La filosofia del giardiniere

la-filosofia-del-giardiniere-454237Ancora una volta Graphe.it Edizioni propone nella collana Parva un’opera forse piccola quanto a numero di pagine, ma nel contempo grande sul fronte della qualità.

Mi riferisco a La filosofia del giardiniere, di Roberto Marchesini, filosofo, etologo e zooantropologo. L’autore da oltre vent’anni porta avanti una ricerca interdisciplinare incentrata sul ruolo degli animali non umani nella nostra società. Direttore del Centro Studi Filosofia Postumanista e della Scuola di Interazione Uomo-Animale (SIUA), ha scritto oltre un centinaio di pubblicazioni nel campo della bioetica animale, delle scienze cognitive e della filosofia postumanista. Tiene inoltre conferenze in tutto il mondo nelle quali affronta il tema del rapporto uomo-animale (zooantropologia).

La filosofia del giardiniere è un volumetto concepito per pensare la filosofia attraverso il giardino e il giardino attraverso la filosofia.

Il giardino è un libro che si sfoglia per pagine, non un progetto che si stabilizza in un piano finale e mai un miraggio che tenda a un punto di equilibrio.

Il giardino è un sogno più volte ruminato, un vortice dinamico steso nel cielo come una macchia di storni, fluttuante di piccole evoluzioni imprevedibili.

Il giardino è un laboratorio dove osservare l’atelier darwiniano. Il giardiniere passeggia sempre al suo interno con un misto di stupore e riverenza, incapace di non azzardare progetti a venire.

Il giardino è attesa e, al contempo, il saper cogliere il piacere della parzialità dell’istante, non solo perché si proietta in un futuro distonico rispetto all’immaginazione, ma anche per il suo svolgersi e dissolversi, quel mettere in gioco piani differenti del dialogo ideativo in tempi diversi. Così il prato erboso sarà lucente e forte quando ancora le siepi stentano e gli alberi altro non sono che fantasmi sorretti da rigidi tutori…

«Le radici affondate nel suolo, i rami che proteggono i giochi degli scoiattoli, i rivi e il cinguettio degli uccelli; l’ombra per gli animali e gli uomini; il capo pieno di cielo. Conosci un modo di esistere più saggio e foriero di buone azioni?» (Marguerite Yourcenar)

Il senso dell’uomo sulla Terra

La Terra vista dallo spazio (fonte: Nasa)

Scrive Umberto Galimberti su D la Repubblica delle Donne

Tutti conoscono quella frase orgogliosa di Pascal (Pensiero 264): “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura, ma è una canna pensante. E anche quando l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal momento che egli sa di morire, mentre l’universo non sa nulla”. Nessuno, invece, si prende mai cura di ricordare quell’altra considerazione abbastanza angosciata sempre di Pascal (Pensiero 205): “Gettato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro, e che non mi conoscono, provo spavento”. È lo spavento, in una visione cosmica, dell’insignificanza dell’uomo sulla Terra, a cui Platone in parte allude nella frase che abbiamo citato in apertura e su cui torna Nietzsche in Verità e menzogna in senso extramorale: “In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della storia del mondo: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire. Qualcuno potrebbe inventare una favola di questo genere, ma non riuscirebbe tuttavia a illustrare sufficientemente quanto misero, spettrale, fugace, privo di scopo e arbitrario sia il comportamento dell’intelletto umano entro la natura. Vi furono eternità in cui esso non esisteva; quando per lui tutto sarà nuovamente finito, non sarà avvenuto nulla di notevole. Per quell’intelletto, difatti, non esiste una missione ulteriore che conduca al di là della vita umana. Esso piuttosto è umano, e soltanto chi lo possiede e lo produce può considerarlo tanto pateticamente, come se i cardini del mondo ruotassero su di lui”. Se, non dico in ogni ora del giorno, ma almeno talvolta adottassimo questo punto di vista che relativizza il significato e l’importanza della vicenda umana nell’economia dell’universo, forse tanta violenza, tanta ansia di potere, tanta sopraffazione, che da sempre caratterizzano la storia dell’uomo, non penso che sparirebbero, ma certamente troverebbero una loro misura, e soprattutto si scoprirebbe forse l’amore, che è poi l’unica cosa che giustifica l’esistenza umana nel breve attimo in cui le è dato di vivere. Questo pensiero ci sfiora in occasione della morte di quelle persone, a noi vicine, che davano senso alla nostra vita. Custodiamo questo pensiero.

La morte di Dio

galimberti

Scrive Umberto Galimberti su D, a proposito delle radici cristiane dell’Occidente:

Io penso che tra cultura greca e cultura cristiana non c’è alcuna parentela, perché i Greci, a differenza dei cristiani, concepiscono la natura come quello sfondo immutabile “che nessun dio e nessun uomo fece”(Eraclito), regolata dalla legge della necessità, che prevede la morte nelle sue determinazioni (piante, animali, uomini) come condizione della sua vita. Platone dice che l’uomo è “giusto” se si “aggiusta” all’universa armonia, e quindi accoglie la sua condizione di “mortale” con cui i greci erano soliti chiamare l’uomo, il quale non può pretendere di prolungare la sua vita oltre misura (kát métron) sancita dalla legge naturale. Il cristianesimo, invece, concepisce la natura come l’effetto di un atto di volontà. Quella di Dio che l’ha creata e quella dell’uomo a cui è stata consegnata perché ne eserciti il dominio (Genesi, 1,26). Ma soprattutto il cristianesimo ha superato lo sfondo tragico della cultura greca, promettendo all’uomo il superamento della morte “O morte, dov’è il tuo pungiglione?” scrive Paolo di Tarso nella Prima Lettera ai Corinti (15,51-58). Questa promessa, che Nietzsche definisce “il colpo di genio del cristianesimo” ha impresso all’Occidente, che è la civiltà nata dal cristianesimo, una carica di ottimismo e una spinta propulsiva che non si sono estinti neppure quando la fede in Dio si è affievolita a partire dal Seicento: con la nascita della scienza, e poi dell’illuminismo, e poi del marxismo, e poi della psicoanalisi, che altro non sono che forme secolarizzate del cristianesimo. La visione cristiana del mondo prevede infatti che il passato sia male (peccato originale), il presente redenzione e il futuro salvezza. Allo stesso modo la scienza concepisce il passato come male (ignoranza), il presente come ricerca e il futuro come progresso. Ma anche il marxismo ritiene che il passato sia male (ingiustizia), il presente riscatto (rivoluzione), il futuro paradiso in terra. Anche la psicoanalisi pensa il passato come malattia, il presente come cura e il futuro come guarigione. La visione del mondo cristiana ha pervaso col suo ottimismo tutte le espressioni culturali dell’Occidente, che dunque è cristiano non solo nelle sue radici, ma anche nell’albero, nei rami, nelle foglie. Ma, come ci ha avvertito Nietzsche, oggi “Dio è morto”, nel senso che un tempo c’era e creava mondi (si pensi al Medioevo dove la letteratura era inferno, purgatorio e paradiso, l’arte era arte sacra, persino la donna era donna-angelo), e ora non c’è più perché il mondo accade come se Dio non fosse. Se tolgo infatti la parola “Dio” continuo a capire le dinamiche del mondo contemporaneo, che mi risulterebbero incomprensibili se togliessi ad esempio la parola “denaro” o la parola “tecnica”. Con la morte di Dio è finito in Occidente l’ottimismo cristiano. La scienza infatti conosce perfettamente i suoi limiti molto più di quanto non li percepisca la nostra fede nella scienza, il marxismo ha vissuto il suo tramonto, la psicoanalisi il suo declino. L’ottimismo che il cristianesimo aveva profuso nella cultura dell’Occidente si è estinto, e al suo posto è subentrato il nichilismo che Nietzsche definisce così: “Nichilismo, manca lo scopo, manca la risposta al perché, i valori supremi perdono ogni valore”.