L’esito incerto delle nostre azioni

360753-sociolog-zygmunt-baumannScrive Zygmunt Bauman su D:

Come possiamo agire senza il terrore di sbagliare, senza temere l’inefficacia che ogni protesta, ultimamente, comporta? La mia risposta è che purtroppo non possiamo. Non possiamo, prima ancora di agire, avere la certezza che non commetteremo degli errori, né essere preventivamente sicuri che a fine giornata ci saremo dimostrati all’altezza dei compiti. E questo non vale solo per le proteste: le ricette garantite per stabilire con la massima infallibilità quale comportamento seguire sono poche, se non inesistenti. E più le nostre azioni sono importanti, per noi e per gli altri, più il loro esito è incerto (o meglio, impossibile da prevedere). Le scelte che la vita ci presenta non sono corredate da istruzioni specifiche cui è sufficiente attenersi punto per punto. Vivere significa assumersi dei rischi. O, per usare un detto inglese, significa “essere ostaggi del fato”. La vita può solo essere dura e spaventevole? Già, proprio così. Ma non ne abbiamo altre da vivere. Come suggeriva Michael Foucault, siamo noi a definire la traiettoria della nostra esistenza, e così facendo creiamo, al tempo stesso, noi stessi, come un artista crea un’opera d’arte.

Il percorso della nostra vita, il suo “scopo definitivo” e il suo “fine ultimo” non possono che essere – come sono – il risultato di un “fai-da-te”. Tutti oggi sono artisti, e non per scelta quanto, diciamo, per disposizione del fato universale. Per questo l’assenza di azione è essa stessa azione. La serena accettazione del mondo che ci porta ad avallare quelle stesse nefandezze che condanniamo rappresenta una scelta – come è una scelta il ribellarsi alle ingiustizie derivanti dallo stile di vita che il mondo sembra volerci imporre. La vita non può che essere un’opera d’arte – se è di vita umana che parliamo, di creature dotate di volontà e libertà di scelta. Le menti più influenti della nostra era, insieme alle legioni dei loro seguaci, hanno preso Socrate a modello di vita ben vissuta, di esistenza significativa e dignitosa. L’antico saggio precursore del pensiero moderno, spirito indomito votato all’inarrestabile ricerca di verità, nobiltà e bellezza, era un uomo completamente e autenticamente “self-made”, maestro della creazione e dell’autoaffermazione. Eppure, non proponeva la vita che aveva scelto per se stesso come modello universalmente valido, il solo che ogni essere umano dovesse cercare di emulare. Secondo i grandi filosofi moderni che lo considerano un modello da seguire, “imitare Socrate” significa comporre liberamente e autonomamente la propria persona, personalità e/o identità, senza copiarne altre; ciò che conta sono l’autodefinizione e l’autoaffermazione; oltre all’accettazione del fatto che la vita è e deve essere un’opera d’arte, dei cui meriti e delle cui mancanze il suo “auttore” (attore e autore al tempo stesso, colui che ne è progettista ed esecutore) si assume la piena responsabilità. In altre parole, “imitare Socrate” significa rifiutarsi di imitare “l’uomo Socrate” – o chiunque altro. Significa rifiutare la duplicazione, la riproduzione in quanto tali. Socrate scelse forse per sé un modello di vita che gli si confaceva, componendolo con perizia e coltivandolo faticosamente a dispetto di tutto e di tutti (tanto da scegliere la morte pur di aderirvi sino in fondo); non è detto però che tale modello si adatti a chiunque. Emularlo ciecamente equivarrebbe a tradire il suo insegnamento e rifiutare il suo messaggio, che è stato innanzitutto e soprattutto di autonomia e responsabilità individuali. Tale opera di imitazione si addice forse a una fotocopiatrice, e non potrà mai produrre una creazione artistica originale – quale la vita umana (socraticamente) dovrebbe sforzarsi di essere. Ogni artista lotta con la resistenza dei materiali cui intende affidare la propria visione, e ogni opera d’arte porta i segni di tale lotta: delle vittorie, sconfitte e numerosi compromessi (non meno imbarazzanti per il fatto di essere inevitabili). Altrettanto è vero per gli artisti della vita. Ne siano o meno consapevoli, lo scalpello con cui danno forma all’opera è il loro stesso carattere. È a questo che Thomas Hardy si riferiva affermando che “il destino dell’uomo è il suo carattere”. Destino e imprevisti (suoi guerriglieri) definiscono la gamma delle scelte che si presentano agli “artisti della vita”, ma è il carattere che determina il modo in cui sceglieranno di agire. Nel suo studio When Light Pierced the Darkness (Quando la luce squarciò le tenebre), la sociologa Nechama Tec ha voluto stabilire quali fossero i fattori che durante l’Olocausto spinsero taluni a mettere a repentaglio la propria vita pur di salvare quella degli altri. Ma la sua ricerca di una relazione tra il desiderio di aiutare il prossimo e la predisposizione al sacrificio di sé e quei fattori che si pensa determinino il comportamento umano è stata vana. Sembrava che i comportamenti moralmente encomiabili non fossero determinati da alcun fattore “statisticamente significativo”. Coloro che prestarono aiuto non erano diversi dal resto della popolazione, anche se il valore morale della loro condotta e la valenza delle conseguenze differivano radicalmente da quelle dei più. Cosa fu allora a spingere chi prestò soccorso rischiando di diventare a sua volta vittima ad agire in quel modo, anziché barricarsi in casa ed evitare di assistere alle sofferenze del prossimo? A differenza della maggior parte delle persone del medesimo ceto sociale, con lo stesso livello di educazione, fede religiosa o affiliazione politica, coloro che aiutarono non avrebbero saputo agire differentemente. Non si sarebbero mai perdonati di aver posto la propria sicurezza al di sopra di quella di coloro che avvrebbero potuto aiutare, senza farlo. Il fato e gli imprevisti sfuggono al controllo dell’attore rendendo alcune scelte più probabili rispetto ad altre. Il carattere però scombina tale probabilità statistica e spoglia il fato e gli imprevisti dell’onnipotenza che si arrogano – o che gli attribuiamo. Tra un atteggiamento di rassegnata accettazione e l’audace decisione di sfidare la forza delle circostanze: lì si trova il carattere. È il carattere che di fronte alla possibilità di compiere le scelte più probabili decide di considerarle anche sul fronte molto più impegnativo della loro accettabilità. È stato il carattere che il 31 ottobre del 1517, alla vigilia di Ognissanti, spinse Martin Lutero a dichiarare ich kann nicht anders (“Non posso fare altrimenti”), mentre affiggeva le sue novantacinque tesi alla porta della chiesa di Wittenberg.

(Traduzione di Marzia Porta)

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