Donna non è bello

tenda-teatroThaïs: ancora colpa ed espiazione per le donne?

Nel 2008?

di Jasmina Tesanovic

Dopo tanti anni, ieri  sono andata all’opera: Regio di Torino, a sentire Thais di  Massenet. Una volta dentro il bellissimo spazio disegnato da Carlo Molino, mi sono ricordata perché non vado più all’opera da anni, dai tempi della Scala: perché il fasto raramente meritava la rappresentazione che solo pochi conoscitori dalle ultime file delle gallerie potevano giudicare.

Bene, dopo i primi minuti dello spettacolo ho cominciato a innervosirmi: sala piena di gente, pochi i giovani. Il signore di fronte a me, un insegnante in pensione mi spiega:
– È la classica rapresentazione del bene e del male.
La Thais, la cortigiana di Alessandria, la vedo subito morta di fronte al fanatismo bieco del suo convertitore del deserto, il monaco che di lei fa una suora.
– Ma qual è il bene? Patire nel deserto? chiedo al mio insegnante.
– Eh signora, non l’ho scritto io, l’ha fatto Anatole France, un paio di secoli fa.
L’opera non è stata rivisitata.
L’opera messa in scena oggi con miliardi di fasto musicale e scenico, che non voglio discutere, non è stata rivisitata.
La donna deve rinunciare all’amore, ai suoi beni, allo sviluppo della sua città dipendente da lei: deve andare nel deserto, patire, sanguinare, non mangiare, non bere, espiare la colpa della civilizzazione. Per di più deve essere fatta santa, messa sul piedistallo e finalmente seppellita pura e buona.

Non me ne frega niente che il monaco scopra alla fine che il suo motivo era la lussuria, non l’amore spirituale. Nella scena che ho visto io insieme a centinaia di torinesi contemporanei la figura centrale era lei e doveva espiare tutte le colpe della umanità volte al femminile.

Guardavo intorno a me: tutti lo prendevano normalmente, con filosofia.
Chiedo alle giovani ragazze alla fine: vi piace il pezzo?
Sì, piace  molto. Non hanno notato niente di male, di strano: andranno a casa con la testa piena di colpa e paure dell’espiazione. Ma non si renderanno conto perché sono cresciute così.
Il regista non ha rivisitato la tragedia, il coreografo ha tentato con corpi femminili nudi, i cantanti hanno dato tutto di sé, ma il manicheismo bianco e nero, del bene e del male, come dice Papa Ratzinger, ha cementato la rappresentazione, le nostre coscienze, la mia rabbia.

Sono uscita sconvolta: è possibile e morale oggi mettere in scena in centro Torino una lotta fra i gladiatori, magari neri, che si ammazzano a vicenda mentre noi diciamo: tanto è la forma  antica della rappresentazione pubblica, non l’abbiamo rivisitata per mantenerla autentica.
Sarebbe uno spettacolo di successo: la gente ama sangue, specialmente altrui. La gente ama anche il fasto, specialmente quello che incuote timore come la chiesa, tipo le donne da redimere o bruciare.

Per me e la mia amica Vesna non c’è dubbio che sia stata una serata disturbante. Per le nostre figlie, non femministe, stiamo a vedere. Se vengono ancora una volta messe su un piedistallo per poi essere bruciate, anche solo al Regio, le mamme e nonne non saranno più li’ ad aiutarle, a loro volta bruciate dal senso ipocrita della morale moderna.
Si, al mio insegante di Regio non piacevano le ballerine nude in scena, quelle si che lo hanno turbato.

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4 pensieri su “Donna non è bello

  1. Considerando la varietà cromatica, si dovrebbe consigliare di tenere conto che fra il bianco e il nero, esistono gli altri colori, molti altri… colori.
    Peccato non volerli vedere…

    mariella

  2. Sono considerazioni interessanti, sulle quali, caro Luigi, devo dirti che non sono granché d’accordo… Ti faccio un esempio.
    Una delle opere rappresentate all’opera di Roma quest’anno è “Amica” su musica di Pietro Mascagni (1905), dove Amica è una poverina (non trovo altri aggettivi…) che vive con uno zio che per fare i propri comodi con l’amante e liberarsi della nipote, la promette in sposa ad un pastore, Giorgio, ma Amica ama il fratello di lui, Rinaldo (e naturalmente non l’ha detto allo zio…). Vabbé, cose che capitano!
    Quel che è un po’ meno normale è che Rinaldo, venuto a conoscenza del fatto, chiede all’amata prima di tutto perché non gliel’ha detto (è evidente a questo punto che Amica ha un problema di comunicazione), poi di rinunciare al suo amore per lui, perché lui non farebbe un torto simile al fratello, per cui lei (i tre non trovano di meglio che andare a discutere di queste cose su una montagna), disperata, sale su un pendio scosceso, ove mette il piede in fallo e precipita nel torrente sottostante. Tragica fine: ancora più tragico è però che i due fratelli (bella coppia di menefreghisti…) concludano l’opera intonando in duetto la frase “Fatale amor!”
    Perché dico questo? Perché nell’opera accadono, come spesso al cinema, cose inverosimili ed ingiuste, e assolutamente scorrette da un punto di vista politico, però non credo che nessuna donna si identificherebbe con Taide o con Manon Lescaut (e per fortuna nessun uomo con Canio o con Scarpia…). Tuttavia l’opera è spettacolo, e spesso è assolutamente ed adorabilmente (per conto mio) falsa e caricata, e non regge ad un aggiornamento (personalmente ne ho piene le tasche delle “riletture moderne”, per abituare il pubblico televisivo di oggi a godere di quello che altrimenti non capirebbe).
    Questa è la mia opinione: e d’altronde, mi sembra che nessuno abbia vietato o edulcorato “Rambo” o “Terminator”, che non sono granché verosimili neanche loro, ma sono spettacolo lo stesso. (Se potessi, io vieterei l’horror, ma questo lo sai…).

  3. La trama dell’opera non si può cambiare. Ma, proprio a voler cercare il pelo nell’uovo (perché se la storia è quella è inutile che stiamo lì a parlare di femminismo, il Sessantotto e la liberazione sessuale dovevano ancora arrivare e pretendere di parlare di temi moderni con un’opera del 1894 – piena epoca vittoriana!!! – mi sembra a dir poco ancronistico) ha forse notato il trionfo dell’eroina nel finale? Forse sarebbe meglio riflettere prima di parlare di femminismo laddove non ha senso parlarne.
    Una giovane appassionata di opera.

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