Black Sabbath, un addio

Sabato 4 febbraio i Black Sabbath si sono esibiti in quello che è stato purtroppo l’ultimo concerto del The End Tour – partito negli USA a gennaio 2016 – a Birmingham, dove è nato il gruppo quasi cinquant’anni fa, nel lontano 1968.

Il loro ultimo, ottimo album è stato 13: a suo tempo naturalmente me ne occupai, sulle pagine di Graphomania.

A questo link la recensione:

http://blog.graphe.it/musica/13-il-ritorno-dei-black-sabbath

David Bowie, No plan

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Dopo l’ubriacatura nazionalpopolare, e diciamocelo pure, tendente al trash più scatenato, del Festival di Sanremo 2017, torniamo alla musica vera.

In questo caso quella, mai deludente, del Duca Bianco, David Bowie. È uscito qualche settimana fa No Plan, un EP (un disco comprendente un numero di brani ridotto rispetto al Long Playing o al CD) importante. L’album contiene tre canzoni appartenenti al musical Lazarus: No Plan, Killing a Little Time e When I Met You. Sono molto belle, in linea con l’ultima, incantevole produzione di Bowie, lo struggente Blackstar.

Dell’album e di altre cose – le incredibili trashate del Grammy Awards 2017, per esempio – si parla sul blog magazine Graphomania.

Addio a Giusto Pio

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Giusto Pio e Franco Battiato nei primi anni ’80

Ieri, all’età di novantuno anni, è scomparso Giusto Pio. Violinista di grandissima abilità tecnica, arrangiatore e compositore tra i più raffinati, colto ma mai noioso, ha legato indissolubilmente il suo nome a quello, più noto al grande pubblico, di Franco Battiato.

È proprio alla collaborazione con Giusto Pio che Battiato deve in gran parte il successo tanto a lungo inseguito fin dalla fine degli anni ’60 e raggiunto solo agli inizi degli anni ’80 con La voce del padrone, album fortunatissimo – vendette oltre un milione di copie, una cifra impensabile per lo scricchiolante mondo discografico di oggi, e non solo per gli artisti di casa nostra – del 1981.

Ma l’impronta di Giusto Pio, quel suono inconfondibile di violino suonato come una sorta di Joe Satriani del violino, è ben presente e direi quasi dominante già nei 2 album precedenti di Battiato, L’era del cinghiale bianco del 1979 e Patriots dell’anno seguente.

Assieme alla chitarra strepitosa di Alberto Radius (ex Formula Tre) e alle splendire tastiere di Filippo Destrieri il nuovo sound di Battiato – popolare ma allo stesso tempo sofisticato – Giusto Pio riuscì a traghettare Battiato dal progressive e dalla musica elettronica alla Stockhausen al mondo delle radio e dei juke-box.

La collaborazione con Battiato si protrarrà sino ai primi anni ’90: Giusto Pio arrangerà, dirigerà l’orchestra, farà cantare il suo violino e sarà insomma una presenza fondamentale nella musica di Battiato.

E infatti la sua mancanza, negli anni seguenti, si avvertirà, lasciatemelo dire.

Il critico? Una razza in via di estinzione

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Oscar Wilde

Una questione, ahimè spinosa, forse perchè nel mio piccolo riguarda chi, come il sottoscritto, si ostina a recensire con grande sprezzo del pericolo – anzi dell’insulto – libri, dischi, film ecc.: il valore della critica nell’era del Web e dei social network.

Il parere del lettore/spettatore/ascoltatore, espresso a volte in tempo reale durante la lettura di un libro, ma anche al cinema o persino nel bel mezzo di una rappresentazione teatrale (!) con un post (anche ben argomentato, per carità) sul solito Facebook o con un tweet fulminante su Twitter sembra contare, a torto o a ragione, più del giudizio del cosiddetto critico professionale (da non identificarsi nel curatore di questo blog, con tutta evidenza).

Un esempio: fino a qualche anno la critica di un importante giornalista musicale era in grado di influenzare in modo rilevante le vendite di un determinato disco. Oggi al massimo si può stabilire una sorta di graziosa liaison tra l’ufficio stampa di un artista e il recensore.

La critica, c’è dunque da chiedersi, riprendendo la provocazione lanciata qualche tempo fa da Elif Batuman, è forse divenuta una categoria dell’inutile?

Terre nuove

Siete alla ricerca di una lettura piacevole per il fine settimana, magari per contrastare il tedio di un Festival di Sanremo piatto come non mai, povero di novità e musicalmente datato?

Vi consiglio allora il racconto Terre Nuove di Roberto Russo. Si tratta di un testo davvero molto bello, di grande raffinatezza, e un esempio di scrittura di qualità, non faticosa da leggere, pur richiamandosi più o meno consciamente a modelli indubbiamente elevati.

Ebbi a parlarne diffusamente qui. A seguire, il booktrailer.

In the now, Barry Gibb

tumblr_oc4eh97yh21vd22n7o1_1280Come amo ripetere in questi giorni, non di solo Festival di Sanremo si vive, anzi si… ascolta!

Piaccia o meno, la musica di Barry Gibb – da solo o assieme ai compianti fratelli Robin e Maurice dei Bee Gees – ha accompagnato diverse generazioni di appassionati di quella musica pop-rock d’alto livello che tanta influenza ha avuto e continua ad avere anche su tanti musicisti e arrangiatori.

Sì, perchè la musica dei Bee Gees non è stata solo quella legata alla “disco” della metà degli anni ’70 – in fondo solo una fortunatissima parentesi – ma anche e soprattutto pop-rock d’alto bordo. Un esempio per tutti, l’album Living Eyes del 1981 o, risalendo più indietro nel tempo, lo splendido e sontuoso pop sinfonico di Odessa.

Inutile però prodursi in uno sterile e temo noioso elenco degli innumerevoli successi composti assieme agli altri Gibb o per una nutrita serie di altri artisti, Barbra Streisand in testa.

Mi limiterò invece a segnalare la recente uscita di In the Now, nuovo album da solista di B.G.: un bel disco, nient’affatto datato o nostalgico, suonato e arrangiato come raramente capita di sentire in questi ultimi tempi, di musica spesso finta, prodotta in serie da artisti non meno finti, di plastica.

Si parla dell’album con un certa dovizia di particolari a questo indirizzo. Sotto invece potete ascoltare un assaggio dal disco, la canzone che dà il titolo all’intero lavoro, In The Now appunto.

Prince, folletto geniale

princelasuastoriaartisticaIeri vi ho segnalato la biografia del Boss; oggi è il turno di Prince. Il giornalista Azhar Mobeen ha scritto una biografia non convenzionale dell’artista, visto che ricostruisce sì la sensazionale, a tratti altalenante carriera dell’artista, ma non come ci si potrebbe aspettare.

Il volume, dal titolo Prince. La sua storia artistica, riferisce infatti notizie, aneddoti e storie di chi si è trovato nel corso degli anni a lavorare o vivere con il folletto di Minneapolis: c’imbattiamo così nelle testimoniante preziose di nomi anche noti dell’entourage di Prince, quali Eric Leeds, Dr. Fink, Gayle Chapman, Michael Bland e Sonny Thompson.

Per approfondire: http://blog.graphe.it/libri/prince-storia-artistica-azhar-mobeen

Oltre Sanremo: Springsteen raccontato per immagini

Vi sentite oppressi dal Festival di Sanremo, che almeno finora si sta rivelando piuttosto piatto e poco interessante – fatte salve alcune eccezioni, come Samuel, “in vacanza” dalla corazzata Subsonica – quanto a qualità delle canzoni e degli ospiti?

Potreste allora rifugiarvi nella lettura dell’ultima, eccellente biografia per immagini del Boss Bruce SpringsteenBruce Springsteen and the E Street Band. La storia illustrata, edita da Il Castello.

Scritta da Gillian G. Gaar, raccoglie la bellezza di 150 immagini, oltre naturalmente a informazioni e aneddoti sulla… vita e le opere del Boss.

Il libro merita, e se ne parla diffusamente qui.

 

It’s a long way…

peanutsparade-02“… to Tipperary” cantava l’ineffabile Snoopy, forse la creatura più riuscita del grande Schulz in una delle sue più visionarie incarnazioni, quella del celebre Barone Rosso. Comprenderete il perché di questa citazione una volta letta questa mia breve riflessione.

Ciclicamente i vari media pontificanodi banda larga, anzi extra larga: il mondo dell’imprenditoria, del commercio on line e ambienti vicini al Governo si dicono tutti fermamente convinti dell’imprescindibile necessità di favorire in tutti i modi lo sviluppo della rete in fibra ottica. In tal senso sarebbero in programma massicci investimenti derivanti in parte da allettanti contributi europei.

Bisogna anche ammettere, per onestà, che Renzi un certo impulso allo sviluppo del digitale in Italia stava tentando di imprimerlo. Ma poi è finito gambe all’aria, e al momento le priorità del nuovo Governo sembrano altre, alle prese con le solite, pressanti richieste dell’Europa a conduzione germanica e con gli effetti ancora tutti da verificare della sciagurata elezione del Presidente Trump negli USA.

Tutti buoni propositi quelli dei vari Governi succedutisi, non c’è dubbio. Eppure mi permetto di nutrire forti dubbi sull’effettiva volontà di mettere in atto tale – pur inevitabile – modernizzazione, alla luce anche del perdurante digital divide che tuttora affligge il Bel Paese.

In questo periodo mi trovo nella ridente campagna della Sabina (Lazio), e – tanto per fare un esempio pratico – l’ADSL è una chimera: collegamenti a singhiozzo, velocità irrisorie, e così via. Altro che streaming a 4K e oltre: la vedo molto dura per i vari servizi come Netflix e simili…

Né aiutano i collegamenti via cellulare, dal momento che anche le connessioni 3G sono spesso latitanti o ballerine. Non parliamo del 4G.

E non si pensi che i vari provider se ne diano pensiero: poiché il numero delle utenze appare poco appetibile perché giudicato troppo esiguo, preferiscono far finta di niente. In altre parole non conviene fare investimenti. È la legge del profitto, bellezza, e non puoi farci niente.

Insomma, la strada – digitale, ma non solo – da percorrere si prospetta ancora lunga e accidentata. It’s a long way to Tipperary, davvero.