Sofri e l’omicidio di Luigi Calabresi

Adriano Sofri sul Foglio torna sulla dolorosa e tormentata vicenda dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi:

[…] “Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio, e questa verità non si attenua di un millimetro col passare del tempo, e col mio passare il tempo di tanti anni in galera e da prigioniero; per di più, come mostra una sola occhiata al paesaggio di rovine contemporaneo, in una mera dilapidazione. […]

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3 pensieri su “Sofri e l’omicidio di Luigi Calabresi

  1. Il testimone de “La notte che Pinelli”
    Misteri
    di Angelo Pagliaro
    06/02/2009

    Venerdì 30 gennaio (scorso, ndr), al tg 5 delle 13.00, il giornalista Toni Capuozzo in collegamento dal Brasile, commenta le ultime dichiarazioni del governo italiano circa la mancata estradizione di Cesare Battisti, ex militante dei PAC (Proletari armati per il comunismo), ed elenca i nomi di una serie di latitanti italiani che abiterebbero ancora in Brasile tra cui l’anarchico Pasquale Valitutti. “Lello” Valitutti da molti anni abita a Roma e partecipa, nonostante le sue gravi condizioni di salute, insieme a Licia Rognini, alle iniziative in memoria dell’amico e compagno Pino Pinelli. Citato più volte nell’ultimo libro di Adriano Sofri (La notte che Pinelli, Sellerio editore) Valitutti è, tra i numerosi militanti anarchici fermati, l’unico testimone ancora in vita di quella drammatica notte del 15 dicembre 1969 quando, dalla finestra del quarto piano della questura di Milano, venne “suicidato” Pinelli. Valitutti racconta così, il 18 marzo 2004, nel corso dell’iniziativa “verità e giustizia” promossa dal circolo anarchico milanese “Ponte della Ghisolfa” e dal Centro Sociale Leoncavallo, la sua verità: “Da questo corridoio passano, portando Pino, Calabresi e gli altri, e vanno nella stanza vicino. Chi dice che Calabresi non era in quella stanza sta mentendo, nel più spudorato dei modi. Calabresi è entrato in quella stanza, è entrato insieme agli altri, nessuno è più uscito. Io ve l’assicuro, era notte fonda, c’era un silenzio incredibile, qualunque passo, qualunque rumore rimbombava, era impossibile sbagliarsi, lui era in quella stanza. Dopo circa un’ora che lui era in quella stanza, che c’era Pino in quella stanza, che non avevo sentito nulla, quindi saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate”.

    Il racconto che fa Valitutti di quella sera è sempre lo stesso. Negli ultimi 39 anni non è mai cambiato di una virgola, al contrario delle versioni riferite ai magistrati dalla maggior parte degli altri testimoni presenti nella stanza che hanno cambiato più volte versione, mettendo in discussione persino il rapporto firmato dal Commissario Capo di P.S. Dr. Allegra, redatto lo stesso giorno della tragedia e riportato integralmente da Adriano Sofri alle pagine 85 e 86 del suo libro. Un’altra volta, e precisamente nel 2002, Valitutti è stato chiamato in ballo in modo errato. Questa volta non a causa di una svista di un giornalista inviato in Brasile, ma dal giudice Gerardo D’Ambrosio, (all’epoca dei fatti titolare dell’inchiesta) che in un’intervista al settimanale del Corriere della Sera, “Sette”, rispondendo ad una domanda del giornalista ha dichiarato testualmente: “poi, ottenni un’altra prova sull’innocenza di Calabresi”. Quale? domanda il giornalista. “La testimonianza di uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti: aveva visto Calabresi uscire dalla stanza prima che Pinelli cadesse”. La risposta di Valitutti fu immediata. In una lettera scritta all’allora direttore del quotidiano “Liberazione”, Sandro Curzi, pubblicata in data 17 Maggio 2002 dichiarò: ” Caro Direttore, leggo su “Sette”, settimanale del “Corriere della Sera” in edicola oggi, un servizio che rievoca la vicenda Calabresi a trent’anni dall’omicidio del commissario, con un’intervista al procuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio che mi chiama personalmente in causa. Vedo, ancora una volta, distorta la verità. Io sono l’anarchico Pasquale Valitutti e ho sempre sostenuto il contrario. Lo ripeto a lei oggi: Calabresi era nella stanza al momento della caduta di Pinelli. Se tutto è ormai chiaro, come dicono, perché continuare a mentire in questo modo vergognoso sulla mia testimonianza? Io sono ormai stanco, malato e fuori da qualsiasi gioco. Ma alla verità non sono disposto a rinunciare”. “La memoria può tradire chiunque – afferma Sofri a pag. 87 del suo recente libro – ma l’inversione dei ricordi di D’Ambrosio deve almeno avvertire a non alzare troppo leggermente le spalle di fronte alla testimonianza di Valitutti. Se alla sua memoria tradita la testimonianza scagionatrice di Valitutti appare così importante, dev’esserlo un po’ anche nella sua versione autentica. Tutte le testimonianze successive alla morte di Pinelli vanno considerate con una misura in più di cautela. E’ così per Valitutti, o per le persone amiche che riferiscono delle minacce che Pinelli avrebbe ricevuto da Calabresi e Allegra. Tuttavia la cautela non può significare una liquidazione di queste testimonianze, come se fossero meno attendibili di quelle della polizia – anche loro regolate sul fatto che intanto Pinelli è morto”. Nel libro di Sofri vi sono molte suggestioni, tra verità storiche e giudiziarie, ipotesi giornalistiche e analisi politiche emergono alcuni dati incontestabili che occorre per amore di verità ricordare: in quei giorni i diritti democratici furono di fatto sospesi. I “fermati” vennero trattenuti oltre i termini di legge, nessun magistrato venne avvertito del fermo entro le 48 ore. Alla famiglia Pinelli ed ai suoi legali e periti non fu permesso di assistere all’autopsia.

    Bruno Vespa in una trasmissione televisiva ricordando le vittime del terrorismo dimenticò di citare Pinelli, e fu proprio Adriano Sofri che lo fece rilevare immediatamente e sottolineò, con altrettanta chiarezza, che in tutti questi anni mai nessuna autorità dello Stato si è premurata di bussare alla porta della famiglia Pinelli per chiedere semplicemente se Licia e le sue due bambine Silvia e Claudia avessero bisogno di qualcosa. E’ proprio vero, in una bellissima canzone dal titolo “Avec le temps”, Leo Ferrè racconta che con il tempo tutto si dimentica “non ricordi più il viso non ricordi la voce, quando il cuore ormai tace a che serve cercare”. Ma il cuore di molti non tace, l’unico testimone vivente, in tutti questi anni, è diventato plurale e sono adesso in tanti a chiedere a chi era in quella stanza di parlare, di dire la verità sulla morte del ferroviere anarchico.

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