David Bowie, sempre “oltre”

Il 10 gennaio 2016, appena 2 giorni dopo aver compiuto 69 anni, moriva David Bowie.

Poco prima, nel giorno del suo ultimo compleanno, l’8 gennaio, usciva l’ultimo disco, Blackstar, struggente capolavoro col quale chiudeva la sua multiforme carriera.

Da Ziggy Stardust al rock berlinese di Heroes, al tripudio pop – dance di Let’s Dance, passando per la magnifica parentesi hard rock dei Tin Machine, fino alla ritrovata collaborazione degli ultimi anni con Tony Visconti, Bowie è stato artista in perenne mutamento, sempre “oltre”.

Qui potete leggere la recensione che scrissi all’epoca dell’album Blackstar.

La musica dal vivo è indispensabile

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Di recente Riccardo Muti, dialogando con Maurizio Molinari, ha espresso un grande timore, condiviso direi non solo da chi fa musica, ma anche da chi la ascolta:

[….] io ho solo un grande timore: aver chiuso i teatri ha allontanato il pubblico dal vivere direttamente la musica, dal vedere e ascoltare i musicisti nel momento in cui suonano.
Lo ha fatto abituare all’idea che si può anche vivere senza cibarsi spiritualmente della musica.
Una cosa è sentire un cd a casa che ripete sempre la stessa esecuzione e può variare solo quando cambia il nostro stato d’animo. Un’altra ascoltare in teatro una esecuzione unica che nasce dal nulla e ritorna poi nel silenzio.

John Lennon, indimenticabile ribelle

La figura di John Lennon, scomparso l’8 dicembre del 1980, rimane a tutt’oggi una figura chiave non solo nella storia del Pop/Rock e per l’arte in genere, ma anche per il ruolo decisivo che John ha rivestito per il movimento pacifista e nella lotta contro le più becere convenzioni sociali.

Del resto anche quando militava nei Beatles è sempre stato considerato l’anima ribelle del gruppo: polemico, provocatorio, graffiante, nel suo ruolo di co-compositore assieme a Paul McCartney della maggior parte dei brani dei Fab Four.

Come non ricordarlo quando nel 1966 affermò, con una buona dose d’ingenuità – alla viglia dell’avvio del tour americano dei Beatles – che i Beatles erano più popolari di Gesù Cristo, scatenando il prevedibile sdegno, anzi il furore dei soliti benpensanti puritani?

Ma gli esempi sono numerosi: dal celebre bed-in di protesta contro la guerra del Vietnam nel 1969 con Joko Ono, alla celebre richiesta sarcastica – punk ante litteram – pronunciata davanti alla Regina d’ Inghilterra:

E voi fate tintinnare i vostri gioielli…

Mi è parso dunque non solo giusto, ma direi quasi inevitabile dedicare la prima puntata del 2021 della consueta rubrica dei libri consigliati a un’ampia carrellata di titoli tutti dedicati al grande John Lennon.

Album da salvare: 3) Weekend in London, George Benson


Altro album da salvare assolutamente dall’eventuale, aborrito oblio è un disco dal vivo del mitico George Benson, uscito a metà novembre.

Registrato durante un evento per pochi fortunati al Ronnie Scott’s Jazz Club — erano presenti solo 250 persone — mostra il celebre chitarrista-cantante in grandissima forma.

Arrangiamenti, band e registrazione sono di qualità stellare, ovviamente.

Do they know it’s Christmas?

Nell’ormai lontano (davvero? Eppure mi sembra così vicino, per averlo vissuto in prima persona) 1984, Bob Geldof e Midge Ure (all’epoca leader ispirato della mitica band degli Ultravox) dettero vita a un’utopia musicale con finalità benefiche: la fondazione di Band Aid, sorta di supergruppo britanno-irlandese.

Geldof si riproponeva di raccogliere fondi per contrastare la piaga della fame in Etiopia grazie alla pubblicazione del singolo, che ottenne un successo planetario, Do They Know It’s Christmas?

Oggi più che mai abbiamo bisogno di utopie e di sogni da realizzare come quello di Bob Geldof.

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Un altro addio: Pepe Salvaderi

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Pepe Salvaderi, fonte: ansa.it

Anno crudelissimo, questo interminabile 2020. Venerdì scorso è scomparso, a causa del virus, il chitarrista Pepe Salvaderi, che, assieme a Pietro Montalbetti (detto Pietruccio) e Giancarlo “Lallo” Sbrinziolo fondò a metà anni ’60 la mitica band – anzi “il complesso”, come si diceva all’epoca – dei Dik Dik.

Sei andato a suonare con gli angeli e ci hai lasciato qui a piangerti e ricordarti per sempre

hanno commentato i compagni del musicista. 

Album da non dimenticare: 1) Letter To You

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Oggigiorno l’uscita del nuovo album di un artista, anche di culto come nel caso di Bruce Springsteen, sortisce un po’ l’effetto di un’effimera fiammata: grazie alla potenza di fuoco di efficientissimi addetti stampa e alla conseguente, martellante copertura mediatica, se ne parla, se ne scrive, se ne legge a oltranza per qualche giorno.

Ma poi la cosa finisce lì. Nell’era della musica in streaming si ascolta con piglio frammentario, quando non chirurgico , qualche brano qua e là, a volte solo i primi secondi e, presi dalla fretta e dalla voracità, passiamo oltre.

Non è un atteggiamento passatista il mio, beninteso, della serie “Ai miei tempi, signora mia, i dischi si acquistavano e si ascoltavano dal primo all’ultimo solco in religioso silenzio”. È semmai l’amara constatazione di un dato di fatto: oggi le creazioni artistiche – siano esse musicali, letterarie, cinematografiche – hanno vita effimera. Bombardati come siamo da infiniti stimoli distraenti, ci rimane poco spazio mentale per assaporare davvero e godere dell’esperienza artistica.

Ecco perchè mi piace dedicare un breve post, a mò di memorandum per gli ascoltatori frettolosi (mi ci metto anch’io), alla recente uscita, verso la fine dello scorso ottobre, del ventesimo album di studio appunto dell’inossidabile Bruce Springsteen, Letter to You.

È un disco notevole, nel quale il Boss torna a fare musica con la mitica E Street Band. Per certi versi è una sorta di autocelebrazione, con lo Springsteen settantunenne che cita se stesso di molti anni fa, la sua storia gloriosa di rocker impegnato e la sua musica dei tempi d’oro.

E, intendiamoci, riuscendoci: l’album infatti nei suoi momenti migliori sfoggia il suono energico e potente di quarant’anni fa. Non è poco, in questi tempi di musica di plastica.

Da ascoltare, magari sorseggiando una buona birra accanto al focolare.

Troppi addii

Questo 2020 si conferma un anno feroce, anzi assassino. La malefica pandemia continua a mietere vittime e contagiare milioni di persone in tutto il mondo.

Inoltre, anche se non sempre a causa del virus, ci hanno lasciato anche molti personaggi famosi. In questi ultimi giorni sono scomparsi Sean Connery, vero e proprio “Highlander” del cinema, il grande Gigi Proietti, attore amatissimo e, notizia della notte scorsa, anche Stefano d’Orazio, batterista dei Pooh.

Pensare che pochi mesi fa aveva firmato assieme al compagno di sempre Roby Facchinetti un brano dedicato alla città di Bergamo, duramente colpita dal virus. 

Sean Connery
Gigi Proietti

Stefano D’Orazio

Annus horribilis davvero. Non lo rimpiangeremo.