Meritocrazia

di Carlo Santulli

Una società non per pochi, quindi dove ci sia una reale uguaglianza di opportunità per tutti, è basata su qualcosa che, semplificando molto, definiamo come meritocrazia. Semplificando, perché un’impostazione meritocratica significa fondamentalmente cercare di scegliere il meglio in ogni situazione, allo scopo di ottenere il maggior beneficio possibile per la società.
Non è un compito facile, ma una prima e fondamentale differenza risiede nel fatto che si cerchi di valutare le prestazioni lavorative e professionali allo scopo di esprimere confronti, formulare classifiche di merito, assegnare punteggi ad un certo compito svolto in un certo modo, oppure no.
Dopo questo primo ed irrinunciabile passo, cioè aver stabilito che una valutazione è cosa buona e giusta, occorre formulare dei criteri oggettivi e cercare di seguirli in modo serio e senza né eccezioni né derive autoritarie. Purtroppo, sembra che recentemente in Italia sia invalsa la tendenza di considerare la valutazione come un qualcosa di estremamente semplice, che soltanto l’influenza della Casta impedisce di effettuare. Le mie principali impressioni sono fondamentalmente due: la prima, che si facciano ancora pochissimi tentativi di valutazione dell’efficienza del personale anche in casi dove sarebbe relativamente semplice farlo (un mio amico recentemente mi ha spedito un pacco che mi è arrivato dopo un mese, essendo rimasto dietro la porta dell’ufficio postale per quattro settimane, senza partire: in casi come questo l’accertamento delle responsabilità non dovrebbe essere difficile), la seconda è che manchiamo di tutto quel che ci serve alla valutazione, a cominciare dai criteri per farlo, e questo blocca un po’ tutto: o meglio dei criteri, per esempio per il numero minimo di pubblicazioni per le varie fasce di docenti universitari, sono stati stabiliti, ma spesso l’asticella è posta talmente in basso che praticamente tutti la superano.
Ma è necessario partire, in qualche modo.
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La guerra lercia

Scrive Concita De Gregorio su l’Unità:

Un assaggio della guerra che ci aspetta in autunno. Non sporca, lercia. La battaglia finale di un uomo malato, barricato nel delirio senile di onnipotenza che sta trascinando al collasso della democrazia un paese incapace di reagire: un uomo che ha comprato col denaro, nei decenni, cose e persone, magistrati, politici e giornalisti, che ha visto fiorire la sua impunità e i suoi affari dispensando come oppio l’illusione di un benessere collettivo mai realizzato. Dall’estero guardano all’Italia come un esempio di declino della democrazia, una dittatura plutocratica costruita a colpi di leggi su misura e di cavalli eletti senatori. Vent’anni di incultura televisiva – l’unico pane per milioni – hanno preparato il terreno. Demolita la scuola, la ricerca, il sapere. Distrutte l’etica e le regole. Alimentata la paura. Aggrediti i deboli.
È una povera Italia, un piccolo paese quello che assiste impotente all’assalto finale alle voci del dissenso condotto da un manipolo di body guard del premier armate di ministeri, di aziende e di giornali. L’ultimo assunto ha avuto il mandato di distruggere la reputazione del “nemico”. Scovare tra le carte gentilmente messe a disposizione dei servizi segreti, controllati dal premier medesimo, dossier personali che raccontino di figli illegittimi e di amanti, di relazioni omosessuali, come se fosse interessante per qualcuno sapere cosa accade nella vita di un imprenditore, di un direttore di giornale, di un libero cittadino. Come se non ci fosse differenza tra il ruolo di un uomo pubblico, presidente del Consiglio, un uomo che del suo “romanzo popolare” di buon padre di famiglia ha fatto bandiera elettorale gabbando milioni di italiani e chi, finito di svolgere il suo lavoro, va a letto con chi vuole – maggiorenne, sì – in vacanza con chi crede. La battaglia d’autunno sarà questa: indurre gli italiani a pensare che non c’è differenza tra il sultano e i suoi sudditi, tra il caudillo e i suoi oppositori. Non è così: la parte sana di questo paese lo sa benissimo.
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Berlusconi, o della Perdonanza negata

Scrive oggi Adriano Sofri su Repubblica, a commento dell’ennesima offensiva sferrata, a suon di querele, da S.B. contro la libertà di stampa:

[…] B., come succede, vuole vendere cara la pelle. E siccome è molto ricco, la venderà molto cara. L’inversione della sua politica degli ingaggi all’indomani della rotta – fuori Kakà, dentro Feltri – lo proclama. E già un solo giorno ha visto scattare la controffensiva così a lungo dilazionata del nuovo attacco. Gran colpi, combinati: la denuncia delle dieci domande di Repubblica alla magistratura, l’assalto molto sotto la cintura a Boffo, e con lui alla Chiesa cattolica romana, che dopotutto non aveva lesinato indulgenze ed elusioni nei confronti dello scandalo politico e civico, oltre che morale, del capo del governo. L’ostentata persuasione di poter forzare un qualche tribunale all’intimidazione della stampa libera, se non la pura disperazione, hanno ispirato la denuncia contro Repubblica: la quale non avrebbe desiderato di meglio che di discutere ovunque, e anche in un tribunale, di quelle domande senza risposta – o con la più nitida delle risposte- ripetute non a caso ostinatamente, in bilico fra una frustrazione e una determinazione catoniana. E insieme la scelta di distruggere in effigie il direttore del giornale dei vescovi italiani e di far intendere alla suocera vaticana che, quando si spingesse ad applicare a B. un centesimo della severità con cui maneggia le comuni presunte peccatrici, la guerra diventerebbe senza quartiere. A questa, chiamiamola così, strategia, presiede il principio secondo cui non c’è maschio, credente o no, laico o chierico, che non si possa prendere con le mani nel sacco di qualche magagna sessuale. (Maschio, dico, perché negli strateghi della controffensiva la guerra resta guerra fra maschi, e le digressioni servono tutt’al più a insultare le donne altrui o a sfregiare le proprie sospette di intelligenza col nemico). La Grande Berta, l’ho chiamata. Vi ricordate, la scena di artiglieria pesante all’inizio del Grande Dittatore. Naturalmente, possono fare molto male i tiri pesanti ad alzo zero. Possono davvero umiliare le persone e devastare le famiglie. B. non può rinfacciare a nessuno di aver attentato alla sua famiglia. Possono fare molto male, ma è difficile che possano prevalere, direi. Le due cannonate strategiche di giovedì, per esempio, denuncia contro Repubblica ed esecuzione sommaria di Boffo, all’una di venerdì avevano già fatto cancellare la famosa cena della Perdonanza. Alle 13,40 di ieri ci si chiedeva se Gheddafi non volesse togliersi lo sfizio – se ne toglie parecchi, avete visto- di disdire il pranzo con B., e tenersi graziosamente le Frecce tricolori. Nel tardo pomeriggio poi B. si è dissociato dal Giornale, cioè da se stesso. E domani è un altro giorno.

Ted Kennedy e la fine del liberalismo USA

Ted Kennedy

Scrive oggi con grande acume sul N.Y.T. Sam Tanenhaus:

“An important chapter in our history has come to an end,” Barack Obama said in his first public remarks on the death of Senator Edward M. Kennedy. “Our country has lost a great leader, who picked up the torch of his fallen brothers and became the greatest United States senator of our time.”

What Mr. Obama didn’t say — and perhaps didn’t need to — was that the closed chapter was the vision of liberalism begun by the New Deal of Franklin D. Roosevelt, extended during the Great Society of Lyndon B. Johnson and now struggling back toward relevance. It holds that the forces of government should be marshaled to improve conditions for the greatest possible number of Americans, with particular emphasis on the excluded and disadvantaged. It is not government’s only obligation, in this view, but it is the paramount one.