Raymond Chandler secondo Giancarlo De Cataldo

Humprey Bogart as Philip Marlowe

Giancarlo De Cataldo traccia oggi sul Messaggero un bel ritratto del grande Raymond Chandler. Un frammento:

Di Philip Marlowe, il personaggio che l’avrebbe reso celebre nel mondo della letteratura poliziesca e non solo, Raymond Chandler amava dire che era un immaturo, un disadattato, un fallito. Immaturo perché “se essere in rivolta contro una società corrotta vuol dire essere immaturo, allora Philip Marlowe è estremamente immaturo”. Disadattato perché “se vedere lo sporco dove c’è costituisce disadattamento sociale, allora Philip Marlowe soffre di disadattamento sociale. E fallito, infine, perché “non ha denaro”, e specialmente in un contesto, come quello dell’America a cavallo della seconda guerra mondiale ed oltre, “un uomo che, senza avere un handicap fisico, non guadagna abbastanza da potersi mantenere decentemente, è sempre un fallito, e di solito un fallito sul piano morale”.

Memorie a perdere

Esce in questi giorni, per la casa editrice Akkuaria, “Memorie a perdere – Racconti di ordinarie allucinazioni”, una raccolta di racconti che spaziano dalla denuncia politica – è il caso di “Abu Ghraib”, ambientato nella famigerata prigione – al grottesco, come accade in “Real TV”, che mostra i possibili esiti di certa televisione, al sociale, come in “Senza Freni”, angosciante spaccato di alienazione giovanile. Ma il volume contiene anche  storie di uomini e donne qualunque, alle prese con situazioni che, quasi senza che se rendano conto, sfuggono loro di mano, con esiti imprevedibili – non sempre piacevoli, quasi mai consolatori. Quella che segue è la prefazione del libro, scritta da Francesco Costa.

Dove intende portarci la prosa incalzante di Luigi Milani che, imponendoci un ruolo da voyeur, ci invita a spiare nelle vite dei suoi personaggi? Che cosa vuole farci scoprire sul conto di un’umanità trafelata e sofferente, che rincorre chissà cosa senza prendere le dovute precauzioni contro l’imprevisto, contro i tranelli che la vita dissemina ogni giorno sul nostro cammino?

Da quando ha gettato il primo vagito, e talvolta senza saperlo, ognuno di noi sta andando a un appuntamento. Nei tredici racconti di Luigi Milani appaiono personaggi, molto numerosi e delineati con tale cura da sembrare esseri viventi e non creature di carta, che si recano a un appuntamento, che incrociano un evento o un proprio simile, dal quale impareranno qualcosa di nuovo su se stessi.

Uno squarcio improvviso nelle abitudini di ogni giorno li getta in una dimensione che dà loro le vertigini, che suona inconsueta, a volte perfino minacciosa. E se è tragicamente estrema la situazione di Iussuf, sventurato iracheno finito nelle grinfie di militari americani che lo sottopongono a feroci torture (il racconto è Abu Ghraib), è invece tragicamente ordinaria la vita delle figure che dominano gli altri racconti.

Flavia, eroina di Discrezionalità, ha una carriera di cui può esser soddisfatta e rifulge orgogliosa nell’imprevisto confronto con Renata, l’amica che prometteva di diventar chissà chi e si è invece arenata in uno stanco matrimonio, ma le basta rubare un oggetto in un negozio per ritrovarsi in una situazione da incubo.

Nel tenerissimo Figlia, a Claudia è sufficiente irrompere dentro la casa paterna in una sera piovosa per misurare la propria fragilità, e le sconfitte che le fanno desiderare di tornare bambina, ed è un colpo da maestro la conclusiva immagine del padre che appare, trepidante e protettivo, sotto la pioggia.

Nella definizione di questi lavori è un dettaglio non secondario, parlando di uno scrittore di sesso maschile, la capacità di Luigi Milani di descrivere le donne. I suoi personaggi femminili agiscono come se non fossero concepiti da un uomo e vivono di vita propria perché sagacemente illuminati dall’interno. E la prevalente tragicità del tono d’insieme si stempera all’occorrenza in un’ironia non priva di crudeltà, come nel racconto Rilassati!, in cui sfolgora un altro bel personaggio di donna. È l’inafferrabile Carla, da cui il protagonista si fa menare per il naso (e qualcosa ci dice che il gioco di Carla potrebbe funzionare con ciascuno di noi), mentre cova la speranza di invischiarla in una relazione che forse non ci sarà mai.

Smarrimenti improvvisi, latenti inquietudini, un senso di vulnerabilità di fronte all’ignoto, e un paesaggio che, frastornante o silenzioso, si configura spesso come una scena estranea, sottilmente ostile, su cui gli eroi di Luigi Milani muovono i loro passi: ecco da che cosa nasce il palpito che ti prende a leggere questi tredici (e il numero non è causale) viaggi nell’assurdo, di questi tredici sismografi tesi a registrare sotto i nostri piedi i sommovimenti di cui abbiamo paura e che forse ci faranno inciampare di qui a poco.


Dove intende portarci la prosa incalzante di Luigi Milani che, imponendoci un ruolo da voyeur, ci invita a spiare nelle vite dei suoi personaggi? Che cosa vuole farci scoprire sul conto di un’umanità trafelata e sofferente, che rincorre chissà cosa senza prendere le dovute precauzioni contro l’imprevisto, contro i tranelli che la vita dissemina ogni giorno sul nostro cammino?

Da quando ha gettato il primo vagito, e talvolta senza saperlo, ognuno di noi sta andando a un appuntamento. Nei tredici racconti di Luigi Milani appaiono personaggi, molto numerosi e delineati con tale cura da sembrare esseri viventi e non creature di carta, che si recano a un appuntamento, che incrociano un evento o un proprio simile, dal quale impareranno qualcosa di nuovo su se stessi.

Uno squarcio improvviso nelle abitudini di ogni giorno li getta in una dimensione che dà loro le vertigini, che suona inconsueta, a volte perfino minacciosa. E se è tragicamente estrema la situazione di Iussuf, sventurato iracheno finito nelle grinfie di militari americani che lo sottopongono a feroci torture (il racconto è Abu Ghraib), è invece tragicamente ordinaria la vita delle figure che dominano gli altri racconti. Flavia, eroina di Discrezionalità, ha una carriera di cui può esser soddisfatta e rifulge orgogliosa nell’imprevisto confronto con Renata, l’amica che prometteva di diventar chissà chi e si è invece arenata in uno stanco matrimonio, ma le basta rubare un oggetto in un negozio per ritrovarsi in una situazione da incubo.

Nel tenerissimo Figlia, a Claudia è sufficiente irrompere dentro la casa paterna in una sera piovosa per misurare la propria fragilità, e le sconfitte che le fanno desiderare di tornare bambina, ed è un colpo da maestro la conclusiva immagine del padre che appare, trepidante e protettivo, sotto la pioggia.

Nella definizione di questi lavori è un dettaglio non secondario, parlando di uno scrittore di sesso maschile, la capacità di Luigi Milani di descrivere le donne. I suoi personaggi femminili agiscono come se non fossero concepiti da un uomo e vivono di vita propria perché sagacemente illuminati dall’interno. E la prevalente tragicità del tono d’insieme si stempera all’occorrenza in un’ironia non priva di crudeltà, come nel racconto Rilassati!, in cui sfolgora un altro bel personaggio di donna. È l’inafferrabile Carla, da cui il protagonista si fa menare per il naso (e qualcosa ci dice che il gioco di Carla potrebbe funzionare con ciascuno di noi), mentre cova la speranza di invischiarla in una relazione che forse non ci sarà mai.

Smarrimenti improvvisi, latenti inquietudini, un senso di vulnerabilità di fronte all’ignoto, e un paesaggio che, frastornante o silenzioso, si configura spesso come una scena estranea, sottilmente ostile, su cui gli eroi di Luigi Milani muovono i loro passi: ecco da che cosa nasce il palpito che ti prende a leggere questi tredici (e il numero non è causale) viaggi nell’assurdo, di questi tredici sismografi tesi a registrare sotto i nostri piedi i sommovimenti di cui abbiamo paura e che forse ci faranno inciampare di qui a poco.

Il senso dell’uomo sulla Terra

La Terra vista dallo spazio (fonte: Nasa)

Scrive Umberto Galimberti su D la Repubblica delle Donne

Tutti conoscono quella frase orgogliosa di Pascal (Pensiero 264): “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura, ma è una canna pensante. E anche quando l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal momento che egli sa di morire, mentre l’universo non sa nulla”. Nessuno, invece, si prende mai cura di ricordare quell’altra considerazione abbastanza angosciata sempre di Pascal (Pensiero 205): “Gettato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro, e che non mi conoscono, provo spavento”. È lo spavento, in una visione cosmica, dell’insignificanza dell’uomo sulla Terra, a cui Platone in parte allude nella frase che abbiamo citato in apertura e su cui torna Nietzsche in Verità e menzogna in senso extramorale: “In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della storia del mondo: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire. Qualcuno potrebbe inventare una favola di questo genere, ma non riuscirebbe tuttavia a illustrare sufficientemente quanto misero, spettrale, fugace, privo di scopo e arbitrario sia il comportamento dell’intelletto umano entro la natura. Vi furono eternità in cui esso non esisteva; quando per lui tutto sarà nuovamente finito, non sarà avvenuto nulla di notevole. Per quell’intelletto, difatti, non esiste una missione ulteriore che conduca al di là della vita umana. Esso piuttosto è umano, e soltanto chi lo possiede e lo produce può considerarlo tanto pateticamente, come se i cardini del mondo ruotassero su di lui”. Se, non dico in ogni ora del giorno, ma almeno talvolta adottassimo questo punto di vista che relativizza il significato e l’importanza della vicenda umana nell’economia dell’universo, forse tanta violenza, tanta ansia di potere, tanta sopraffazione, che da sempre caratterizzano la storia dell’uomo, non penso che sparirebbero, ma certamente troverebbero una loro misura, e soprattutto si scoprirebbe forse l’amore, che è poi l’unica cosa che giustifica l’esistenza umana nel breve attimo in cui le è dato di vivere. Questo pensiero ci sfiora in occasione della morte di quelle persone, a noi vicine, che davano senso alla nostra vita. Custodiamo questo pensiero.

Stazioni e rendering

di Carlo Santulli

Ho ricevuto proprio oggi in casella da un collega milanese una brochure che enfatizzava come non se ne potesse più della “renderizzazione” dell’architettura: cosa indica in pratica questo, diciamocelo, termine un po’ pesantuccio? Sapete bene quel che vuol dire quando vedete quei progetti moderni, dove invece di dare tanti dettagli tecnici, che sono suggestivi fino ad un certo punto di quale sarà l’aspetto finale, si fanno delle grandi simulazioni tridimensionali (sapete quelle con gli omini che camminano sparsamente, quasi con dispersione gaussiana, come in realtà nessuno cammina, perché, dati i rapporti tra di noi e le necessità della vita, si tende a stare ammassati piuttosto che con distribuzione uniforme): parlando di edifici ferroviari, ho visto per esempio dei render molto riusciti a Roma Tiburtina, a Bologna Centrale e a Salerno, tutte stazioni interessate a rinnovamenti profondi per via della realizzazione della rete dell’Alta Velocità.
La cosa bella dei render è, oltre al fatto di rappresentare gli omini, anche quella di avere altri elementi che non mancano mai: tanto verde e/o immense superfici vetrate e tanti volumi a sbalzo, di quelli che piacciono molto all’urbanista densificatore, sicché un palazzo di dieci piani con lo sbalzo dà un effetto paragonabile a quello di sei senza sbalzo, perché psicologicamente lo si vede più “mosso”. E’ vero che la qualità dell’architettura e dell’ambiente circostante ha influenza sulla nostra percezione delle dimensioni: parlando di Napoli, una cosa sono dieci piani di un palazzo grigio a Corso Lucci, strada, seppur abbastanza larga per gli standard napoletani, vicina alla Stazione Centrale e quindi ragionevolmente caotica, ed una sono dieci piani di un albergo superterrazzato a via Partenope fronte mare. Proprio per questo, i render non dicono granché di quel che vedremo, una volta che la stazione, o il centro direzionale, o la piazza ristrutturata sarà terminata, proprio perché i luoghi urbanistici, da subito, prendono il carattere dell’ambiente che hanno intorno, tanto è vero che non adeguarsi a questo può costare caro.
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Tim e Vodafone: un cartello ai danni dell’acquirente dell’iPhone

Apple iPhone 3G S

Apple iPhone 3G S

Definire discutibile la politica commerciale adotatta dai gestori italiani, Tim e Vodafone, nei confronti della nuova release dell’iPhone suona eufemistico.

Contravvenendo alle indicazioni di Apple, che suggeriva prezzi ben più bassi, soprattutto per il vecchio modello, che permane tuttora in catalogo al fine di ampliare la “base iPhone” e che invece mantiene nel Bel Paese il vecchio prezzo, i prezzi praticati dai 2 gestori italiani sembrano mirare piuttosto a combattere la crisi dei rispettivi bilanci puntando sull’innalzamento vertiginoso dei prezzi per quello che è, a torto o a ragione, considerato uno status symbol.

Si fa leva cioè, tanto per cambiare, sulla tendenza tutta italiana a sposare mode e trend a qualunque… costo, appunto.

Richiesta di commentare la valanga di proteste scatenate dall’annuncio dei nuovi listini, Vodafone ha così commentato: “La politica di Vodafone non è di realizzare margini sulla vendita dei terminali, ma di ampliare al massimo la disponibilità di prodotti che hanno accesso a servizi innovativi come mobile internet e social networking”.

… Argh.

Egitto e Germania in guerra per Nefertiti

Nefertiti

A proposito di Nefertiti – personaggio di grande fascino di cui si parla in un libro in uscita in questi giorni e di cui abbiamo parlato qui – segnalo la contesa in atto tra l’Egitto e la Germania, avente a oggetto proprio la celebre regina egiziana, o meglio il suo busto, come riferisce un articolo apparso giorni fa su Repubblica:

BERLINO – Fin dai miti antichi tramandatici da Omero, si narra di guerre tra grandi nazioni per contendersi la donna più bella. È quanto sta per succedere tra la prima potenza dell´Unione europea, la Germania, e il glorioso Egitto, leader culturale e in parte politico del mondo arabo.

La fascinosa donna della discordia, al contrario di Elena di Troia, non è viva, eppure è desiderata ancora oggi come un simbolo di eleganza e femminilità perfette. Parliamo della splendida regina Nefertiti, moglie del faraone Akhenaton. Visse 3400 anni fa, ma la sua bellezza ineguagliabile appare tuttora mozzafiato, tramandataci dal busto che la ritrae, e che dai tempi del Kaiser è esposto nei musei di Berlino.

Il Cairo lo rivuole, ha detto al quotidiano Der Tagesspiegel il potentissimo e autorevole Zahi Hawass, massimo esperto e responsabile del patrimonio artistico e culturale dell´antichità egiziana. Presto sarà in grado di provare che il busto fu portato via con la frode, quindi la richiesta è legittima. E se non sarà soddisfatta, gli egiziani sono pronti a sospendere ogni cooperazione culturale con il museo di Berlino.

È una situazione imbarazzante, forse più difficile del contenzioso che oppone Londra ad Atene sul futuro degli Elgin Marbles, cioè i fregi del Partenone di cui da anni la Grecia ne richiede invano la restituzione.

«Il busto di Nefertiti è da quasi cento anni da voi a Berlino, noi lo riavremo molto volentieri», dice Zahi Hawass. Negli ultimi tempi, Hawass ha chiesto la restituzione di circa cinquemila tesori dell´antica arte egiziana, sparsi tra musei e collezioni per tutto in mondo. «Sono tesori che appartengono all´Egitto, ma non vuol dire che devono tutti tornare a casa. Deve essere restituito ciò che ci fu rubato, tra cui cinque opere d’arte uniche per la nostra cultura. In questo gruppo di cinque capolavori c’è il busto di Nefertiti».

Il contenzioso è arduo: nel 1912, all’apice dello splendore della Germania imperiale di Guglielmo II, Ludwig Borchart trovò lo splendido busto nel corso di scavi, e lo portò a Berlino, dove da allora è esposto, attualmente allo Altes Museum nel mirabile complesso dell’Isola dei Musei, non lontano dalla Porta di Brandeburgo. «Confido che ben presto avremo in mano tutto il necessario per richiedere formalmente la restituzione del busto. Mi risulta che non esistano documenti che possano provare che Nefertiti abbia lasciato l´Egitto in modo legale e moralmente ineccepibile».

Come minimo, esige che Berlino conceda subito il busto quale prestito.
I tedeschi non ne vogliono sapere: temono che vada distrutto nel trasporto. «Accuse assurde, non siamo mica i pirati dei Caraibi», ribatte Hawass.
Grave dilemma per la Germania: cedere vorrebbe dire privare la capitale del suo tesoro antico più prezioso, rifiutare significherebbe fare una figuraccia col mondo arabo e il mondo extraeuropeo tout court.