España campeon!

Il 29 giugno 2008 la Spagna ha vinto il Campionato Europeo di Calcio 2008. Luca Pakarov rievoca a modo suo quei giorni di euforia e generale impazzimento mediatico (e non solo mediatico). Vi ricordo, anche se lui probabilmente neanche vorrebbe, che Luca è anche autore di un gran bel libro, Terminal.

Espana campeon

Più di mille anni di pellegrinaggi a Compostela alla fine hanno realizzato il miracolo. Il 29 giugno 2008 la Nazionale di calcio spagnola diventa campione d’Europa. Nella penisola iberica non si celebrava tanto dal XVI secolo, dal ritorno di Colombo con un bastimento d’indigene.

In quei giorni ronzavo da quelle parti, su e giù per il paese. Mi sono gustato tutto il processo, l’avanzamento, partita per partita, giorno per giorno, campeones. Una fiammella che è diventata un incendio. L’entusiasmo, torsi brillanti, ebbri, offensivi, coraggiosi, con le entragna rimestate, strimpellavano nel baccanale disordine delle strade. Ho visto, mi sono meravigliato di quante bandiere sono saltate fuori dall’armadio, l’ispanità così poco di moda nella comunità valenziana, catalana e basca, è stata rispolverata, messa in lavatrice, lucidata, urlata ed appesa alla terrazza, stretta al collo, arrotolata sul polso, aperta sul lunotto posteriore della macchina. Le maglie delle furie rosse a ruba nei negozi, balbuzienti a cantare, mutilati giù a danzare. L’ipnotico imbonimento ha alzato la temperatura, un febbricitante, epilettico schiamazzo che ha spazzato via ogni angoscia politica, ogni torva povertà. All’improvviso, il pedigree spagnolo è diventato un valore aggiunto, mai più una macchia; una volta tanto la lingua di Cervantes ha trovato una patria e un po’ di pace. Un bricolage di nazionalismo che ha mandato in brodo di giuggiole anche Juan Carlos, sempre lì trionfale, tartufesco a sorridere, ad applaudire e stringere mani, quando inquadrato. Fautrice del rinato orgoglio nazionale è stata senza dubbio, non le tattiche di Aragones o gli interventi in scivolata di Puyol, no di certo, è stata la Cuattro, la rete che ogni giorno s’è spesa in almeno cinque ore di diretta forzata, insaccando insignificanti servizi giornalistici nelle menti di solitari sonnambuli del pomeriggio, ingenuamente naufragati sugli strilli dei reporter. Un lavoro certosino ed asfissiante, che ha avuto il suo momento più liturgico nello slogan “podemos”, possiamo, che, ripetuto all’inverosimile e svincolato da qualsiasi genere di argomento (economia, cronaca, animali), veniva imitato da chiunque avesse una telecamera a portata di culo, da chiunque al supermercato azzardasse un commento sugli europei. Ad un certo punto usare il verbo “podemos” all’infuori del contesto calcistico veniva sottolineato in blu, grave errore grammaticale. C’era poi il momento del rito portafortuna, che in ogni match veniva propiziato da profeti cronisti esaltati e che consisteva nel lavorare la trippa di un fantoccio dei colori della squadra avversaria con spilloni voodoo per poi, imbrattato, vessato ed ingiuriato a dovere, senza nessun rammarico, affogarlo nel bicchiere d’acqua del conduttore. Comunque c’è da prenderne atto, la stregoneria ha funzionato. Credo però, ne sono quasi certo, è mio avviso, d’aver assistito al classico cattivo gusto di una medicina di football invasiva che mai sazia, non si è limitata ad informarci sull’altezza dell’erba del campo o ad intervistare l’autista crucco del pullman della nazionale, ma è andata oltre, e non avendo sotto mano i giocatori per qualche gossip d’estate, nessun colpo di mercato sensazionale, ha scavalcato ogni palizzata del buonsenso ed è entrata nella casa dei deboli, finendo in certi paesini dimenticati da Dio dove nonne, zie, cugine degli stessi inconsapevoli giocatori, senza preavviso, sono state messe al centro del mondo, sotto la luce dello spettacolo. Facendo leva sulla fierezza che gli incolpevoli protagonisti della sceneggiata provavano per i propri cari impegnati in Austria e Svizzera, sono stati aggirati dalla macchina da presa con la pretestuosa venerazione che giornalisti porta a porta, mostravano per ogni particolare, ogni foto, ogni oggetto che ricordasse i transitori eroi di un estate memorabile. Le bestie si sono superate e le nonnine, il maestro, gli amici della prima squadra di calcio sono state convinte a parlare e straparlare di come l’attaccante fosse intuitivo in matematica, di come al centrocampista uno, con ghiaccio e fasce elastiche, gli salvò la carriera dopo essersi slogato la caviglia, di cosa il capitano mangiasse durante il Natale. La nonna di Casillas ha dovuto cucinare il piatto preferito del nipote, ha fritto calamari alla romana in diretta, mentre alla madre sdentata di Güiza è toccato spiegare tutte le qualità divinatorie dei santini che adornavano il televisore e messi in gioco dopo un’attenta selezione, per l’occasione, per sostenere la nazionale. Queste nullità sono state persuase che anche loro, con paellas, compiti in classe e tirate d’orecchie, hanno contribuito alle vittorie degli europei. Lo stesso Zapatero dal canto suo, icona socialista, baluardo rosso, non s’è mica tirato indietro; chiamato a parlare della crisi economica, ha montato un bello show di funamboli, tigri e leoni dove, inverosimilmente, in diretta, lui, capo del governo spagnolo, interrogava l’allenatore e il capitano della nazionale! L’ho visto chiedere le condizioni di salute di Villa, com’era l’animo dello spogliatoio e di come vivesse l’allenatore di tanta gloria! Il calcio intervistato dalla politica! All’uomo medio è stata scavata la fossa, mentre le divinità sono salite su, più in alto ancora. Quinto mondo per dio! Dopo un piccolo stacco, Zap s’è ricomposto sullo sgabello, ha messo bene le spalle orizzontali ed ha accennato alla questione della crisi immobiliare, ai mutui, qualcosa sulla benzina, e un rassicurante presto finirà! È come se avessero spento la luce ed acceso il gas. Adelante pueblo! Geniale… per una volta tanto devo dire che nemmeno nel bel paese s’è mai arrivato a tanto.
Certo, vecchia storia, quella dello sport che unisce, anche se a me quasi fa perdere un occhio a causa di un imbecille muscoloso, tatuato e sorridente che mitragliava ad altezza uomo fuochi d’artificio. Nessuno l’ha fermato, è una festa questa, ci sono molti più diritti che doveri. Quel giorno la rete privata Cuattro ha conteso alla rete nazionale, con due palchi distinti a Madrid, l’arrivo dei campioni d’Europa. La città deraglia, usciva fuori dai confini, straripava qua e là, dall’aeroporto la strada chiusa nei due sensi di marcia, poi l’Avenida America, arrampicati sui tralicci, a scattare foto, a zompare da una transenna all’altra, a bere poi a bere ed abbracciarsi, fino ad arrivare a Plaza Colon dove Television Española aveva preparato tartine e spumante e qualche migliaio di tifosi uno sopra l’altro. I giocatori sull’autobus facevano delle cose, scimmiottavano, salivano sulla schiena, salutavano ed ovviamente bevevano. Aragones, tattico spericolato anche quando sonnecchia sulla panchina, accusato di razzismo, era in quel momento ordinato con le sue settanta primavere, già con un contratto in tasca per Fenerbahçe, e si teneva il cuore elargendo pochi sorrisi, solo si capiva bene la sua voglia che tutto fosse finito presto.
Comunque sia, i rigoristi De Rossi e Di Natale hanno fatto la loro parte per aiutare il governo facendo salire alle stelle le azioni di Cruz Campo, Estrella, Amstell e Damm. Mai s’era venduto tanto dopo un evento sportivo ammette orgoglioso un manager delle birre nel giornale locale l’Informacion. Prima della nazionale di Donadoni, la città di Alicante dove ero in quei giorni, ci ricordava soprattutto per un bombardamento nel ‘38 dove aerei marcati “Savoia” di Mussolini, sotto il comando dei franchisti, uccise circa quattrocento persone nel Mercado Central de Abastos. Ora, grazie all’ingloriosa uscita dall’europeo, dovremmo aver pareggiato i conti. A pensarci bene forse no, visto che poco giorni fa il governo popolare di Alicante ha votato per il mantenimento dei simboli franchisti… che Mussolini abbia ammazzato quelli giusti?

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