Meritocrazia

di Carlo Santulli

Una società non per pochi, quindi dove ci sia una reale uguaglianza di opportunità per tutti, è basata su qualcosa che, semplificando molto, definiamo come meritocrazia. Semplificando, perché un’impostazione meritocratica significa fondamentalmente cercare di scegliere il meglio in ogni situazione, allo scopo di ottenere il maggior beneficio possibile per la società.
Non è un compito facile, ma una prima e fondamentale differenza risiede nel fatto che si cerchi di valutare le prestazioni lavorative e professionali allo scopo di esprimere confronti, formulare classifiche di merito, assegnare punteggi ad un certo compito svolto in un certo modo, oppure no.
Dopo questo primo ed irrinunciabile passo, cioè aver stabilito che una valutazione è cosa buona e giusta, occorre formulare dei criteri oggettivi e cercare di seguirli in modo serio e senza né eccezioni né derive autoritarie. Purtroppo, sembra che recentemente in Italia sia invalsa la tendenza di considerare la valutazione come un qualcosa di estremamente semplice, che soltanto l’influenza della Casta impedisce di effettuare. Le mie principali impressioni sono fondamentalmente due: la prima, che si facciano ancora pochissimi tentativi di valutazione dell’efficienza del personale anche in casi dove sarebbe relativamente semplice farlo (un mio amico recentemente mi ha spedito un pacco che mi è arrivato dopo un mese, essendo rimasto dietro la porta dell’ufficio postale per quattro settimane, senza partire: in casi come questo l’accertamento delle responsabilità non dovrebbe essere difficile), la seconda è che manchiamo di tutto quel che ci serve alla valutazione, a cominciare dai criteri per farlo, e questo blocca un po’ tutto: o meglio dei criteri, per esempio per il numero minimo di pubblicazioni per le varie fasce di docenti universitari, sono stati stabiliti, ma spesso l’asticella è posta talmente in basso che praticamente tutti la superano.
Ma è necessario partire, in qualche modo.

Non che io sia entusiasta di come lo si è fatto nel caso delle università, iniziando con una bella graduatoria del genere di quelle che piacciono tanto ai giornali economici, che mette in alto le università virtuose ed in basso quelle viziose. O potremmo dire, dato che il criterio è finora, appunto, prevalentemente economico: in alto le formiche in basso le cicale.

A molta gente piacciono le classifiche, perché magari pensano che poi si faccia una serie A, una serie B, ecc., con promozioni, retrocessioni, spareggi, play-out e play-off, Biscardi, moviola, ecc., purtroppo però le università non sono squadre di calcio. Vediamo le differenze fondamentali:

  1. Tutte le squadre di calcio giocano in undici (d’accordo che poi le “grandi squadre” hanno una rosa di quaranta giocatori o più, e invece ci sono squadre di dilettanti che hanno undici elementi contati, e se va bene qualche ragazzino in panchina), mentre le università hanno dimensioni molto diverse tra loro, specialmente in Italia, tanto è vero che la Commissione Europea sta cercando di uniformarne le dimensioni il più possibile (seguendo queste disposizioni, per esempio, La Sapienza si sta trasformando in una serie di atenei consociati: è pensabile e sperabile che questa differente articolazione conduca ad una maggiore efficienza)
  2. Tutte le squadre di calcio giocano lo stesso sport con le stesse regole (al massimo c’è qualche giocatore più falloso di un altro), mentre le università sono articolate in facoltà e dipartimenti, che forniscono diversi titoli di laurea e laurea specialistica (è forse lapalissiano dirlo, ma mettere nella stessa classifica un’università dove non c’è la facoltà di medicina, che significa Policlinico e annessi costi, ed un’altra dove invece tale facoltà c’è, è un po’ come inserire qualche squadra di pallavolo nella classifica della Serie A di calcio: forse anche interessante, ma proceduralmente scorretto)
  3. Per le squadre di calcio l’obiettivo è uno solo, il gol (sono nato in un’epoca calcisticamente abbastanza anodina in cui il primo obiettivo era non prenderle, ma non mi sfugge tuttavia il fatto che senza gol non si va da nessuna parte), che poi viene da goal, cioè meta, obiettivo appunto. L’università obiettivi ne ha diversi, la formazione, che si esprime in qualità dell’insegnamento ed in aggiornamento continuo, e la ricerca, che si traduce in pubblicazioni di alto livello e brevetti industrialmente spendibili, ma in realtà già questa è una semplificazione, ancora una volta, perché è possibile definire una serie di sotto-obiettivi, per esempio la formazione di spin-off, cioè piccole società per l’industrializzazione di un brevetto di proprietà dell’università stessa, e si potrebbe continuare.

L’idea che modestamente mi sono fatta sul campo è che sull’esempio di quanto si fa in altri paesi, non è l’università che va messa in competizione con le altre, ma è il dipartimento (potendo, il gruppo di ricerca) in uno specifico campo, così per esempio il dipartimento di Ingegneria Ambientale dell’università X contro l’analogo dell’università Y: se i dipartimenti sono “tagliati” in modo diverso in diverse università, per esempio un dipartimento di Ingegneria Ambientale  comprenda anche, che so, l’Ingegneria Chimica, andrebbero confrontate specifiche parti di dipartimenti che si corrispondano.
E naturalmente bisognerebbe utilizzare dei criteri che non siano esclusivamente economici, ma coinvolgano il cuore dell’istituzione universitaria, cioè formazione e ricerca, e questo si può fare con un certo sforzo ed impegno di risorse (lungi da me il dire che sia semplice), ma con indubbio beneficio per la meritocrazia e per il nostro paese (ammesso che queste cose interessino a qualcuno).

Dopo aver esposto le differenze, però, devo ammettere che un notevole punto di contatto però tra l’università e le squadre di calcio in effetti c’è, ed è questo: tutti in Italia sanno come riformare l’università, come tutti sanno quale sarebbe la migliore formazione da mandare in campo.
Ci sono alcune frasi che sento spesso, e che mi sembrano indicative dell’umore della popolazione rispetto a questo problema. Le cito in ordine sparso:

  1. “Basta con tutte queste università, ne bastano poche, ma buone”: in Italia ci sono una settantina di università, contro le oltre cento del Regno Unito, le tredici della piccola e piatta (quindi fortemente interconnessa) Olanda, p.es., le circa 2000 degli Stati Uniti e le circa 1500 della Cina. Non sono così tante, in fondo: inoltre, non è che diminuendone il numero, le università diventerebbero automaticamente migliori, è ingenuo pensarlo, specie se stiamo ancora discutendo sui criteri di valutazione. Quel che accadrebbe, in un paese accidentato e con non eccessive vie di comunicazione come l’Italia, è che diminuirebbero gli studenti universitari: per fare un esempio, se sparissero le tre università della Calabria, non è detto che tutti gli studenti calabresi andrebbero a Salerno, a Napoli o nel Centro-Nord. Molti non frequenterebbero più l’università.
  2. Corollario del precedente: “A che servono tutti questi laureati? Non era meglio quando si laureavano in pochi?”. Oggi, grazie anche al sistema del 3+2, che non tutti i docenti universitari amano, ma che è stato reso necessario, e direi doverosamente, dal Trattato di Bologna, anche per favorire la mobilità a livello europeo, ci sono meno abbandoni, e i costi per studente laureato sono complessivamente minori. Si potrebbe discutere sulla preparazione dei nuovi laureati, ma in linea di massima che aumenti il livello medio certificato di istruzione è abbastanza positivo, specie considerando che i paesi che hanno pochissimi laureati in rapporto alla popolazione sono paesi in via di sviluppo con anche, e non a caso, un elevato livello di analfabetismo (perché se il vertice è più stretto, è facile lo sia anche la base).
  3. “Che senso hanno tutti quei corsi con pochi studenti? Sono solo uno spreco di soldi” Nonostante la nostra sia un’università di massa, ci sono, e direi per fortuna (e non so per quanto tempo ancora), casi in cui un docente non ha che pochi studenti a lezione: dando per scontato che il docente sia preparato, aggiornato, ecc. ecc., il che verrà accertato coi criteri di cui sopra, un docente con pochi studenti può conoscerli e seguirli meglio e può trovar tempo per far ricerca, non dovendo esaminare centinaia di studenti o correggere scritti di massa. Certo, gli ci vorranno dei fondi, pochi o molti a seconda delle strutture esistenti e della materia d’interesse, ma insomma un po’ di tempo potrà averlo a disposizione per pubblicare, supervisionare tesi, proporre brevetti, stringere collaborazioni scientifiche, ecc. ecc. D’altronde, se all’epoca dei ragazzi di Via Panisperna, Enrico Fermi avesse avuto trecento persone a lezione, da esaminare poi a fine corso, credo che altre difficoltà si sarebbero sommate a quelle strutturali croniche dell’università italiana, con effetti non necessariamente positivi sulla produzione scientifica del suo gruppo. Anche il genio richiede un po’ di spazio per esprimersi.
  4. “L’università deve fare la ricerca che interessa alle industrie”: questo è verissimo, non applicabile a tutti i campi certamente (è raro che un pur ottimo grecista interessi ad un’industria, al massimo forse ad una casa editrice), ma ha un senso. I problemi sono due, per come la vedo io: vendere servizi alle industrie, e lavorare in collaborazione va benissimo, però bisogna mantenere un minimo di autonomia; un progetto di ricerca collaborativa deve prevedere un prodotto finale, reale o anche virtuale (come per esempio un programma informatico), ma è necessario che l’università mantenga i propri spazi per fare ricerca accademica e quindi per far avanzare lo “stato dell’arte” scientifico e tecnologico. Se si fa solo quel che interessa alle industrie (ammesso che alle industrie italiane importi di qualcosa che assomigli alla ricerca) non si pubblica, non si va a congressi, perché non c’è tempo, in parole povere non si divulga (anche perché il segreto industriale lo impedisce), quindi si cessa di essere ricercatori universitari e si diviene qualcos’altro: dopo di che, l’immagine dell’università italiana è difficile che diventi più visibile in ambito mondiale.

Si potrebbe continuare, perché sono argomenti inesauribili, ma volevo soltanto mostrare da questi brevi cenni come sia un  problema serio che non ammette soluzioni improvvisate.

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