Paura? Sì, dell’immobilismo

Roberto Vacca

Roberto Vacca

Qui di seguito potete leggere un brillante articolo di Roberto Vacca, già apparso su IlSole24ORE con il titolo “Abbasso le chiacchiere viva la scienza”. Per usare le parole dello stesso Professor Vacca, “il pezzo contiene cose ovvie, che però vengono ignorate e disattese”.

Paura? Sì, dell’immobilismo

di Roberto Vacca

© IlSole24ORE

Secondo certi sondaggi la maggioranza degli italiani ha paura di: violenza, disastri ambientali, crisi economica. Sembra che pochi temano una guerra nucleare. Queste risultanze mostrano che la metodologia usata è difettosa – oppure che la popolazione percepisce la realtà in modo distorto.
Ci sono al mondo oltre 20.000 bombe atomiche e all’idrogeno: un conflitto scatenato per errore distruggerebbe il mondo. Le statistiche indicano, invece, che il numero di assassini in Italia è ai livelli minimi mondiali (5 volte meno che in USA a parità di popolazione). Ormai hanno capito in molti che i disastri ambientali di cui si parla in modo ossessivo e poco informato, sono in gran parte immaginari: c’è molto da studiare per capire bene la natura. La crisi economica potrebbe colpire il nostro paese per cause internazionali complesse e imponenti, alle quali è arduo contrapporre ripari. Una paura che dovremmo avere è quella motivata dalla debolezza decisionale del nostro sistema produttivo. E qui i ripari necessari sono ben noti, anche se non se ne parla.
Da varie parti è stato suggerito che la società italiana non si attende ambiziosi programmi, ma pretenderebbe almeno qualche modesto intervento. Fra questi: migliorare la qualità organizzativa dei pronto soccorso, accelerare le liste d’attesa ospedaliere, ricostruire il sistema scolastico (asilo ed elementari), dare case ai meno abbienti, assicurare e provvedere ai bisogni degli anziani, dare dignità alle autonomie locali, smaltire l’arretrato giudiziario, revisionare l’utilizzo dei fondi per il mezzogiorno. Si tratta certo di provvedimenti opportuni, ma drammaticamente inadeguati.
Il nostro livello di innovazione tecnologica è sotto la metà della media europea. Fra le 100 aziende al mondo che investono di più in Ricerca e Sviluppo solo 4 sono italiane: Finmeccanica, STMicroelectronics, Fiat, IFI. Solo le prime 2 investono in ricerca più del 16% del fatturato. La media italiana è dell’1%: va aumentata di molte volte. Solo il 12% delle nostre esportazioni sono hitech (media EU 24%). L’industria italiana non ha mai fondato un politecnico. Invece servono scuole private di alto livello in emulazione con quelle pubbliche che offrano ai giovani strumenti adeguati. E’ anche un buon business.
Il privato deve innovare non stimolato da modesti incentivi fiscali, ma perché, se no, non è competitivo, non esporta e fallisce. Va adottata la “ricetta Finlandese” (32 politecnici in un Paese di 5 milioni di abitanti, integrazione fra imprese e pubblico/privato. Su 1000 lavoratori i ricercatori sono 17 in Finlandia e 3 in Italia!). Occorre una task force di: accademici, ricercatori, esperti di marketing innovativo, che scelga nuovi settori, pianifichi e realizzi ricerca pura e applicata, tecnologica e sistemica, crei istituti di studi avanzati. Per ovviare alle scarse dimensioni delle aziende, va creata una rete che integri ricerca e sviluppo e raggiunga massa critica. Il lavoro va condotto in rete e controllato da consulenti che evitino duplicazioni e diano link per altre sinergie.
Non ci vuole solo l’iniziativa privata, ma anche Università, CNR, Istituti. Molti scienziati stanno facendo proposte serie. La ricerca pubblica rispetto agli altri Paesi, sfigura meno di quella privata. Il ritardo, però, esiste ed è forte. Di questo dobbiamo occuparci, non di imporre le uniformi alle scuole elementari.
Gli investimenti in ricerca e risorse umane sono vitali per la crescita economica: nei Paesi che investono di più cresce rapidamente il PIL. Va controllata la qualità dell’insegnamento, attraendo i migliori docenti da tutto il mondo nelle nostre università (nessuna è fra le prime 100 del mondo). I grandi politecnici privati USA (con molti Nobel ciascuno) dimostrano che l’industria migliora l’accademia: non la asservisce.
Oltre a queste iniziative occorre che i mezzi di comunicazione di massa diffondano cultura – non solo sport, cucina, spettacoli e pettegolezzi. Almeno la TV pubblica torni ai livelli culturali del passato. Qualche quotidiano emuli questo giornale: pubblichi supplementi settimanali interessanti come Nòva, offra rubriche frequenti (come fa Bottazzini in queste pagine) per mostrare che la matematica è cultura e anche divertimento.

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Un pensiero su “Paura? Sì, dell’immobilismo

  1. Mi sembra che questo articolo sia assolutamente serio. Nulla da eccepire semmai da rinforzare in tutti i temi che tocca con semplicità direi essenziale. Toglie la parola!
    Si potrebbe dire che in Italia l’immobilismo è un fatto e riguarda l’interesse di pochi ma forti che in parole povere inibiscono la ricerca e l futuro delle giovani generazioni.
    Ormai lo sanno tutti ma mentre lo sanno tutti nulla si fà in concreto o molto e troppo poco. A partire dalla tv sia di Stato che privata…Competizione bassa? Addormenta le coscienze ma in compenso è molto viva per le vendite e la promozione della vendite…Guardatela e vi accorgerete che non esiste TV. Una piattezza pazzesca! Una somministrazione di anestetico nazionale a partire dai grilli parlanti che fanno delle disgrazie italiane materia di umorismo e nulla di più sicchè ci ridiamo sopra mentre dovrebbero scuotere la tendenza alla rassegnazione? Quando si ride troppo si secca l’anima?
    Non parliamo poi di Università e ricerca e del mondo produttivo…Ormai è un classico a cui ci siamo addormentati sopra…I giovani devono andare all’estero? Buon viaggio?Oppure affrontare trafile estenuanti e svuotanti alle dipendenze di baroncelli che resis
    tono alle intemperie deboli di qualche riformista di passaggio senza intaccare l’effi
    cienza nel bloccare il divenire? E siccome l’ottimismo è una nostra prerogativa ormai è una novella scritta nel granito… Ogni ricerca è ingolfata nel migliore perbenismo in Italia e se sopravviviamo è per antica coscienza sapienza spinti un pò di quà e di là caro Professore, un po come il legno di Dante. Il pessimismo non so chi l’abbia inventatato ma sicuramente qualcuno che è nato all’ombra di qualcosa… E noi ci spostiamo, sempre in qualche modo, al sole caldo della speranza. Un caro saluto professore.

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