Nefertiti: una regina, ma soprattutto una donna

Nefertiti Aurora Alicino, editor in chief di Message in a Book, interessantissimo sito che ospita recensioni di  libri, interviste, notizie e articoli sul mondo della editoria italiana medio-piccola, recencisce un libro cui tengo molto, Nefertiti – L’amore di una regina eretica nell’antico Egitto di Jasmina Tesanovic, un’autrice il cui nome ricorre spesso sulle pagine di FP.

Scrive la Alicino:

Nefertiti è un alternarsi di prosa e poesia, presente e passato che si intrecciano e rispecchiano l’uno nell’altro, un libro molto particolare che, come afferma Bruce Sterling nella prefazione, “è chiaramente una litania intesa a risvegliare i morti”.
Un viaggio nel suggestivo mondo dell’antico Egitto, attraverso passioni e tormenti di una regina che è, prima di tutto, una donna.

Ritorno a Bassavilla per Danilo Arona

Esce oggi, nella collana Eclissi di Edizioni XII un libro notevole, Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona, uno dei nomi più in vista del panorama Horror/Fantasy/Noir italiano, scrittore, critico e giornalista.

Ritorno a Bassavilla ci porta tra le nebbie della più spettrale tra le città della nostra letteratura. Uno sguardo oltre l’apparenza confortante delle cose, tra storie – vere? – di fantasmi, resoconti dell’insolita attività investigativa dell’autore, e inquietanti fatti di cronaca nera. O nerissima. Spaccati che oscillano in equilibrio quantomai precario sul filo sottilissimo che separa la realtà (o quella che riteniamo tale) dall’Immaginario più disturbante.

Arona tiene fede alla sua fama di affabulatore diabolico, e senza mai abbandonare la sua vena ironica porta su carta il fascino magnetico delle storie raccontate sottovoce, tra vicoli scuri. Naturalmente di notte.

Non perdetelo.

Economie scolastiche

di Carlo Santulli

Qualche tempo fa parlavo del libro di Paolo Mazzocchini, “Studenti nel paese dei balocchi”, che mostrava efficacemente lo sgomento e la preoccupazione di un insegnante in una scuola dove la formazione conta sempre meno, mentre la burocrazia e le scartoffie sempre di più, in breve la “scuola del POF”, quel Piano dell’Offerta Formativa, che stabilisce, come ha scritto qualcuno in vena di freddure, quel che “poffiamo” fare in ambito scolastico, cioè (più seriamente) tutto ciò che la scuola offre all’utente, cioè all’alunno (al proposito non è sbagliato quanto dice l’autore, che mutare uno che deve imparare in uno che deve usufruire di un servizio, ne cambia profondamente la natura, sicché l’apprendimento viene declassato a caratteristica accessoria: ancora una volta, le parole sono importanti).
Avevo espresso perplessità su alcuni aspetti specifici della trattazione, ritenendo che la modernizzazione della scuola sia un’esigenza ineludibile e che sicuramente, specie in ambito tecnico-scientifico, i programmi vadano aggiornati e resi più compatibili con la realtà lavorativa di oggi: tuttavia non mi sfuggiva la serietà di approccio di Mazzocchini, che è un insegnante che vuole formare convenientemente i giovani ed in modo solido e non di facciata. Se queste sono le basi, mi dicevo, il “tiro”, per così dire, si aggiusta con relativa facilità. In tutto ciò, stavamo ancora parlando della scuola del ministro Fioroni: mi chiedevo come l’autore avesse vissuto il passaggio alla scuola di Mariastella Gelmini, sospettavo di conoscere la risposta ed offrivo in anticipo un abbraccio solidale.
L’autore molto gentilmente mi ha inviato alcuni suoi scritti, a cominciare dalla seconda edizione di “Studenti nel paese dei balocchi”, accresciuta di una lettera ai genitori proprio centrata sulla scuola attuale e sulla riforma in via d’esecuzione, per proseguire con “La scuola del P(l)of”, dizionario satirico dell’istruzione superiore italiana (come da sottotitolo), spesso icastico quasi di un furore fescennino e dedicato sarcasticamente a quei superiori che si prodigano affinché il lavoro dell’insegnante si possa svolgere nelle “peggiori condizioni possibili”. Mazzocchini è anche, oltre ad essere docente di lettere nelle scuole superiori e studioso di filologia classica, uno scrittore non banale, come dimostrato dalla raccolta di racconti uscita per Prospettiva nel 2007, “L’anello che non tiene”.
Sono una persona abbastanza aliena dall’invettiva, e non sarei forse capace, né probabilmente il mio stile vi si adatta, a scrivere un pamphlet piuttosto icastico, anzi due, quindi cerco di capire quale sia il comune denominatore del pensiero di Mazzocchini. Tante cose non le so, per esempio come e quanto si copi all’esame di maturità, tanto meno so se davvero gli insegnanti chiamati ad aggiornarsi non lo facciano, né sono sempre sicuro che il debito non si recuperi (amici insegnanti mi assicurano che ora lo si fa), però il grande male d’Italia, al di là di tutte le sfaccettature, è lo scollamento tra la teoria e la prassi che Mazzocchini evidenzia quasi ad ogni pagina: c’è la scuola teorica come risulta al ministero e c’è quella reale che popola i nostri giorni di alunni, genitori, insegnanti, ecc. La nostra scuola teorica credo sia la migliore del mondo: i POF, alcuni dei quali ho letto e conosco, sono un concentrato di concetti ed intenzioni nobili ed alte. La pratica non è esattamente così: questo accadeva anche quando studiavo io, ma adesso la differenza mi sembra maggiore (forse perché gli obiettivi sono assai più ambiziosi e i mezzi ancora più scarsi).
La scuola teorica, come il gas ideale, l’Araba Fenice, la ferrovia Passo Corese-Rieti, è un’idea bellissima e fascinosa: peccato soltanto che non esista, e nessuno sa se quest’obiettiva situazione cambierà in tempi compatibili con l’esistenza umana (perché, per quanto sempre più tecnologici, non siamo eterni ahinoi). A differenza delle altre chimere citate qui sopra, la scuola teorica ha tuttora dei ferventi apostoli che sono pronti a giurare che ci sia davvero, apostoli che sono collocati in modo equanime a destra e a sinistra e specialmente nei sindacati. E’ la stessa filosofia che fa ritenere che, spariti i bigliettai, tutti pagheremo diligentemente quanto dovuto, e che una stazione senza vigilanza (e senza quindi nessun tipo di sanzione applicata ai contravventori) rimanga intonsa e perfetta, magari pure pulita (nel senso che non si sporchi, non che sia previsto che qualcuno adempia a questo compito, perché bisognerebbe pagarlo, e noi vogliamo risparmiare).
Il POF è, da quel che capisco, lo specchio di questa ferma convinzione (che sarebbe commovente, se non fosse purtroppo indicativa di quel che noi italiani amiamo di più, e che Beppe Severgnini ha giustamente messo come titolo di un suo libro, la “bella figura”).
Tuttavia, è facile, e probabilmente semplicistico, dire che questo scollamento dipende dal nostro carattere nazionale: i caratteri nazionali si modificano, il caffè espresso come lo conosciamo è apparso circa nel 1930, eppure sembra che esista da mille anni, tanto è simbolico di un certo nostro modo di vivere. La verità è che siamo (in apparenza) colti da un’accidia monumentale nel ritenere che deve essere sempre così (per inciso: è inutile essere progressisti se si pensa che tanto non cambierà mai niente, caratteristica che mi sembra un altro dei paradossi italiani): in realtà, no, non è obbligatorio che sia sempre così, è che a molti, troppi, conviene ancora, almeno in apparenza che sia così.

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Philip Roth e l’insularità della cultura USA

Di recente è divampata una polemica, soprattutto negli USA, sulla presunta insularità della cultura americana.

Philip Roth, intervistato da Repubblica, commenta così la querelle:

È una polemica talmente ridicola che non riesco neanche a capirla. Io ritengo che la letteratura americana, dal dopoguerra ad oggi, sia stata la più importante del mondo, con autori come Faulkner, Hemingway e Bellow. E anche ai nostri giorni abbiamo scrittori di prim’ordine come Don DeLillo, E. L. Doctorow, Cynthia Ozick, Joyce Carol Oates e Toni Morrison. Mi sento in compagnia di colleghi eccellenti.

11 settembre 2001

US President Obama commemorates the bloodiest terror attack in American:

REMARKS BY THE PRESIDENT

AT WREATH-LAYING CEREMONY
AT THE PENTAGON MEMORIAL

The Pentagon
Arlington, Virginia

THE PRESIDENT:  Secretary Gates, Admiral Mullen and members of the Armed Forces, fellow Americans, family and friends of those that we lost this day — Michelle and I are deeply humbled to be with you.

Eight Septembers have come and gone.  Nearly 3,000 days have passed — almost one for each of those taken from us.  But no turning of the seasons can diminish the pain and the loss of that day.  No passage of time and no dark skies can ever dull the meaning of this moment.

So on this solemn day, at this sacred hour, once more we pause.  Once more we pray — as a nation and as a people; in city streets where our two towers were turned to ashes and dust; in a quiet field where a plane fell from the sky; and here, where a single stone of this building is still blackened by the fires.

We remember with reverence the lives we lost.  We read their names.  We press their photos to our hearts.  And on this day that marks their death, we recall the beauty and meaning of their lives; men and women and children of every color and every creed, from across our nation and from more than 100 others.  They were innocent.  Harming no one, they went about their daily lives.  Gone in a horrible instant, they now “dwell in the House of the Lord forever.”

We honor all those who gave their lives so that others might live, and all the survivors who battled burns and wounds and helped each other rebuild their lives; men and women who gave life to that most simple of rules:  I am my brother’s keeper; I am my sister’s keeper.

We pay tribute to the service of a new generation — young Americans raised in a time of peace and plenty who saw their nation in its hour of need and said, “I choose to serve”; “I will do my part.”  And once more we grieve.  For you and your families, no words can ease the ache of your heart.  No deeds can fill the empty places in your homes.  But on this day and all that follow, you may find solace in the memory of those you loved, and know that you have the unending support of the American people.

Scripture teaches us a hard truth.  The mountains may fall and the earth may give way; the flesh and the heart may fail.  But after all our suffering, God and grace will “restore you and make you strong, firm and steadfast.”  So it is — so it has been for these families.  So it must be for our nation.

Let us renew our resolve against those who perpetrated this barbaric act and who plot against us still.  In defense of our nation we will never waver; in pursuit of al Qaeda and its extremist allies, we will never falter.

Let us renew our commitment to all those who serve in our defense — our courageous men and women in uniform and their families and all those who protect us here at home.  Mindful that the work of protecting America is never finished, we will do everything in our power to keep America safe.

Let us renew the true spirit of that day.  Not the human capacity for evil, but the human capacity for good.  Not the desire to destroy, but the impulse to save, and to serve, and to build.  On this first National Day of Service and Remembrance, we can summon once more that ordinary goodness of America — to serve our communities, to strengthen our country, and to better our world.

Most of all, on a day when others sought to sap our confidence, let us renew our common purpose.  Let us remember how we came together as one nation, as one people, as Americans, united not only in our grief, but in our resolve to stand with one another, to stand up for the country we all love.

This may be the greatest lesson of this day, the strongest rebuke to those who attacked us, the highest tribute to those taken from us — that such sense of purpose need not be a fleeting moment.  It can be a lasting virtue.

For through their own lives –- and through you, the loved ones that they left behind –- the men and women who lost their lives eight years ago today leave a legacy that still shines brightly in the darkness, and that calls on all of us to be strong and firm and united.  That is our calling today and in all the Septembers still to come.

May God bless you and comfort you.  And may God bless the United States of America.

(The White House – Press Office – Remarks by the President at Wreath-Laying Ceremony at the Pentagon Memorial)

Sostenibilità sociale

sustain

Ricevo e volentieri pubblico un interessante contributo di Carlo Santulli sul tema della sostenibilità, stavolta intesa in senso “sociale”. Nei prossimi mesi è prevista la pubblicazione di un saggio-intervista nel quale si parlerà con il prof. Santulli di ambiente, biomimetica, design, sostenibilità e università.

Sostenibilità sociale

di Carlo Santulli

Recentemente, se andate in certe zone per esempio di Roma, trovate dei cartelli che dicono “Scuolabus a piedi”: si tratta di un’iniziativa dove degli operatori, più frequentemente delle operatrici, qualificate accompagnano i bambini a scuola: quella è solo una fermata, o per meglio dire il (oppure “un”) punto di raduno per questo bus virtuale. Non è soltanto un modo per risparmiare soldi da parte del Comune: è anche un qualcosa che è molto più efficiente (forse addirittura più rapido…) dello scuolabus convenzionale in certe situazioni, per esempio strade in forte pendenza e magari strette, a volte collegate con scalinate o passaggi semi-privati, sensi unici che costringono a giri tortuosi, zone fortemente intensive con brevi distanze “in linea d’aria” tra le abitazioni dei bambini (sto pensando a Monteverde…).

Lo scuolabus a piedi è una delle miriadi di possibili operazioni di sostenibilità sociale: spesso si pensa, sbagliando, che la sostenibilità sia un concetto collegato soltanto con risparmio di materiali ed energia e quindi minore inquinamento; in realtà, la sostenibilità è prima di tutto uno stile di vita: le ricadute positive (città più pulite, polmoni più sani, ecc.) sono la conseguenza di adottare uno stile di questo genere.

Magari sarà banale dirlo, però ci sono delle cose che nella nostra tradizione sono sempre esistite (anche se, duole dirlo, alcune stanno scomparendo) e sono abitudini perfettamente sostenibili: per esempio, passare gli abiti non ancora consunti dai figli maggiori ai minori (oppure al figli dei parenti o degli amici), o anche i giocattoli, oppure prestare e farsi prestare degli attrezzi di ferramenta, invece di comprarli (col risultato di un uso più intensivo), o andare solo se necessario in auto in un certo posto (p.es. sul comune posto di lavoro) e farlo occupando tutti i posti disponibili (quel che si chiama “car sharing”, perché, come sapete, ogni pratica efficiente si dice in inglese…).

Anche l’osteria, nel senso antico del termine, era un modo di ristorazione perfettamente sostenibile: invece di essere pronto a cucinare decine di piatti, l’oste tradizionalmente offriva ciò che aveva cucinato anche per sé e famiglia: questo sussiste ancora per esempio in posti molto isolati, ma difficilmente nelle grandi città. Non sto patrocinando l’abolizione dei ristoranti, soltanto dicendo che offrire sempre e comunque un gran numero di pietanze, senza sapere precisamente quanto serve preparare di ciascuna, porta inevitabilmente a gettare una gran quantità di cibo (anche se ovviamente ogni ristoratore cerca di minimizzare tali sprechi). “Mangia quel che hai nel piatto” è una regola in accordo con la sostenibilità (posso dire che, nella media, quel che ci viene offerto, al ristorante o a casa, è perfettamente mangiabile, in ogni modo abbiamo un gran numero di organi e persone preposte a vigilare che lo sia).

Una pratica sostenibile sono anche gli orti “di massa”, dove si affitta un pezzettino di terreno per uno per una piccola quota, e si piantano di solito verdura e tuberi (c’è chi si spinge anche fino a piccoli alberi da frutto, se permesso), col vantaggio di scambiare le produzioni tra vicini, ove troppo abbondanti (io potrei avere raccolto cinque chili di zucchine ed ambire ad avere un paio di melanzane dal mio vicino d’orto). Si dice tra gli orticoltori alle prime armi che, per non essere delusi, convenga piantare delle patate: le patate non tradiscono mai (poi per i bambini è molto divertente l’estrazione dal terreno, proprio sotto la pianta quasi appassita, dove non ci si aspetterebbe proprio niente…).

Gli esempi possibili sono centinaia, tutti accomunati dal fatto che, oltre che migliorare l’ambiente fisico, si migliora anche quello sociale (l’offerta di un servizio implica sempre una relazione che magari prima non esisteva, il che senz’altro migliora anche la convivenza tra noi): la comunicazione, pur tra screzi e difficoltà, è sempre meglio che l’isolamento. Ne faccio alcuni: bibliotechine con libri messi in comune dal vicinato, spese a turno al supermercato (ovviamente con un’auto ed un viaggio, e non molte auto e molti viaggi), “banche del tempo”, uso collettivo di locali sfitti per laboratori d’arte, “ospitalità” di panni di altre persone del vicinato, dietro un piccolo compenso, nella nostra lavatrice solo mezza piena. Alcune sembrano idee estrose, altre le “digeriamo” meglio, forse. Comunque, le pratiche socialmente sostenibili stanno diventando un qualcosa che vale la pena di conoscere meglio, e presuppone, banalmente, ma in modo essenziale, un grado di appartenenza ad una comunità, sentirsi cioè parte di qualcosa e vincolati da obblighi reciproci di vicinato.

Ci sono libri che ne trattano, meglio ed in modo più ampio di come posso fare io, e ci sono addirittura programmi dell’Unione Europea volti allo sviluppo di queste “sustainable practices”: ci sono siti che danno esempi di come e cosa fare (http://www.sociallysustainable.com) e c’è per esempio il blog di Ezio Manzini, che è un designer come formazione, e crede fortemente, e con ragione, che la sostenibilità sociale si possa progettare, non nel senso di obbligare la gente a far ciò per cui non si sente pronta, ma nel senso di compiere un’operazione come quelle che il design è chiamato a fare: individuare e risolvere problemi pratici della vita di ogni giorno con soluzioni creative e, sì, anche eleganti e funzionali. In certo senso, come Manzini puntualizza, il designer professionale si trova a vivere oggi in una società in cui chiunque progetta, magari non con un processo formale, dal brief al concept all’utilizzo ed alla selezione dei materiali, fino all’ingegnerizzazione ecc., ma nel senso che ha dei problemi pratici di cui cerca la soluzione, spesso da solo, senza aver idea che questa potrebbe essere a portata di mano, se soltanto creassimo una rete efficiente ed affidabile di collaborazioni.

Io vedo anche un altro significato in queste pratiche di sostenibilità sociale, ed è quello di sentirsi veramente parte del cambiamento in meglio della società (in piccolo, ma in concreto); bisogna lasciarsi alle spalle l’epoca della passività, simboleggiata dalla televisione e dai giornali tradizionali, ed imboccare la strada dell’interconnessione e delle reti diffuse: non ne beneficerà solo l’ambiente, ma anche noi stessi.

Ugo Gregoretti e la tv di oggi

Ugo Gregoretti e Pier Paolo Pasolini

Giorni fa quel personaggio quasi leggendario che risponde al nome di Ugo Gregoretti, intervistato da l’Unità sulla situazione della televisione in Italia, ha dichiarato:

Giusto l’altro giorno ho visto un programma che mi è sembrato la metafora perfetta dello stato attuale della Rai. Era la consegna di un premio giornalistico ad Amalfi, con annessi balletti scosciati e un pubblico di notabili con le facce da stronzi e le mogli mignottesche, sul genere velina attempata. Un prestigiosissimo premio mai sentito nominare consegnato a giornalisti sconosciuti. Ma qualcuno avrà avuto il potere politico di imporre questa cagata, immagine perfetta della squallida e cafona Italia di oggi. Basti pensare ai giovani industriali che hanno applaudito il Basso Impuro, sganasciandosi alle sue allusioni alle veline, alle puttane, agli amori, alle corna. E questa sarebbe la nuova classe dirigente, questa banda di pizzicagnoli…».