Siamo tutti manager (anche i ministri…)

di Carlo Santulli

Conosco molte persone che hanno la passione per le ferrovie. Perché ce l’ho anch’io, e, tempo e vita permettendo, è bello a volte frequentare le persone che condividono qualcosa con noi.
Alle volte però mi stupisco, perché sempre più spesso, li sento ragionare come dei manager. Sapete, i manager, quelli che…“le cose si potrebbero fare, però non ci sono i soldi, e poi non conviene”.

Sul lavoro, capisco che possa essere necessario pensare in questo modo: nel tempo libero, ed anche in passatempi come questa cosa strana e un po’ bizzarra delle ferrovie (strana e bizzarra per i non-adepti, ovviamente), mi sembra curioso, interessante. E’ come se ci piacesse molto una ragazza che sappiamo da segni certi ricambia il nostro sentimento e, non avendo niente di particolare da fare, decidessimo, senza nessuna costrizione esterna, cioè liberamente, di starcene chiusi in casa, da soli e un po’ tristi.

Faccio un esempio pratico: io, se fossi ministro dei trasporti, farei ricostruire anche il tram di Ferentillo, prolungandolo fino a Visso, facendolo incrociare a Sant’Anatolia con la rediviva linea Spoleto-Norcia, di cui discuterei se fargli valicare l’Appennino, incontrando ad Ascoli Piceno la linea che sale da San Benedetto del Tronto. (È evidente che non avrò mai tale carica).
Certo, poi ci sarebbe qualche manager che mi accuserebbe di sprecare soldi, perché la Valnerina è stretta e non esageratamente popolata, poi anche gli ambientalisti sarebbero contro di me (mentre se avessi costruito un’autostrada, non troverebbero nulla da eccepire: mi arrogo il diritto a tre cattiverie, e questa è la prima), e figuriamoci gli automobilisti, i sindaci, eccetera.
Devo ammetterlo: soltanto l’idea di creare il punto d’interscambio a Sant’Anatolia di Narco mi metterebbe in grande fermento ed eccitazione. Perché sono un appassionato, e metto il cuore davanti al portafoglio: questo nella vita crea dei problemi, ma credo, permettetemi la presunzione, di vivere meglio che se passioni non ne avessi.
Mi stupisce, come dicevo, che sempre più persone, che pure privatamente hanno passioni, in pubblico (anche un pubblico di dimensioni modeste, diciamo una tavolata) parlano soltanto col bilancino dell’economista. Che finanziariamente certe cose non si possano fare, è compito dei manager il dimostrarcelo (e, se permettete, compito nostro di verificare, per quanto possiamo): che però noi da soli ci si dia la zappa sui piedi, giurando e spergiurando di essere i primi a non credere alla risurrezione dei vari tram di Ferentillo di cui è costellata la nostra vita, mi sembra, perdonate, un po’ sciocco.

Così succede nel caso della formazione e della ricerca oggi: tutti stigmatizzano lo spreco che ci sarebbe stato dagli anni ’70 in poi. Vogliamo parlare delle infrastrutture scolastiche nel dopoguerra? O di quante università fossero attive sul territorio nazionale nel 1970? Niente da fare: la convinzione, da destra e da sinistra, è che ci siano troppi corsi universitari, e che l’istruzione costi parimenti troppo allo stato. Lo dice il ministro, e va bene, cioè non va bene, perché non ha la minima competenza per farlo, avendo un curriculum praticamente nullo (e specialmente, dato che le mancano persino le basi più semplici, un po’ del buon vecchio “buonsenso”).
Ricordo l’imbarazzante proposta di non ammettere gli studenti all’esame di maturità nel caso avessero anche una sola insufficienza. E tutti gli economisti da Trattoria degli Amici e da Bar Sport a dire: “Sì, è giusto, un po’ di rigore finalmente, basta con questi giovani d’oggi…” (noto per inciso che l’argomentazione riassumibile nell’espressione “ai miei tempi…” risale che io sappia almeno ad Aristofane, ma non è escluso che già gli Egizi ed i Sumeri si lamentassero di quei lavativi dei loro figli e nipoti).

In pratica che cosa succederebbe adottando la brillante proposta? Che forse metà della classe, in bilico sul sei in una o più materie, smetterebbe di studiare. Tanto la proposta non prevede nessuna flessibilità (ovviamente…), per cui è uguale che uno abbia quattro solo in matematica, poniamo, perché proprio non la capisce, ma sia sufficiente in tutte le altre materie, oppure abbia sei o sette insufficienze, perché della scuola non gliene importa nulla. Molto educativo, davvero.
Siccome mi sembra che oggi si capiscano meglio esempi legati al calcio, sarebbe come se si decidesse che le squadre della classifica di serie A dalla settima posizione in giù (su venti squadre totali) vengono retrocesse. Immaginate facilmente che le ultime tre o quattro squadre smetterebbero di giocare sul serio circa a metà campionato, ed altre tre o quattro pian piano qualche settimana dopo.
A meno che… a meno che naturalmente (dato che siamo esperti nei compromessi) non si dia “sei” a tutti, meno che (forse) a quei pochi studenti per classe che non fanno proprio nulla. Alla faccia del rigore e della serietà.

Da un sondaggio di University.it, risulta che il 79% dei partecipanti vuole che “Si torni ai corsi universitari di cinque anni, pochi ma buoni” (sic). Proposta seducente ed applicabile ad altri campi: siccome a me il calcio (vedi sopra) è abbastanza indigesto per conto mio basterebbe ed avanzerebbe una serie A con quattro squadre ed una serie B (voglio rovinarmi) con sei. Un mesetto di partite all’anno e sarebbe finito tutto.

Dato che il sondaggio era orientato proprio a fornire questa risposta (si sa bene che scrivendo le domande in un certo modo, si ottiene il risultato voluto), mi è venuto in mente che anch’io potrei indirne uno, naturalmente orientato ed assolutamente non obiettivo, per cercare di capirci un po’ di più (ma in realtà per portare tutti quanti dalla mia parte), per esempio sugli studi in ingegneria, che conosco un po’ meglio del resto dell’università.

Il mio sondaggio sarebbe costituito da questa unica e sola domanda.
Un corso universitario in ingegneria è formativo se:
1. Insegna ciò che interessa alla Confindustria
2. Fa un grande uso di equazioni differenziali e di matematica superiore, prescindendo completamente dall’applicazione pratica di tale teoria
3. Fornisce competenze (teoriche e pratiche) utili per la professione nel senso più generale

È ovvio che, essendo 1. e 2. formulate in modo abbastanza provocatorio (se trovate che non lo siano, c’è da preoccuparsi…), la risposta che io auspicherei è la 3.
Immagino che il ministro propenda per la risposta n.1, sulla quale vedo due problemi (anche senza esporla in modo provocatorio, per esempio sostituendo a “la Confindustria” la dicitura “le aziende”):
a. “Le aziende” non esistono, come non esistono “I giovani”, esiste invece la FIAT, l’Ansaldo, la fabbrica di biscotti e quella di scolapasta, ecc. ecc., ed esistono Martina, Francesco, Luigi, Veronica, ecc.: da questo ne consegue che le aziende non hanno nessuna volontà comune, tranne che (forse) di assumere gente giovane e pagarla poco (seconda cattiveria)
b. Insegnando solo questo, non si formerà nessuno che faccia ricerca, in pratica l’università si condanna così all’auto-estinzione (io credo che questo sia l’obiettivo reale del ministro, come prestanome di interessi più grandi, da cui la propensione per la risposta n.1, ma faccio finta di non saperlo)

La risposta n.2 piace (ancora) ad alcuni accademici che fanno (sempre meno in verità) dotte prolusioni di utilità pratica discutibile: era l’approccio che ricordo presente in modo significativo quando  frequentai l’università io venticinque anni fa circa, per cui si tendeva a volte al massimo livello di astrazione (anche se ricordo molti ottimi docenti). In altri paesi non era, e non è così: c’è più concretezza.
Certo, sull’opinione pubblica ha tuttora fascino il professore che parla a braccio e scrive formule incomprensibili per quasi tutti alla lavagna, ovviamente col gesso. Questo piace specialmente, devo ammetterlo, a coloro che non frequentano al momento l’università, o forse non l’hanno mai fatto, per il semplice motivo che non devono presentarsi agli esami senza aver capito granché (questa era a volte la mia sensazione, non sempre per fortuna suffragata dai fatti e dal voto).
C’era recentemente chi si lamentava in una rubrica di lettere al Direttore, mi sembra su “Il mattino”, che i professori oggi non sapessero spiegare che con le slide di Powerpoint. Non posso garantire per tutti i colleghi, ma la verità è comunque un’altra: che con gli strumenti informatici si spiegano molte più cose nello stesso tempo e si rischia meno di sbagliare (e non è che prima non si sbagliasse…). E poi…lo studente disattento non può dire che di tale argomento non si è parlato, almeno brevemente, a lezione.
In Italia vige però ancora la mitologia del “luminare”, quello che sa tutto, sempre, e che parla ovviamente a braccio (perché il modello di scienziato prediletto a livello popolare -basta vedere le fiction televisive italiane- non è, che so, Giulio Natta o Richard Feynman, ma un incrocio tra Pico De Paperis e la Sibilla Cumana). Confesso che mi preoccupano quelli che sanno tutto, senza aver dubbi (non mi curerei da un medico che non riflette prima della diagnosi: spero che non ne esistano, fuori dalle fiction). L’apprendere è sempre un processo collettivo, di comunicazione, scambio e  collegamento tra fatti e nozioni, e non l’effetto di un’irradiazione (io infondo la mia scienza su di te). Non confondiamo una lezione universitaria con la Pentecoste (anche perché dà molta più soddisfazione avere studenti reattivi ed intelligentemente critici, non persone che “si abbeverano alla scienza”, come qualcuno ancora dice, a volte nemmeno umoristicamente). E d’altronde, restando in ambito evangelico, Gesù ha fatto fondare la Chiesa a Pietro, un uomo tormentato dai dubbi e dai ripensamenti, che piange (un Papa che piange…), che sbaglia (un Papa che sbaglia…) e si pente, tre caratteristiche di un’anima che ama davvero. Mi sembra che allora avessero le idee molto più chiare di oggi (forse perché non c’era la TV: terza ed ultima cattiveria).

Torniamo a noi: nel fornire competenze sempre più utili e criticamente elaborate, l’università sta facendo notevoli passi avanti: ovviamente questo non piace a tutti, ai “vecchi dentro” (destra o sinistra non importa) che ci governano, per cui c’è un vero e proprio attacco frontale contro di essa, in modo da farla diventare non tanto simile al modello 2. (che in fondo non sarebbe male, se non altro si eserciterebbe la mente), ma piuttosto al modello 1. E da questo, rapidamente, al modello 0, quello delle supernove (o forse sto esagerando: diciamo quello della Acme esplosivi di Wil Coyote).

Colpo di scena finale: anche se abbiamo un ministro in apparenza giovane che fa una politica vecchia (anche ma non solo in quanto dettata dai vecchi), finita e fuori dai tempi, penso che ci salveremo, anche tra molti altri sondaggi pilotati e molto altro plagio televisivo e giornalistico. Ho molta fiducia nei giovani d’oggi, a differenza di tanti, da Aristofane in giù, per alcuni fatti che non mi sembrano contestabili. Per esempio, molti tra loro hanno ben chiara la dimensione europea, se non mondiale, dei fenomeni che li investono (e non penso soltanto alle crisi finanziarie). Figli e nipoti di generazioni che viaggiavano poco e per necessità, mi sembra ci siano parecchi tra loro che si muovono con uno spirito diverso, più consapevole. Certo, questo comporta dei rischi, ma anche l’immobilità, in sé, è pericolosa e crea i vari campanilismi e razzismi che nascono dalla mancanza di desiderio, innanzitutto di desiderio di capire: cercare di comprendere non è ancora comprendere, ma dimostra buona volontà e va premiato.
L’importante è che i giovani non guardino il mondo con gli occhi di coloro che li hanno preceduti: per vedere le cose diverse occorre prima di tutto uno sguardo nuovo.

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Un pensiero su “Siamo tutti manager (anche i ministri…)

  1. Lucido, concreto e visionario allo stesso tempo. Il giudizio sui giovani lo condivido in pieno, e poi, guai se i giovani facessero e pensassero cose che piacciono ai vecchi, sarebbe la fine del progresso.

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