It’s Showtime, Apple dall’hardware ai servizi

Si può essere o meno utenti (o fan) dei prodotti Apple, ma – simpatie e preferenze a parte – merita di essere segnalato questo video promozionale, realizzato dalla Casa di Cupertino in occasione dell’evento che si è tenuto pochi giorni fa.

Gli annunci hanno riguardato, come largamente anticipato dai soliti bene informati,i nuovi servizi offerti dalla Mela Morsicata, tra i quali ha fatto particolarmente parlare di sé Apple TV+, il servizio di streaming video. D’altro canto è innegabile ormai la tendenza al progressivo, inarrestabile abbandono della TV generalista da parte degli spettatori – un trend che, nel mio piccolo, vado descrivendo da molti anni.

Non solo: l’enorme disponibilità accumulata nelle casse di Apple durante gli anni caratterizzati dall’avvento e dal successo planetario dell’iPhone e dell’iPad devono trovare sbocco in altri ambiti, lo reclamano a gran voce gli azionisti di Apple, con buona pace dei nostalgici del passato.

Ora i numeri stellari prodotti dai dispositivi mobili – non solo della Mela, intendiamoci: anche Samsung  risente dell’offensiva cinese, concorrenziale perchè molto più a buon mercato – stanno cominciando a ridimensionarsi e quindi dev’essere parso inevitabile al buon Tim Cook cominciare a trasformare Apple da “semplice” produttore hardware a fornitore di servizi. Un processo a ben vedere intrapreso già anni fa con l’introduzione di Apple Music, il servizio di musica in streaming.

Certo, la competizione con colossi del calibro di Netflix e Amazon sarà a dir poco dura e l’esito non è affatto scontato: sarà il mercato, come sempre, a dettare legge.

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La facile notizia dell’arresto di George Clooney

Ieri i media italiani, salvo rare eccezioni come la mai troppo lodata RaiNews 24, hanno dato largo spazio alla notizia dell’arresto a Washington della star hollywoodiana George Clooney, limitandosi però all’aspetto – scontato e becero – del gossip.

L’azione dimostrativa dell’attore e di suo padre mirava invece a sensibilizzare l’attenzione su ciò che sta accadendo in Sudan. Qui l’attore ha girato di recente un video, che pubblico per far capire di cosa stiamo parlando, con la necessaria avvertenza che contiene scene e immagini molto crude.

Ma la realtà è questa, che ci piaccia o meno.

Freddie Mercury, vent’anni dopo

Vent’anni fa, il 24 novembre 1991, moriva a Londra Freddie Mercury. Ricordo bene l’annuncio, dato con disprezzo e quasi compiacimento dal TG1 delle 13.30. In quel servizio si attaccò pesantemente il grande artista, stigmatizzando i suoi presunti eccessi personali e soprattutto la sua sfera sessuale.

Oltre allo shock della notizia – solo pochi giorni prima era trapelata la notizia della malattia di Freddie – si aggiungeva il fastidio per quella che fu una pagina tra le peggiori del giornalismo televisivo. Certo, i (ne)fasti del Tg1 di oggi erano ancora di là da venire, ma già in quell’occasione, come ebbe a commentare Aldo Falivena, non si fece giornalismo.

A distanza di anni però, polemiche a parte – che in fondo hanno spesso segnato la vita di Freddie Mercury – rimane il segno indelebile lasciato da questo grande artista nella storia del Rock.

Steve Jobs, 1955-2011

Questa è una di quelle notizie che davvero non vorresti mai sentire. Accendo la tv, mi sintonizzo come al solito su RaiNews e la corsa dei titoli mi chiude lo stomaco: Steve è morto.

Sì. per chi, come me, utilizza dai primi anni ’90 i prodotti della Casa di Cupertino, Jobs è sempre stato “Steve”. Steve, il misfit, the genius, il grande innovatore, il modello irraggiungibile.

Può apparire retorico dirlo, ma è vero, senza Steve il mondo oggi sarebbe diverso. Ciò che ha fatto nel mondo dell’informatica, delle comunicazioni, dei media, del design rimane epocale, imprescindibile.

Oggi Steve non c’è più, ma lo spirito delle sue innovazioni e l’esempio del suo approccio alla vita rimarrà tra noi.
Ne sono certo.

Real-Time Marketing & PR, David Meerman Scott

David Meerman Scott è un vero e proprio guru nel campo del marketing strategico per il Web. Non a caso, ha pubblicato diversi bestseller sul marketing e sulle PR nell’era del Web 2.0, ed è protagonista, come speaker o chairman, di conferenze, eventi e seminari rivolti al management aziendale avanzato.

Oggi sono i concetti stessi di marketing e PT ad essere oggetto di trasformazioni tanto repentine quanto profonde, in seguito alla crescente diffusione del cosiddetto “Web in tempo reale”: i prodotti e lo stesso operato delle aziende sono divenuti costante oggetto di analisi, confronto/raffronto e discussione sui social network, e tra i nuovi compiti del marketing non può mancare oggi il costante monitoraggio di quanto avviene in Rete.

In quest’ottica, diviene esiziale per le aziende intraprendere un dialogo con la clientela, al fine di meglio focalizzarne esigenze e criticità. Solo così sarà possibile d’ora in poi avere successo, in un mercato, come quello attuale, caratterizzato da un’estrema volubilità e aleatorietà. Oggi, lo sappiamo, non è più possibile realizzare prodotti e servizi seguendo approcci tradizionali, come quelli utilizzati solo fino a pochi anni fa.

Al contrario, si rende necessario, evidenzia l’autore, adottare e utilizzare nuovi metodi lavorativi, anche al fine di controbattere con maggior efficacia le eventuali situazioni negative, quali crisi d’immagine, criticità legate all’introduzione di prodotti sfortunati – pensiamo alle vicende che hanno visto per protagonista in questi ultimi mesi un’azienda un tempo considerata tra le più solide, e oggi in crisi profonda, quale Nokia – e così via. Il volume di David Meerman Scott illustra bene cosa fare in concreto, prospettando vari scenari, tutti possibili, per realizzare marketing e PR davvero in real time, con tempistiche finalmente allineate alla reattività della clientela.

Real Time Marketing
David Meerman Scott
Hoepli
Collana Web & marketing 2.0
pp. XVI-240, € 19,90
ISBN 882034789X
ISBN-13 9788820347895
anno di Pubblicazione 2011

Il filo di Arianna

Arianna Huffington

Nei giorni scorsi i notiziari televisivi di casa nostra hanno dato grande risalto alla notizia dell’acquisizione milionaria – costata la bellezza di 315 milioni di dollari – da parte del gruppo America OnLine del sito Huffington Post, creato solo quattro anni fa da  Arianna Huffington.

Si è esaltato in particolare l’aspetto individuale dell’impresa, di indubbio successo, compiuta da “Arianna la Rossa”, oggi una delle opinion maker di maggio peso sulla scena americana. Non è mancato chi ha abbinato immagini tratti da vecchi film dedicati alle mitiche imprese dei primi pionieri del West a quelle, più patinate e “borghesi” della Huffington.

Soprattutto, si è posto in gran risalto l’aspetto coraggioso, quasi eroico dell’operazione da “selfmade woman”, che, dopo aver aperto nel 2006 un sito di notizie, commenti ecc…, sarebbe poi magicamente approdata alla ricca corte del gigante malato Aol.  Sembra si dimentichi però che la signora in questione varò il sito con il “modesto” contributo iniziale di un milione di dollari.

Corollario divertente dell’attuale vicenda, la notizia che molti dei collaboratori, rigorosamente a titolo gratuito, starebbero ora reclamando la spartizione di parte della ricca torta che si accinge ad addentare la rampante – e indubbiamente abile – signora Huffington.