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Graffiti a Roma, Largo Maccagno

Graffiti a Roma, Largo Maccagno

di Carlo Santulli

Senza voler scendere in politica, ma parlandone, noi abbiamo un governo che basa la propria sopravvivenza in vita, logicamente, su un certo consenso degli elettori (siamo in democrazia…): una delle categorie più frequentemente usate dal presidente del Consiglio per dimostrare la vitalità della sua compagine e direi quasi la necessità della propria permanenza al potere è quella dell’ottimismo. Quest’utilizzo “politico” dell’ottimismo, che è in fondo un elemento personale del carattere di ognuno di noi (e dipende anche un po’ dall’ambiente in cui si cresce e dalle proprie vicende personali), non è nuovo: già Bettino Craxi negli anni ’80 si richiamava al cosiddetto “ottimismo della volontà”. Però è sintomatico che lo si faccia ancora, e che in fondo l’ottimismo riscuota successo, almeno elettorale.

È chiaro che l’ottimismo è una forzatura (ma anche il pessimismo lo è), perché il mondo ha una propria fisionomia, nel bene o nel male, che non è in bianco e nero, ma invece un’indefinita sfumatura e fusione di colori tutti diversi tra loro (un informatico parlerebbe di un mondo RGB…). È lo sguardo proiettato sulla realtà a non essere mai obiettivo, sicché le tinte vengono distorte, modificate e così via. Applichiamo dei filtri, in parole povere.

Venendo all’oggetto di quel che voglio dire, negli ultimi due decenni circa in Italia, un paese che ha avuto sempre una notevole tradizione di graffiti (dai tempi degli antichi Romani, ma chissà, forse anche prima) è arrivata, naturalmente dall’America, la moda del writing, in pratica l’idea di dipingere muri (che per concetto sono brutti, altra cosa sulla quale ci sarebbe parecchio da discutere: conosco pareti che sono sommesse opere di poesia) o mezzi di trasporto (il che incide su una per conto mio tragica realtà italiana, in cui l’unico mezzo di trasporto amato è spesso la propria auto, col risultato che figuriamoci se si può essere attenti al decoro di qualcosa che è, come da nome originario, “omnibus”, cioè per tutti). La quantità di pittura sparsa sul muro o altrove può essere diversa, si passa da semplici “tag” a dipinti anche complessi e di qualche pretesa, la qualità è logicamente anch’essa molto variabile.

Il graffito è di per sé un anacronismo, nel senso che oggi ci sono millanta metodi di comunicazione nettamente più efficaci e flessibili; la questione temporale viene a cadere, come si sa, soltanto nel momento in cui la comunicazione assurge al livello di arte: anche scolpire una statua è per se anacronistico, perché nessuno più crede che dentro il simulacro ci sia la divinità, eppure la perdita dell’antropomorfismo puro e semplice è stata compensata, nei casi migliori, dall’acquisto di certa profondità psicologica e psico-analitica nel ritrarre la figura umana, che credo sia parte integrante di ciò che definiamo come arte contemporanea. Tuttavia, il passaggio dalla preistoria del graffito, del genere “Stellina ti amo” o “W il 1958”, ai cosiddetti writer di oggi è meno lineare di quanto forse può sembrare a prima vista, principalmente perché le scritte di cui sopra non hanno nessun tipo di connotazione particolare né sono indicative di un umore preciso. È chiaro che Stellina (sempre che esista davvero) può essere lusingata o magari infastidita dalla scritta in questione, però non sappiamo precisamente se il suo innamorato o presunto tale sia ottimista o pessimista, insomma che visione del mondo precisamente egli abbia. Potremmo dire che non c’è una filosofia dietro la scritta tradizionalmente intesa (non c’è nemmeno alcun tipo di intento artistico, almeno dichiaratamente). Com’è logico, a nessuno verrebbe in mente di difendere uno che scrive “Stellina ti amo” sui muri: sarà magari minacciato di sanzioni, se colto sul fatto, ma nessuno certo lo inviterà a tenere un vernissage.

Coi writer, la questione è un pochino diversa: prima di tutto, qui l’idea sulla vita c’è eccome. I dipinti murali che vanno al di là del semplice tagging (o firma) brulicano di mostri, bestie strane, affermazioni negative sul mondo, individui deformi (ma non umoristicamente), tendono in effetti a dipingere un universo piuttosto spaventoso, dove, se del bene esiste, è ben nascosto. Un effetto di avere una certa idea della vita è quello di essere difesi da coloro che ritengono di avere la stessa visione, che sono anche pronti, oltre a chiudere un occhio sulle norme del codice civile che regolano il deturpamento e danneggiamento della pubblica proprietà, a giurare che in molti casi si tratti di arte, chiedendo spazi dedicati ai writer, promuovendo mostre fotografiche, eccetera. Ammetto di non essere competente a questo proposito, ma credo che senz’altro, se qualcuno desidera esprimersi, debba poterlo fare in libertà, in spazi appositi a ciò dedicati, e da quel che so, questo avviene già in molti casi.

Però la filosofia di fondo del writer più “corrivo” (o, se si vuole, con meno velleità artistiche ed espressive autonome), confesso, mi preoccupa alquanto. Non perché uno non abbia il diritto di essere pessimista o negativo. Il fatto è che esiste un qualche meccanismo psicologico, che è stato anche espresso efficacemente nella “sindrome del vetro rotto”, per cui la sensazione di abbandono evocata dai frantumi, fa presto a “generare” infinite altre rotture. Ecco, questo si applica purtroppo anche alle scritte dei writer, tanto più, mi sembra di poter dire, quanto siano approssimative e lontane dalla vera arte. Raramente un posto già magari non splendido, migliora dopo essere stato trattato con le bombolette spray, e la sensazione di pericolo aumenta (la dicotomia pericolo-sicurezza in realtà mi sembra poco appropriata, nel senso che tutto può accadere dappertutto, anche se certo con diversi indici di probabilità, ma, se si vuole reagire nel modo migliore, è preferibile essere calmi che agitati, quindi è alla sensazione che dobbiamo riferirci, in quanto ispira i nostri comportamenti).

Soffermiamoci sui mezzi pubblici: parliamo, per esempio, ma non a caso, di treni e stazioni (ognuno parla di ciò che conosce meglio, se permettete). Uno degli effetti principali dell’opera dei writer è la copertura delle superfici vetrate dei finestrini con pittura opaca, il che significa che il viaggiatore che è all’interno non vede più nulla di ciò che c’è al di fuori. Non so se ci sia uno scopo preciso in questo, ma quel che io leggo è che, dato che il mondo fa comunque schifo, non vale la pena di far tanta fatica a sporger lo sguardo dal finestrino: tanto è vero che questo mondo tanto brutto ve lo copriamo direttamente, così non ci pensate più, e passa la paura. Per modo di dire: in realtà, parlando di paura, quella vera e solida (o diciamo più correttamente di attacchi di panico), l’impossibilità di immaginare una via d’uscita contribuisce in modo non trascurabile all’aumento della sensazione panica. Ed è chiaro che un finestrino trasparente (e magari, pur se so di chiedere troppo in questo strano paese, anche pulito) dà una maggiore idea di contatto con l’esterno da uno opacizzato a forza di mani di pittura.

Spingendosi un pochino oltre, potrei anche dire un’altra cosa, cioè che impedire ad un viaggiatore di guardar fuori se lo desidera, è una forma di violenza (anche dalle finestre delle celle carcerarie qualcosa si vede ormai, e per fortuna). Vabbé: torniamo alla politica, da cui siamo partiti.

Da un lato abbiamo uno che predica ottimismo, d’altro canto abbiamo i cantori di sventura, che tanto il mondo andrà sempre allo stesso modo, e quindi male (chi l’ha stabilito?), e solo i raccomandati avranno un posto, e ci vorrebbe una rivoluzione, ma nessuno ci crede più, e figuriamoci se col proprio lavoro si otterrà qualcosa, e compagnia cantando. Io più passa il tempo, e più mi rendo conto che la filosofia dei writer è ben condivisa dai politici “progressisti” (?!). Questo finto pessimismo cosmico e senza vie d’uscita, da ragazzini appena lasciati dalla prima morosa, appare appannaggio di gente ormai di ogni età ed è anch’essa una delle cause per cui un signore piuttosto anziano ma curatissimo ed ostinatamente sorridente piace di più (occorre ammetterlo) di tutte le Cassandre inopinatamente scarmigliate e vaticinanti. Perché, come forse qualcuno da qualche parte politica ha dimenticato, per dire che alcune cose non vanno bene, bisognerebbe indicare anche quali altre vanno bene e dove, ed anche cosa bisognerebbe fare in concreto per migliorare la situazione (si chiama programma politico, credo). Nessuno si lamenterebbe col cuoco che la pietanza che gli hanno portato è scadente, se non avesse l’idea di una simile pietanza di gusto migliore (se abbiamo sempre mangiato gli spaghetti al pomodoro scotti e collosi, difficile ci venga in mente, se nessuno ce lo dice, che forse andrebbero cotti al dente: al massimo potremo obiettare che, per come li conosciamo, non sono un piatto molto gradevole). Invece molti di noi continuano a brancolare nel buio, convinti (come pare spesso anche dei nostri figli dalla più tenera età) che ogni sforzo sarà inutile, che tanto tutto andrà sempre allo sfascio (convinzione tanto più finta nel caso di certi politici, che i propri affari privati sanno benissimo come curarli). E la cosa tragica è che coloro che la pensano in questo modo sono convinti di essere più intelligenti, e meno ingenui (o meno buonisti) del resto dell’umanità. No, mi spiace, non è la via più razionale, è solo la più semplice e pigra (o, nel caso di certi politici, ipocrita), soltanto la faccia rovesciata dell’ottimismo sbandierato dall’uomo in doppiopetto.

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