Economie scolastiche

di Carlo Santulli

Qualche tempo fa parlavo del libro di Paolo Mazzocchini, “Studenti nel paese dei balocchi”, che mostrava efficacemente lo sgomento e la preoccupazione di un insegnante in una scuola dove la formazione conta sempre meno, mentre la burocrazia e le scartoffie sempre di più, in breve la “scuola del POF”, quel Piano dell’Offerta Formativa, che stabilisce, come ha scritto qualcuno in vena di freddure, quel che “poffiamo” fare in ambito scolastico, cioè (più seriamente) tutto ciò che la scuola offre all’utente, cioè all’alunno (al proposito non è sbagliato quanto dice l’autore, che mutare uno che deve imparare in uno che deve usufruire di un servizio, ne cambia profondamente la natura, sicché l’apprendimento viene declassato a caratteristica accessoria: ancora una volta, le parole sono importanti).
Avevo espresso perplessità su alcuni aspetti specifici della trattazione, ritenendo che la modernizzazione della scuola sia un’esigenza ineludibile e che sicuramente, specie in ambito tecnico-scientifico, i programmi vadano aggiornati e resi più compatibili con la realtà lavorativa di oggi: tuttavia non mi sfuggiva la serietà di approccio di Mazzocchini, che è un insegnante che vuole formare convenientemente i giovani ed in modo solido e non di facciata. Se queste sono le basi, mi dicevo, il “tiro”, per così dire, si aggiusta con relativa facilità. In tutto ciò, stavamo ancora parlando della scuola del ministro Fioroni: mi chiedevo come l’autore avesse vissuto il passaggio alla scuola di Mariastella Gelmini, sospettavo di conoscere la risposta ed offrivo in anticipo un abbraccio solidale.
L’autore molto gentilmente mi ha inviato alcuni suoi scritti, a cominciare dalla seconda edizione di “Studenti nel paese dei balocchi”, accresciuta di una lettera ai genitori proprio centrata sulla scuola attuale e sulla riforma in via d’esecuzione, per proseguire con “La scuola del P(l)of”, dizionario satirico dell’istruzione superiore italiana (come da sottotitolo), spesso icastico quasi di un furore fescennino e dedicato sarcasticamente a quei superiori che si prodigano affinché il lavoro dell’insegnante si possa svolgere nelle “peggiori condizioni possibili”. Mazzocchini è anche, oltre ad essere docente di lettere nelle scuole superiori e studioso di filologia classica, uno scrittore non banale, come dimostrato dalla raccolta di racconti uscita per Prospettiva nel 2007, “L’anello che non tiene”.
Sono una persona abbastanza aliena dall’invettiva, e non sarei forse capace, né probabilmente il mio stile vi si adatta, a scrivere un pamphlet piuttosto icastico, anzi due, quindi cerco di capire quale sia il comune denominatore del pensiero di Mazzocchini. Tante cose non le so, per esempio come e quanto si copi all’esame di maturità, tanto meno so se davvero gli insegnanti chiamati ad aggiornarsi non lo facciano, né sono sempre sicuro che il debito non si recuperi (amici insegnanti mi assicurano che ora lo si fa), però il grande male d’Italia, al di là di tutte le sfaccettature, è lo scollamento tra la teoria e la prassi che Mazzocchini evidenzia quasi ad ogni pagina: c’è la scuola teorica come risulta al ministero e c’è quella reale che popola i nostri giorni di alunni, genitori, insegnanti, ecc. La nostra scuola teorica credo sia la migliore del mondo: i POF, alcuni dei quali ho letto e conosco, sono un concentrato di concetti ed intenzioni nobili ed alte. La pratica non è esattamente così: questo accadeva anche quando studiavo io, ma adesso la differenza mi sembra maggiore (forse perché gli obiettivi sono assai più ambiziosi e i mezzi ancora più scarsi).
La scuola teorica, come il gas ideale, l’Araba Fenice, la ferrovia Passo Corese-Rieti, è un’idea bellissima e fascinosa: peccato soltanto che non esista, e nessuno sa se quest’obiettiva situazione cambierà in tempi compatibili con l’esistenza umana (perché, per quanto sempre più tecnologici, non siamo eterni ahinoi). A differenza delle altre chimere citate qui sopra, la scuola teorica ha tuttora dei ferventi apostoli che sono pronti a giurare che ci sia davvero, apostoli che sono collocati in modo equanime a destra e a sinistra e specialmente nei sindacati. E’ la stessa filosofia che fa ritenere che, spariti i bigliettai, tutti pagheremo diligentemente quanto dovuto, e che una stazione senza vigilanza (e senza quindi nessun tipo di sanzione applicata ai contravventori) rimanga intonsa e perfetta, magari pure pulita (nel senso che non si sporchi, non che sia previsto che qualcuno adempia a questo compito, perché bisognerebbe pagarlo, e noi vogliamo risparmiare).
Il POF è, da quel che capisco, lo specchio di questa ferma convinzione (che sarebbe commovente, se non fosse purtroppo indicativa di quel che noi italiani amiamo di più, e che Beppe Severgnini ha giustamente messo come titolo di un suo libro, la “bella figura”).
Tuttavia, è facile, e probabilmente semplicistico, dire che questo scollamento dipende dal nostro carattere nazionale: i caratteri nazionali si modificano, il caffè espresso come lo conosciamo è apparso circa nel 1930, eppure sembra che esista da mille anni, tanto è simbolico di un certo nostro modo di vivere. La verità è che siamo (in apparenza) colti da un’accidia monumentale nel ritenere che deve essere sempre così (per inciso: è inutile essere progressisti se si pensa che tanto non cambierà mai niente, caratteristica che mi sembra un altro dei paradossi italiani): in realtà, no, non è obbligatorio che sia sempre così, è che a molti, troppi, conviene ancora, almeno in apparenza che sia così.

Un paese in cui l’autobus si paga se e solo se passa il controllore (per imperscrutabili motivi sindacali ed organizzativi, è tuttora raro che l’autista possa vendere i biglietti: non in molte città almeno) rappresenta efficacemente questo scollamento: tra l’altro i controllori sono molto prevedibili, salgono solo a certe fermate e non ad altre, sono di solito in tre (almeno a Roma) quindi si vedono da un chilometro di distanza. Tutto giusto: certo è inutile lamentarsi che i mezzi non funzionano se in tanti non paghiamo il biglietto e quindi gli incassi sono scarsi. Ma tutto questo è nato perché un giorno qualcuno ha deciso di abolire i bigliettai, senza pensare se e come sarebbe stato possibile verificare il pagamento del biglietto; un altro giorno qualcun altro ha deciso di chiudere le stazioni ferroviarie di tanti piccoli e meno piccoli paesi, e di lasciarle “impresenziate”, senza pensare che sarebbero state vandalizzate, magari rese pericolose dall’assenza di sorveglianza. Questi sono due esempi di finto “risparmio”, che si traduce alla fine in un disagio maggiore ed in un ulteriore spreco delle risorse che tale economia dovrebbe liberare, sicché curiosamente diventa in ultima analisi una fonte di spesa maggiore, per riparare i danni, per la perdita di credibilità e di prestigio delle istituzioni e delle aziende, oppure semplicemente per i soldi persi da biglietti non pagati.
Le finte economie possono andare avanti ad libitum, anche nella scuola: si potrebbe anche decidere che in fondo le posate non sono necessarie per mangiare, questo ridurrebbe in apparenza il costo della refezione scolastica (con problemi di igiene, ma vabbé…); già è qualche tempo che la carta igienica è ritenuta un genere voluttuario nei bagni degli edifici scolastici, e sono le famiglie che devono provvedere a portare qualche rotolo al mese. E si potrebbe continuare.
Il risparmio, che potremmo chiamare, e per l’esempio illustrato in precedenza, e diciamo pure anche per l’indubbia qualità filosofica della proposta, “economia della carta igienica”, è passata, in ambito scolastico, dopo l’avvento del ministro Gelmini, da una fase approssimata ed empirica ad una deterministica e consequenziale: si taglia questo, e quindi non serve nemmeno quello, e quello e quello… Non nascondo che è un passo epocale, quando si evolve (o si involve) da dati sparsi ad una trattazione solida e robusta, un passo che secondo Mazzocchini (e anche secondo me, in verità) porterà all’annientamento della nostra scuola statale. Ormai il principio è enunciato e chiaro: si faccia qualunque cosa, purché non costi nulla e faccia risparmiare (all’inizio, ma “in the long run we are all dead”, come diceva Keynes, e quindi chissenefrega…); tutto ciò che costa qualcosa, sia eliminato. Nessun interesse per la didattica, la pedagogia, ecc.: soltanto la mera constatazione, che è sempre più diffusa in giro per le nostre città e paesi, grazie alla “meritoria” opera dell’informazione televisiva, che finalmente si torna indietro, a quella mitica età dell’oro, e che finalmente i fannulloni se ne vanno a casa. Corollario di tutta questa filosofia è che la scuola, con buona pace di chi ci crede ancora, è istituzione di scarso peso ed importanza nel nostro mondo.

Ora, io non credo, ad essere onesto, che uno che sia un fannullone, una specie di Lucignolo (la discussione politica sull’istruzione è ormai regredita a livelli che anche Mangiafuoco troverebbe un pochino rozzi, quindi permettetemi il paragone), non farebbe certo il professore: sedere in classe di fronte ad alunni non sempre disciplinati, partecipare a riunioni, spesso prolisse, compilare una gran messe di documenti, non sono condizioni favorevoli allo sviluppo del fannullonismo. Sarebbe certo meglio un mestiere senza orario né lezioni né contatto col pubblico (tanto meno se questo è costituito da alunni e genitori). Aggiungiamoci poi che per fare il fannullone un professore deve studiare per lunghi anni e capirete l’insensatezza della manovra: perde i migliori anni per poltrire, quelli dell’adolescenza e della giovinezza.

Naturalmente sto scherzando, anche se amaramente, ma vorrei solo ricordare, a quelli che magnificano il tempo passato, che questa bistrattata scuola statale ha avuto un’importanza capitale nella nostra storia; basta tornare indietro di un secolo; all’inizio del ‘900, diciamo nel 1911, anno di censimento, in buona parte del Centro-Sud (a Roma no, ma solo per la notevole presenza di religiosi e religiose) ed in parte del Nord-Est gli analfabeti erano oltre la metà, con punte fino al 70-75% in certi circondari lucani e calabresi (i dati sono disponibili per esempio su “Maestri e istruzione popolare in Italia tra Otto e Novecento”, a cura di Roberto Sani e Angelino Tedde, Edizioni Vita e Pensiero, 2003).
So bene che l’Italia è stata unificata dalla televisione, di cui nessuno nega il potere quasi “taumaturgico”, ma anche la scuola ha avuto un suo ruolo, tanto è vero che nei primi anni ’50, ben prima dell’avvento della TV, la situazione era già profondamente mutata, e l’analfabetismo era arretrato vistosamente. Pensiamoci bene prima di risparmiare soldi in questo modo: ci troveremo tra qualche anno di fronte ad amare sorprese, che fiocchino i cinque in condotta o fioriscano le pagelle su Internet o meno. Ma può darsi che ci interessi di più la televisione, o il campionato di calcio: nella vita, è sempre una questione di scelte. E chi ama il proprio paese (ma direi anche l’umanità nel senso più lato) è oggi tenuto a dare la propria opinione. E non è vero secondo me che Mazzocchini non proponga un’idea di riforma: investire nell’istruzione, ed in quella vera e seria, è un’idea eccome (ma forse i professori non devono averne, di idee!).

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