Solo il mare intorno recensito da Giuseppe Iannozzi

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Giuseppe Iannozzi

Col consueto acume introspettivo, alla ricerca certosina di connessioni, rimandi e suggestioni affioranti dalle onde in tempesta – pardon, dalle pagine, non meno tempestose – di un libro scritto da un affiatato trio di scrittori, Giuseppe Iannozzi (giornalista, critico letterario, scrittore e poeta raffinato, ma soprattutto, come amo definirlo io, vulcanico agitatore culturale) ha recensito Solo il mare intorno.

E nel farlo ha evocato nomi illustri, di quelli che fanno impallidire, da P. K. Dick H.P. Lovecraft: speriamo che non se ne abbiano a male i tanti estimatori di questi due giganti della letteratura, al cui cospetto m’inchino, preso da irrefrenabile metus reverentialis.

Agli autori di Solo il mare intorno, ormai spiaggiati, non rimane che ringraziare, in preda a profonda commozione (cerebrale, secondo qualcuno…).

Solo il mare intorno cover

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Siamo tutti manager (anche i ministri…)

di Carlo Santulli

Conosco molte persone che hanno la passione per le ferrovie. Perché ce l’ho anch’io, e, tempo e vita permettendo, è bello a volte frequentare le persone che condividono qualcosa con noi.
Alle volte però mi stupisco, perché sempre più spesso, li sento ragionare come dei manager. Sapete, i manager, quelli che…“le cose si potrebbero fare, però non ci sono i soldi, e poi non conviene”.

Sul lavoro, capisco che possa essere necessario pensare in questo modo: nel tempo libero, ed anche in passatempi come questa cosa strana e un po’ bizzarra delle ferrovie (strana e bizzarra per i non-adepti, ovviamente), mi sembra curioso, interessante. E’ come se ci piacesse molto una ragazza che sappiamo da segni certi ricambia il nostro sentimento e, non avendo niente di particolare da fare, decidessimo, senza nessuna costrizione esterna, cioè liberamente, di starcene chiusi in casa, da soli e un po’ tristi.

Faccio un esempio pratico: io, se fossi ministro dei trasporti, farei ricostruire anche il tram di Ferentillo, prolungandolo fino a Visso, facendolo incrociare a Sant’Anatolia con la rediviva linea Spoleto-Norcia, di cui discuterei se fargli valicare l’Appennino, incontrando ad Ascoli Piceno la linea che sale da San Benedetto del Tronto. (È evidente che non avrò mai tale carica).
Certo, poi ci sarebbe qualche manager che mi accuserebbe di sprecare soldi, perché la Valnerina è stretta e non esageratamente popolata, poi anche gli ambientalisti sarebbero contro di me (mentre se avessi costruito un’autostrada, non troverebbero nulla da eccepire: mi arrogo il diritto a tre cattiverie, e questa è la prima), e figuriamoci gli automobilisti, i sindaci, eccetera.
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Il lavoro nobilita, il precariato no?

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di Carlo Santulli

Come diceva Nanni Moretti in una celebre battuta di “Palombella rossa”, “le parole sono importanti”. Ecco, penso proprio di sì, le parole sono importanti, in quanto si caricano di significati “altri”, riflettendo la nostra visione della vita, le nostre ansie e così via.

Ci pensavo qualche tempo fa, vedendo in giro per Roma (ce ne saranno anche altrove, ma lì mi trovavo e lì li ho visti, con ossessiva ripetitività) dei manifesti del PD, dove c’era un uomo con la scadenza stampata sulla fronte (e fin qui tutto bene, perché una scadenza purtroppo ce l’abbiamo tutti, anche se forse non con tanta evidenza). Quello che ho trovato offensivo, è però il testo “Il lavoro nobilita, il precariato no”.

Confesso: lavoro a contratto da tanti e tanti anni, e non mi lamento, perchè potrebbe andarmi molto, ma molto peggio (per esempio essere disoccupato, o letteralmente sulla strada): inoltre ho le mie soddisfazioni (capisco che questo sembri curioso a chi ha scritto il brillante manifesto, ma è così). Ora scopro che non sono nobile, come tanti “precari” (una parola, diciamocelo, odiosa, partorita da qualche genio del sindacato negli anni ’70).

Senza negare che chi lavora col posto fisso sia nobile, mi permetterei solo di far osservare che chi è “precario” innanzitutto lavora, quanto e a volte più degli altri, poi vive nell’incertezza del rinnovo del contratto, oppure deve trovare un altro lavoro dove riprendere il discorso, deve sentirsi dire dalle aziende che è fuori mercato (specie se ha passato i quaranta); non parliamo poi del discorso contributivo, ecc. ecc.

Non voglio fare “la lagna”, perché non è nel mio stile, però tutte le cose di cui sopra sono, secondo me, nobili, o meglio è molto nobile fare tutto questo e non farsi prendere dallo scoramento e dall’avvilimento, con buona pace del manifesto del morente partito dell’ex-opposizione. Insomma, contribuire a mandare avanti il paese, talora protestando, ma anche lavorando silenziosamente il più delle volte.

Lo so, lo so, che il messaggio che il manifesto voleva dare era positivo, il PD ci vuole tutti stabilizzati, conosco questa storia: ma non sarà domani, questo è certo. E intanto che aspettiamo e lottiamo (nobilmente, se permettete) per favore, rispettateci davvero. E cominciate a non chiamarci più precari, che dentro molti di noi hanno un coraggio di andare avanti, che tanto labile e precario non è. Tant’è vero che dura da anni ed anni, e non accenna a finire.