Internet Point

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di Carlo Santulli

Terni, Passo Corese, Orte, Aversa, Modena, Rimini, Senigallia, Scandiano, Novara, Falconara Marittima, Macerata, Bergamo, Chianciano e poi Portoferraio e Marina di Campo, e naturalmente Roma, in diversi quartieri (Monteverde, San Paolo, Trullo, Celio, ecc.).
Sembra una lista di luoghi senza connessione tra loro: in realtà la connessione c’è (in vari sensi…), dato che questi sono i posti dove personalmente mi sono collegato ad Internet tramite un Internet point (si capisce la mia propensione per la provincia, a parte Roma, dove ho parecchi legami).
A guardar bene, un altro legame tra loro si trova: sono tutte città e paesi che si trovano in Italia.
A volte sono andato anche all’estero, e anche lì ho utilizzato degli Internet Point, per esempio a Reading, a Tours, a Bonn, a Francoforte, a Lovanio, a Londra ed a Stoccolma.
La differenza qual è? Nelle città estere qui elencate, io entravo, chiedendo se potevo collegarmi e il gestore, chiarendomi tariffe e modo di connessione, mi indirizzava subito ad un computer libero. Ottimo.

In Italia, dal 2005, non è più così: e in tutte le città italiane di cui sopra, c’è qualcuno che ha gli estremi del mio documento, a volte anche la mia foto. Sapete bene che siamo il paese della privacy, parola che pronunciamo spesso con un tono alla Kojak, però che in realtà è un mito: la privacy in Italia non esiste. Non esiste, tanto è vero, che non posso collegarmi ad Internet senza fornire le mie complete generalità, caso unico in Europa, come dicevo. Tutto questo per profondi motivi legati alla sicurezza dello Stato (lo so che fa molto OVRA, ma è così).
Attenzione: non lo sto dicendo perché mi dà fastidio. Le mie generalità non sono un segreto per nessuno, e non sono uno di quelli che costruisce una fortezza di giustificazioni per non fornire il cellulare o l’indirizzo. Il problema è un altro: la maggior parte degli Internet Point in Italia è gestita da extracomunitari, coi quali incidentalmente la mia esperienza è devo dire ottima, tanto è vero che li chiamo cumulativamente “amici” e li sento come tali (devo dire che spesso l’Internet Point è uno dei punti più cordiali ed accoglienti del quartiere che li ospita, dove si respira quella multiculturalità, che spaventa tanti di noi). E questa misura di sicurezza dello Stato è diretta contro di loro: me ne accorgo, quando rifletto alla difficoltà che non pochi gestori non di madrelingua italiana hanno nel trascrivere generalità ed indirizzi, perdendo un’infinità di tempo e conservando enormi archivi (cartacei o virtuali), che (diciamocelo senza falsi pudori) non servono a nulla. Perché il sapere come mi chiamo e dove abito non dà nessuna garanzia su quello che intendo fare su Internet, ed anche perché, se veramente volessi fare qualcosa di illecito, difficile perda tempo a cercare un Internet point: lo faccio da casa (se ce l’ho, ed è vicina). Insomma, questa è una misura contro chi è lontano da casa o semplicemente contro chi una casa non ce l’ha (che sono due motivazioni che mi fanno un po’ vergognare, da cattolico che vive nel paese sede della Chiesa di Cristo).

Sono contento tuttavia di sapere che molti “amici” (consentitemi di chiamarli così, anche perché alcuni di loro lo sono di fatto, per esempio a Monteverde, per assidua frequentazione) resistono, ed anzi espandono le loro attività. Dopo quattro anni di applicazione posso dire che la legge, intesa a danneggiare gli Internet Point, non è riuscita nel suo intento. Permettetemi, per chiudere, anche un sospiro di sollievo, in attesa che qualcuno ne chieda l’abrogazione, in nome della privacy e, consentitemelo, della libertà del cittadino, se non abbia commesso reati, a stabilire la sua residenza in qualunque posto nel mondo. Perché non è vero che essere nati in un posto ci dia più diritto di viverci di un altro che non ci è nato: chi vi dice che è così, mente e sa di mentire.

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