Steve Jobs, 1955-2011

Questa è una di quelle notizie che davvero non vorresti mai sentire. Accendo la tv, mi sintonizzo come al solito su RaiNews e la corsa dei titoli mi chiude lo stomaco: Steve è morto.

Sì. per chi, come me, utilizza dai primi anni ’90 i prodotti della Casa di Cupertino, Jobs è sempre stato “Steve”. Steve, il misfit, the genius, il grande innovatore, il modello irraggiungibile.

Può apparire retorico dirlo, ma è vero, senza Steve il mondo oggi sarebbe diverso. Ciò che ha fatto nel mondo dell’informatica, delle comunicazioni, dei media, del design rimane epocale, imprescindibile.

Oggi Steve non c’è più, ma lo spirito delle sue innovazioni e l’esempio del suo approccio alla vita rimarrà tra noi.
Ne sono certo.

l’iPad è tra noi

Dopo una lunga (e per molti frenetica) attesa, anche per l’Italia è finalmente arrivato il momento di poter mettere le mani sull’iPad. E anche da noi si preannuncia il medesimo successo che ha avuto negli Stati Uniti: un’indicazione arriva dalle prenotazioni online, che hanno già obbligato Apple allungare i tempi di consegna di un mese.

D’altra parte, sul fatto che la messa in commercio dell’iPad sarebbe stato un successo non c’erano dubbi. Ma che il successo ottenuto da questo innovativo prodotto raggiungesse le proporzioni che ha oggi forse neanche la stessa Apple se lo aspettava.

Prova ne è che, per riuscire a soddisfare la domanda interna, ha dovuto posticipare di un mese la disponibilità al di fuori degli Stati Uniti. Nessun prodotto nella storia dell’azienda guidata ds Steve Jobs ha mai avuto una simile accoglienza, nemmeno l’iPhone.

Leggi anche: Sei motivi per comprare l’iPad e… Sei per non farlo!

(via Applicando)

Sostenibilità sociale

sustain

Ricevo e volentieri pubblico un interessante contributo di Carlo Santulli sul tema della sostenibilità, stavolta intesa in senso “sociale”. Nei prossimi mesi è prevista la pubblicazione di un saggio-intervista nel quale si parlerà con il prof. Santulli di ambiente, biomimetica, design, sostenibilità e università.

Sostenibilità sociale

di Carlo Santulli

Recentemente, se andate in certe zone per esempio di Roma, trovate dei cartelli che dicono “Scuolabus a piedi”: si tratta di un’iniziativa dove degli operatori, più frequentemente delle operatrici, qualificate accompagnano i bambini a scuola: quella è solo una fermata, o per meglio dire il (oppure “un”) punto di raduno per questo bus virtuale. Non è soltanto un modo per risparmiare soldi da parte del Comune: è anche un qualcosa che è molto più efficiente (forse addirittura più rapido…) dello scuolabus convenzionale in certe situazioni, per esempio strade in forte pendenza e magari strette, a volte collegate con scalinate o passaggi semi-privati, sensi unici che costringono a giri tortuosi, zone fortemente intensive con brevi distanze “in linea d’aria” tra le abitazioni dei bambini (sto pensando a Monteverde…).

Lo scuolabus a piedi è una delle miriadi di possibili operazioni di sostenibilità sociale: spesso si pensa, sbagliando, che la sostenibilità sia un concetto collegato soltanto con risparmio di materiali ed energia e quindi minore inquinamento; in realtà, la sostenibilità è prima di tutto uno stile di vita: le ricadute positive (città più pulite, polmoni più sani, ecc.) sono la conseguenza di adottare uno stile di questo genere.

Magari sarà banale dirlo, però ci sono delle cose che nella nostra tradizione sono sempre esistite (anche se, duole dirlo, alcune stanno scomparendo) e sono abitudini perfettamente sostenibili: per esempio, passare gli abiti non ancora consunti dai figli maggiori ai minori (oppure al figli dei parenti o degli amici), o anche i giocattoli, oppure prestare e farsi prestare degli attrezzi di ferramenta, invece di comprarli (col risultato di un uso più intensivo), o andare solo se necessario in auto in un certo posto (p.es. sul comune posto di lavoro) e farlo occupando tutti i posti disponibili (quel che si chiama “car sharing”, perché, come sapete, ogni pratica efficiente si dice in inglese…).

Anche l’osteria, nel senso antico del termine, era un modo di ristorazione perfettamente sostenibile: invece di essere pronto a cucinare decine di piatti, l’oste tradizionalmente offriva ciò che aveva cucinato anche per sé e famiglia: questo sussiste ancora per esempio in posti molto isolati, ma difficilmente nelle grandi città. Non sto patrocinando l’abolizione dei ristoranti, soltanto dicendo che offrire sempre e comunque un gran numero di pietanze, senza sapere precisamente quanto serve preparare di ciascuna, porta inevitabilmente a gettare una gran quantità di cibo (anche se ovviamente ogni ristoratore cerca di minimizzare tali sprechi). “Mangia quel che hai nel piatto” è una regola in accordo con la sostenibilità (posso dire che, nella media, quel che ci viene offerto, al ristorante o a casa, è perfettamente mangiabile, in ogni modo abbiamo un gran numero di organi e persone preposte a vigilare che lo sia).

Una pratica sostenibile sono anche gli orti “di massa”, dove si affitta un pezzettino di terreno per uno per una piccola quota, e si piantano di solito verdura e tuberi (c’è chi si spinge anche fino a piccoli alberi da frutto, se permesso), col vantaggio di scambiare le produzioni tra vicini, ove troppo abbondanti (io potrei avere raccolto cinque chili di zucchine ed ambire ad avere un paio di melanzane dal mio vicino d’orto). Si dice tra gli orticoltori alle prime armi che, per non essere delusi, convenga piantare delle patate: le patate non tradiscono mai (poi per i bambini è molto divertente l’estrazione dal terreno, proprio sotto la pianta quasi appassita, dove non ci si aspetterebbe proprio niente…).

Gli esempi possibili sono centinaia, tutti accomunati dal fatto che, oltre che migliorare l’ambiente fisico, si migliora anche quello sociale (l’offerta di un servizio implica sempre una relazione che magari prima non esisteva, il che senz’altro migliora anche la convivenza tra noi): la comunicazione, pur tra screzi e difficoltà, è sempre meglio che l’isolamento. Ne faccio alcuni: bibliotechine con libri messi in comune dal vicinato, spese a turno al supermercato (ovviamente con un’auto ed un viaggio, e non molte auto e molti viaggi), “banche del tempo”, uso collettivo di locali sfitti per laboratori d’arte, “ospitalità” di panni di altre persone del vicinato, dietro un piccolo compenso, nella nostra lavatrice solo mezza piena. Alcune sembrano idee estrose, altre le “digeriamo” meglio, forse. Comunque, le pratiche socialmente sostenibili stanno diventando un qualcosa che vale la pena di conoscere meglio, e presuppone, banalmente, ma in modo essenziale, un grado di appartenenza ad una comunità, sentirsi cioè parte di qualcosa e vincolati da obblighi reciproci di vicinato.

Ci sono libri che ne trattano, meglio ed in modo più ampio di come posso fare io, e ci sono addirittura programmi dell’Unione Europea volti allo sviluppo di queste “sustainable practices”: ci sono siti che danno esempi di come e cosa fare (http://www.sociallysustainable.com) e c’è per esempio il blog di Ezio Manzini, che è un designer come formazione, e crede fortemente, e con ragione, che la sostenibilità sociale si possa progettare, non nel senso di obbligare la gente a far ciò per cui non si sente pronta, ma nel senso di compiere un’operazione come quelle che il design è chiamato a fare: individuare e risolvere problemi pratici della vita di ogni giorno con soluzioni creative e, sì, anche eleganti e funzionali. In certo senso, come Manzini puntualizza, il designer professionale si trova a vivere oggi in una società in cui chiunque progetta, magari non con un processo formale, dal brief al concept all’utilizzo ed alla selezione dei materiali, fino all’ingegnerizzazione ecc., ma nel senso che ha dei problemi pratici di cui cerca la soluzione, spesso da solo, senza aver idea che questa potrebbe essere a portata di mano, se soltanto creassimo una rete efficiente ed affidabile di collaborazioni.

Io vedo anche un altro significato in queste pratiche di sostenibilità sociale, ed è quello di sentirsi veramente parte del cambiamento in meglio della società (in piccolo, ma in concreto); bisogna lasciarsi alle spalle l’epoca della passività, simboleggiata dalla televisione e dai giornali tradizionali, ed imboccare la strada dell’interconnessione e delle reti diffuse: non ne beneficerà solo l’ambiente, ma anche noi stessi.

Writers

Graffiti a Roma, Largo Maccagno
Graffiti a Roma, Largo Maccagno

di Carlo Santulli

Senza voler scendere in politica, ma parlandone, noi abbiamo un governo che basa la propria sopravvivenza in vita, logicamente, su un certo consenso degli elettori (siamo in democrazia…): una delle categorie più frequentemente usate dal presidente del Consiglio per dimostrare la vitalità della sua compagine e direi quasi la necessità della propria permanenza al potere è quella dell’ottimismo. Quest’utilizzo “politico” dell’ottimismo, che è in fondo un elemento personale del carattere di ognuno di noi (e dipende anche un po’ dall’ambiente in cui si cresce e dalle proprie vicende personali), non è nuovo: già Bettino Craxi negli anni ’80 si richiamava al cosiddetto “ottimismo della volontà”. Però è sintomatico che lo si faccia ancora, e che in fondo l’ottimismo riscuota successo, almeno elettorale.

È chiaro che l’ottimismo è una forzatura (ma anche il pessimismo lo è), perché il mondo ha una propria fisionomia, nel bene o nel male, che non è in bianco e nero, ma invece un’indefinita sfumatura e fusione di colori tutti diversi tra loro (un informatico parlerebbe di un mondo RGB…). È lo sguardo proiettato sulla realtà a non essere mai obiettivo, sicché le tinte vengono distorte, modificate e così via. Applichiamo dei filtri, in parole povere.

Venendo all’oggetto di quel che voglio dire, negli ultimi due decenni circa in Italia, un paese che ha avuto sempre una notevole tradizione di graffiti (dai tempi degli antichi Romani, ma chissà, forse anche prima) è arrivata, naturalmente dall’America, la moda del writing, in pratica l’idea di dipingere muri (che per concetto sono brutti, altra cosa sulla quale ci sarebbe parecchio da discutere: conosco pareti che sono sommesse opere di poesia) o mezzi di trasporto (il che incide su una per conto mio tragica realtà italiana, in cui l’unico mezzo di trasporto amato è spesso la propria auto, col risultato che figuriamoci se si può essere attenti al decoro di qualcosa che è, come da nome originario, “omnibus”, cioè per tutti). La quantità di pittura sparsa sul muro o altrove può essere diversa, si passa da semplici “tag” a dipinti anche complessi e di qualche pretesa, la qualità è logicamente anch’essa molto variabile.

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ARPAMagazine n. 94

arpamagazine

È online il nuovo numero di ARPAMagazine, rivista digitale che racconta le nuove tendenze artistiche, culturali e di spettacolo, per conoscere da vicino la letteratura, l’arte, il design, la moda, la musica, il cinema e la tecnologia di domani.

Tra i contenuti, vi segnalo un’intervista a Giampiero Mughini, nella quale il celebre giornalista eretico confessa tra l’altro il suo amore viscerale per i computer di una certa Mela mordicchiata

Sfogliabile online, ma disponibile anche in formato PDF, ARPAMagazine può essere anche stampata, o consultata su palmare per averla sempre con sé.

Il sommario:

CONCEPTS Design e Architettura
NARRATIVA: Domani (Stefano Paolocci)
MUSICA: Buone novelle hanno i cantanti. Intervista ad Alessandro Grazian (Daniela Giordani)
MUSICA: Nome meno nome. Intervista a Matteo B. Bianchi (Antonio Celozzi)
LETTERATURA: Gli interessi in comune. Intervista a Vanni Santoni (Carlotta Vissani)
TEATRO: Giovani soprani crescono. Intervista a Diletta Rizzo Marin (Federica Solaro)
TEATRO: Cirano. L’amore romantico è di scena al Teatro Libero (Federica Solaro)
TEATRO: Tutto esaurito per il Sogno di Ronconi al Piccolo (Federica Solaro)
LIBRI: Come parlare alle ragazze. Nasce in America il manuale di un don Giovanni da cortile (Holly Orange)
LIBRI/MUSICA: Born to run in the USA (Antonio Celozzi)
TEATRO: Paolo Poli porta in scena al Teatro Carcano i Sillabari di Parise (Federica Solaro)
GIORNALISMO: Giampiero Mughini: “avessi un figlio, gli direi di non fare il giornalista” (Luigi Milani)
CINEMA: Oscar 2009. Le nomination per il miglior film (Andrea Cattaneo)
POESIA: Né cenere, né luce e Zitella (Elena Rodrìguez)
AGENDA

ARPAMagazine n. 94 è accessibile all’indirizzo www.ARPAMagazine.com

iPhone: Altroconsumo vs. negozi telefonia

Altroconsumo ha svolto un’interessante inchiesta presso 26 negozi – Tim e Vodafone – che commercializzano l’oggetto del desiderio dell’estate 2008, l’iPhone. Alcuni negozi limiterebbero la libertà di scelta degli utenti, imponendo tariffe costose, altri fornirebbero informazioni fuorvianti, e così via, nel consueto campionario di furberie commerciali.

Il che mi ricorda un analogo fenomeno, accaduto una ventina d’anni fa, quando la febbre da Swatch contagiò il nostro Paese: negozi presi d’assalto, speculazioni vergognose da parte dei soliti commercianti furbi (gli ambitissimi cronografi, ad esempio, il cui prezzo di listino era di centomila lire venivano venduti tranquillamente a prezzo triplicato, tanto per fare un esempio).

Col passare del tempo il mercato saturò, la febbre calò. Accadrà la stessa cosa con l’iPhone, vedrete. Per ora, il consiglio resta lo stesso: non fate mosse avventate. Studiate a fondo i piani tariffari di Tim e Vodafone, o – meglio ancora – attendete l’ingresso sul mercato degli altri operatori di telefonia.