Chi va alla ricerca del suo risuonare? Chi si pone sulla soglia del non-detto, che non è il taciuto, ma ciò che nessuna parola riesce propriamente a dire? Nessuno. Perché la nostra cultura, che è una cultura dell’inflazione delle parole, ama l’esplicitazione totale, l’enunciazione chiara, la significazione definita, e, temendo tutto ciò che sfugge al controllo, guarda con sospetto ciò che si sottrae alla verbalizzazione, come per esempio l’insondabilità del silenzio, l’impenetrabilità del segreto, e in generale tutti quei recessi dove la profondità del senso non si espone, non si esplicita, ma si custodisce. L’insufficienza del linguaggio non è semplice povertà linguistica, ma segno che l’orizzonte del sentimento è molto più ampio dell’orizzonte della parola. E proprio là dove la parola manca, siamo nelle prossimità di un evento sentimentale non ancora usurato dal linguaggio o non ancora raggiunto nella sua abissalità. Ma chi ama gli abissi del sentimento che non si lasciano esprimere nei modi di dire? Chi, senza terrore, sa porsi in ascolto di ciò che non giunge alla parola e, proprio perché non si lascia codificare dal linguaggio abituale, è l’assolutamente nuovo che turba la quiete? Noi, che diciamo di amare le novità, in realtà ci teniamo assolutamente lontani dall’insolito, dall’inusuale, dall’imprevisto, che sono i tratti con cui il nuovo si annuncia e, nel suo annunciarsi, inquieta. E allora bisogna essere forti per abitare i bordi del linguaggio, le sue insufficienze, le sue inesprimibilità che sono costitutive del sentimento, come ci ricorda Platone là dove scrive: “Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l’uno dall’altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. È allora evidente che l’anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e per ciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 2.771 follower