Siamo tutti manager (anche i ministri…)

di Carlo Santulli

Conosco molte persone che hanno la passione per le ferrovie. Perché ce l’ho anch’io, e, tempo e vita permettendo, è bello a volte frequentare le persone che condividono qualcosa con noi.
Alle volte però mi stupisco, perché sempre più spesso, li sento ragionare come dei manager. Sapete, i manager, quelli che…“le cose si potrebbero fare, però non ci sono i soldi, e poi non conviene”.

Sul lavoro, capisco che possa essere necessario pensare in questo modo: nel tempo libero, ed anche in passatempi come questa cosa strana e un po’ bizzarra delle ferrovie (strana e bizzarra per i non-adepti, ovviamente), mi sembra curioso, interessante. E’ come se ci piacesse molto una ragazza che sappiamo da segni certi ricambia il nostro sentimento e, non avendo niente di particolare da fare, decidessimo, senza nessuna costrizione esterna, cioè liberamente, di starcene chiusi in casa, da soli e un po’ tristi.

Faccio un esempio pratico: io, se fossi ministro dei trasporti, farei ricostruire anche il tram di Ferentillo, prolungandolo fino a Visso, facendolo incrociare a Sant’Anatolia con la rediviva linea Spoleto-Norcia, di cui discuterei se fargli valicare l’Appennino, incontrando ad Ascoli Piceno la linea che sale da San Benedetto del Tronto. (È evidente che non avrò mai tale carica).
Certo, poi ci sarebbe qualche manager che mi accuserebbe di sprecare soldi, perché la Valnerina è stretta e non esageratamente popolata, poi anche gli ambientalisti sarebbero contro di me (mentre se avessi costruito un’autostrada, non troverebbero nulla da eccepire: mi arrogo il diritto a tre cattiverie, e questa è la prima), e figuriamoci gli automobilisti, i sindaci, eccetera.
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La mannaia del Governo si abbatte sull’editoria

Sospese da oggi tutte le agevolazioni per gli abbonamenti postali a libri, quotidiani e periodici. È quanto prevede un decreto dello Sviluppo economico (!), pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale, che individua nel 31 marzo 2010 l’ultimo giorno di applicazione degli sconti tariffari previsti per la spedizione dei prodotti editoriali. Una decisione che purtroppo era nell’aria da tempo, ma che, se attuata, potrebbe provocare la scomparsa di molti piccoli editori.

Le associazioni di categoria si stanno ovviamente mobilitando. Speriamo che la situazione muti, o saranno davvero tempi duri per larga parte dell’editoria italiana. E i primi a farne le spese saranno ovviamente gli già scarsi acquirenti di libri, che dovranno farsi carico delle aumentate spese di spedizione.

(Via Sole 24 Ore)

Sconti in libreria, piccoli editori e… grande distribuzione: lotta per la sopravvivenza

“Ci stiamo unendo per raggiungere un complicato compromesso in vista della nuova legge sugli sconti sui libri. Oggi i danneggiati non solo solo piccoli editori e librai, ma anche le grandi catene e gli stessi lettori, che non lo capiscono…”

È quanto ha dichiarato Ginevra Bompiani, scrittrice e fondatrice di Nottetempo, ad Affaritaliani.it.

L’intervista

La carica dei… XII

Ne parla il sottoscritto in questa intervista, rilasciata a Promesse d’Autore, blog letterario del network Blogosfere.

Un breve estratto:

Edizioni XII nasce nel 2007 come marchio editoriale dell’Associazione Culturale XII, un gruppo di autori provenienti da varie regioni italiane approdati a una community Web che è andata crescendo esponenzialmente una volta nata la casa editrice, e che tuttora costituisce un po’ il nostro fiore all’occhiello, dal momento che amiamo considerare XII come una sorta di fucina letteraria. XII è prima di tutto un gruppo di autori, che, riunitisi in Associazione Culturale, hanno poi fondato una Casa Editrice.

Sostenibilità sociale

sustain

Ricevo e volentieri pubblico un interessante contributo di Carlo Santulli sul tema della sostenibilità, stavolta intesa in senso “sociale”. Nei prossimi mesi è prevista la pubblicazione di un saggio-intervista nel quale si parlerà con il prof. Santulli di ambiente, biomimetica, design, sostenibilità e università.

Sostenibilità sociale

di Carlo Santulli

Recentemente, se andate in certe zone per esempio di Roma, trovate dei cartelli che dicono “Scuolabus a piedi”: si tratta di un’iniziativa dove degli operatori, più frequentemente delle operatrici, qualificate accompagnano i bambini a scuola: quella è solo una fermata, o per meglio dire il (oppure “un”) punto di raduno per questo bus virtuale. Non è soltanto un modo per risparmiare soldi da parte del Comune: è anche un qualcosa che è molto più efficiente (forse addirittura più rapido…) dello scuolabus convenzionale in certe situazioni, per esempio strade in forte pendenza e magari strette, a volte collegate con scalinate o passaggi semi-privati, sensi unici che costringono a giri tortuosi, zone fortemente intensive con brevi distanze “in linea d’aria” tra le abitazioni dei bambini (sto pensando a Monteverde…).

Lo scuolabus a piedi è una delle miriadi di possibili operazioni di sostenibilità sociale: spesso si pensa, sbagliando, che la sostenibilità sia un concetto collegato soltanto con risparmio di materiali ed energia e quindi minore inquinamento; in realtà, la sostenibilità è prima di tutto uno stile di vita: le ricadute positive (città più pulite, polmoni più sani, ecc.) sono la conseguenza di adottare uno stile di questo genere.

Magari sarà banale dirlo, però ci sono delle cose che nella nostra tradizione sono sempre esistite (anche se, duole dirlo, alcune stanno scomparendo) e sono abitudini perfettamente sostenibili: per esempio, passare gli abiti non ancora consunti dai figli maggiori ai minori (oppure al figli dei parenti o degli amici), o anche i giocattoli, oppure prestare e farsi prestare degli attrezzi di ferramenta, invece di comprarli (col risultato di un uso più intensivo), o andare solo se necessario in auto in un certo posto (p.es. sul comune posto di lavoro) e farlo occupando tutti i posti disponibili (quel che si chiama “car sharing”, perché, come sapete, ogni pratica efficiente si dice in inglese…).

Anche l’osteria, nel senso antico del termine, era un modo di ristorazione perfettamente sostenibile: invece di essere pronto a cucinare decine di piatti, l’oste tradizionalmente offriva ciò che aveva cucinato anche per sé e famiglia: questo sussiste ancora per esempio in posti molto isolati, ma difficilmente nelle grandi città. Non sto patrocinando l’abolizione dei ristoranti, soltanto dicendo che offrire sempre e comunque un gran numero di pietanze, senza sapere precisamente quanto serve preparare di ciascuna, porta inevitabilmente a gettare una gran quantità di cibo (anche se ovviamente ogni ristoratore cerca di minimizzare tali sprechi). “Mangia quel che hai nel piatto” è una regola in accordo con la sostenibilità (posso dire che, nella media, quel che ci viene offerto, al ristorante o a casa, è perfettamente mangiabile, in ogni modo abbiamo un gran numero di organi e persone preposte a vigilare che lo sia).

Una pratica sostenibile sono anche gli orti “di massa”, dove si affitta un pezzettino di terreno per uno per una piccola quota, e si piantano di solito verdura e tuberi (c’è chi si spinge anche fino a piccoli alberi da frutto, se permesso), col vantaggio di scambiare le produzioni tra vicini, ove troppo abbondanti (io potrei avere raccolto cinque chili di zucchine ed ambire ad avere un paio di melanzane dal mio vicino d’orto). Si dice tra gli orticoltori alle prime armi che, per non essere delusi, convenga piantare delle patate: le patate non tradiscono mai (poi per i bambini è molto divertente l’estrazione dal terreno, proprio sotto la pianta quasi appassita, dove non ci si aspetterebbe proprio niente…).

Gli esempi possibili sono centinaia, tutti accomunati dal fatto che, oltre che migliorare l’ambiente fisico, si migliora anche quello sociale (l’offerta di un servizio implica sempre una relazione che magari prima non esisteva, il che senz’altro migliora anche la convivenza tra noi): la comunicazione, pur tra screzi e difficoltà, è sempre meglio che l’isolamento. Ne faccio alcuni: bibliotechine con libri messi in comune dal vicinato, spese a turno al supermercato (ovviamente con un’auto ed un viaggio, e non molte auto e molti viaggi), “banche del tempo”, uso collettivo di locali sfitti per laboratori d’arte, “ospitalità” di panni di altre persone del vicinato, dietro un piccolo compenso, nella nostra lavatrice solo mezza piena. Alcune sembrano idee estrose, altre le “digeriamo” meglio, forse. Comunque, le pratiche socialmente sostenibili stanno diventando un qualcosa che vale la pena di conoscere meglio, e presuppone, banalmente, ma in modo essenziale, un grado di appartenenza ad una comunità, sentirsi cioè parte di qualcosa e vincolati da obblighi reciproci di vicinato.

Ci sono libri che ne trattano, meglio ed in modo più ampio di come posso fare io, e ci sono addirittura programmi dell’Unione Europea volti allo sviluppo di queste “sustainable practices”: ci sono siti che danno esempi di come e cosa fare (http://www.sociallysustainable.com) e c’è per esempio il blog di Ezio Manzini, che è un designer come formazione, e crede fortemente, e con ragione, che la sostenibilità sociale si possa progettare, non nel senso di obbligare la gente a far ciò per cui non si sente pronta, ma nel senso di compiere un’operazione come quelle che il design è chiamato a fare: individuare e risolvere problemi pratici della vita di ogni giorno con soluzioni creative e, sì, anche eleganti e funzionali. In certo senso, come Manzini puntualizza, il designer professionale si trova a vivere oggi in una società in cui chiunque progetta, magari non con un processo formale, dal brief al concept all’utilizzo ed alla selezione dei materiali, fino all’ingegnerizzazione ecc., ma nel senso che ha dei problemi pratici di cui cerca la soluzione, spesso da solo, senza aver idea che questa potrebbe essere a portata di mano, se soltanto creassimo una rete efficiente ed affidabile di collaborazioni.

Io vedo anche un altro significato in queste pratiche di sostenibilità sociale, ed è quello di sentirsi veramente parte del cambiamento in meglio della società (in piccolo, ma in concreto); bisogna lasciarsi alle spalle l’epoca della passività, simboleggiata dalla televisione e dai giornali tradizionali, ed imboccare la strada dell’interconnessione e delle reti diffuse: non ne beneficerà solo l’ambiente, ma anche noi stessi.

Steve is back (almost)

steve-jobs

Steve Jobs, leggendario CEO di Apple, ha firmato di suo pugno il comunicato con cui Apple ha festeggiato il traguardo di un milione di pezzi venduti in 2 (!) giorni del nuovo iPhone3GS. A breve dovrebbe tornare ad occuparsi, sia pure con un’agenda di impegni ridotta, della direzione della Casa della Mela Morsicata. Ricordiamo che al momento il suo ruolo è stato ricoperto, anche nelle occasioni pubbliche, da Phil Shiller, personaggio certamente meno carismatico, ma  pur sempre uno dei nomi più in vista del Gotha hi-tech mondiale.

Anyway, wellcome back, Steve!

Tim e Vodafone: un cartello ai danni dell’acquirente dell’iPhone

Apple iPhone 3G S
Apple iPhone 3G S

Definire discutibile la politica commerciale adotatta dai gestori italiani, Tim e Vodafone, nei confronti della nuova release dell’iPhone suona eufemistico.

Contravvenendo alle indicazioni di Apple, che suggeriva prezzi ben più bassi, soprattutto per il vecchio modello, che permane tuttora in catalogo al fine di ampliare la “base iPhone” e che invece mantiene nel Bel Paese il vecchio prezzo, i prezzi praticati dai 2 gestori italiani sembrano mirare piuttosto a combattere la crisi dei rispettivi bilanci puntando sull’innalzamento vertiginoso dei prezzi per quello che è, a torto o a ragione, considerato uno status symbol.

Si fa leva cioè, tanto per cambiare, sulla tendenza tutta italiana a sposare mode e trend a qualunque… costo, appunto.

Richiesta di commentare la valanga di proteste scatenate dall’annuncio dei nuovi listini, Vodafone ha così commentato: “La politica di Vodafone non è di realizzare margini sulla vendita dei terminali, ma di ampliare al massimo la disponibilità di prodotti che hanno accesso a servizi innovativi come mobile internet e social networking”.

… Argh.

Lettera aperta dall’ATDAL

Ricevo e volentieri pubblico:

Egregio Sig. Presidente del Consiglio, questa poteva risparmiarsela

L’agenzia Reuters ha riportato oggi 5 giugno 2009, la seguente notizia:

“Silvio Berlusconi non ritiene che in Italia vi siano 1,6 milioni di lavoratori privi di sostegno in caso di licenziamento, come affermato dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nelle Considerazioni finali lette all’Assemblea annuale.

Parlando nella trasmissione radiofonica di RadioRai Radio Anch’io, Berlusconi ha infatti detto: “È un’affermazione del governatore che non corrisponde alle cose che emergono dalla realtà che noi conosciamo dell’economia italiana”.

Draghi ha sollecitato il governo a razionalizzare il sistema di ammortizzatori sociali affiancando misure di sostegno al reddito per coloro che sono privi di coperture.

Berlusconi ha rivendicato oggi l’azione di governo tesa ad aumentare le tutele ai disoccupati di fronte alla crisi economica, ipotizzando un innalzamento della percentuale di bonus una tantum concesso ai collaboratori a progetto che perdono il lavoro.

“Il governo ha stanziato per i prossimi due anni 34 miliardi di euro, ampliando il sistema della cassa integrazione precedente in modo che nessun italiano che perda il lavoro non possa usufruirne e resti isolato”, ha detto Berlusconi”.

Problemi familiari, veline, voli di Stato, complotti mediatici internazionali, ecc., sono i temi lungo i quali si è sviluppata la campagna elettorale.
Non rientra nei nostri scopi ed obiettivi intervenire su queste tematiche e per questo motivo ci siamo astenuti da qualsiasi commento.
Oggi però il Presidente del Consiglio ha ritenuto di intervenire su di una materia che ci riguarda direttamente ed in modo molto pesante.
E’ quindi nostro diritto / dovere esprimere il nostro pensiero che non può che essere di profondo sdegno per affermazioni che, al solo scopo di alzare il tiro nella fase finale della campagna elettorale, offendono la sensibilità di tante persone che si trovano a vivere sulla loro pelle la condizione denunciata non solo dal Governatore Draghi ma, anche, dal Presidente di Confindustria, dalle Organizzazioni Sindacali e da una marea di esperti di economia.
Quanti di noi hanno perso il lavoro senza poter trovare un minimo di sostegno al reddito, quanti di noi hanno visto colleghi di lavoro buttati in mezzo ad una strada senza alcuna forma di protezione. E quante famiglie vivono da anni condizioni di grave indigenza proprio per la perdita del posto di lavoro di un padre o di una madre.
Lo denunciamo da anni, lo testimoniano studi, convegni, indagini giornalistiche. E sappiamo bene che l’attuale crisi non ha fatto che ampliare una situazione già di per sé critica. Precari giovani e meno giovani, con la perdita di posti di lavoro indegni sia da un punto di vista economico che contrattuale, sono andati ad ingrossare le già numerose file di quei lavoratori ”maturi”  che da anni si sono visti negare il diritto ad un lavoro e ad un reddito.
Sono anni che le Associazioni di volontariato dedite al sostegno dei più deboli denunciano l’aumento delle famiglie italiane che si rivolgono a loro, sono anni che gli stessi dati Istat riferiscono di oltre 2.5 milioni di famiglie sotto la soglia di povertà.
Per rimanere in un campo da noi ben conosciuto il nostro paese ha un tasso di occupazione degli over50 attestato al 32,5% a ben 17,5 punti dall’obiettivo del 50% fissato dalla Comunità Europea per il 2010. Un obiettivo sottoscritto dall’Italia ed in particolare da un precedente Governo Berlusconi, E non entriamo nel merito del livello della disoccupazione femminile dove la distanza tra l’Italia e gli altri paesi della UE è abissale.
Affermazioni quali quelle fatte dal Presidente del Consiglio sono inaccettabili nella loro superficialità, nella pochezza delle argomentazioni a sostegno, nella mancanza di rispetto per tanti italiani che ben sanno con quali difficoltà devono fare i conti ogni giorno.

Armando Rinaldi,
Presidente ATDAL
email atdalit@yahoo.it