L’osceno spettacolo della morte

Scriveva un paio di giorni fa Massimo Gramellini su La Stampa:

Non c’è mai nulla di glorioso nell’esecuzione di un tiranno. La vendetta resta una pulsione orribile anche quando si gonfia di ragioni. Ci vogliono Sofocle e Shakespeare, non gli scatti sfocati di un telefonino, per sublimarla in catarsi. Gli sputi, i calci e gli oltraggi a una vittima inerme – sia essa Gesù o Gheddafi – degradano chi li compie a un rango subumano.

Come dargli torto? Per non parlare della continua, ossessiva riproposizione dei vari video – e non passa giorno che non ne spuntino purtroppo di inediti – che mostrano il dittatore morente nelle mani dei rivoltosi.

La morbosità “paga” in tivù, lo sappiamo. Ma è davvero ora di porre fine a questo genere orrendo di… spettacolo, se così si può definire l’ostentazione della morte violenta.

Romics 2011, il disastro

Cronache da Romics 2011, ossia l’11° Festival del fumetto, dell’animazione e dei games: una vera Caporetto. Visitata nel pomeriggio della seconda giornata, spettacolo sconsolante e avvilente: pochissime case editrici, molti spazi vuoti, massiccia presenza di negozi di comics ma soprattutto merchandising.

Diversi chioschi di specialità dolciarie da sagra paesana e sporcizia ovunque: lo sbando più indecente. Branchi di cosplayer malinconici, gli occhi spauriti e i visi desolati, si aggiravano per la Fiera, ridotta ad hangar – discarica.

Il piazzale antistante l’anello di collegamento – il tunnel sopraelevato – è il primo biglietto da visita della Nuova Fiera di Roma: erbacce ovunque, scale mobili rotte, giardini ridotti a una steppa riarsa, uno scenario da ex Iugoslavia. Dulcis in fundo, il servizio di pullman navetta ridotto ai minimi termini.

Il Dipartimento di Giustizia USA indaga su S&P

La notizia del giorno è l’apertura di un’inchiesta, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, nei confronti dell’agenzia di rating Standard & Poor’s.

Benchè il Dipartimento affermi che la decisione di aprire l’inchiesta sia antecedente agli avvenimenti delle ultime settimane, non manca chi accusa apertamente il Governo USA di ritorsione ai danni dell’agenzia che ha operato il fatale downgrading della governance economica, e più in generale dello stato dell’economia, USA.

Al riguardo, mi pare interessante registrare la mancata analisi, da parte di molti esperti opinionisti di casa nostra, delle responsabilità e delle motivazioni, a mio avviso ben poco trasparenti, che hanno condotto Standard & Poor’s a declassare il rating americano. Oltretutto, è bene ricordare che le stesse agenzie di rating hanno già avuto pesanti responsabilità nel concorrere alla precedente, grave, debacle del 2008, come nello scandalo Enron e nell’erronea valutazione dei cosiddetti mutui sub-prime.

Guerra in Libia. Quali costi e conseguenze?

Mezzi distrutti durante raid aerei compiuti stamani in Libia. Sky

Ricevo e volentieri pubblico una riflessione di Carlo Ruta sull’intervento in Libia. L’autore ha di recente pubblicato il saggio Guerre solo ingiuste (Mimesis edizioni).

Guerra in Libia. Quali costi e conseguenze?
I motivi possibili di un attacco, presentato ancora una volta come umanitario, che minaccia di tradursi in un disastro di lungo periodo, alle porte di una Europa che rischia di pagare un conto elevatissimo.

di Carlo Ruta

In Libia è partita una guerra, che i governi dell’Occidente e gran parte dei mezzi d’informazione presentano ancora una volta come umanitaria. Di cosa si tratta realmente? Per comprendere quanto sia credibile tale motivo, è utile partire da un paio di dati storici recenti. Israele alcuni anni fa ha pianificato e attuato in Palestina una operazione che ha denominato con coerenza «piombo fuso». L’esito è stato di qualche migliaio di morti, quasi tutti civili. Ma nessuno ha minacciato una guerra «umanitaria». Nessuno si è guardato bene dal metterla in opera, come nessuno si era esposto a tanto già nella precedente operazione «Pace in Galilea», dagli esiti analoghi. Altro caso istruttivo è quello dello sterminio delle popolazioni cecene pianificato e attuato da circa venti anni dai governi della Russia, prima con Eltsin poi con Putin. Si tratta per certi versi di una guerra infinita, che ha provocato centinaia di migliaia di morti, in massima parte civili. Fino ad oggi nessuno Stato ha invocato però l’avvio di guerre «umanitarie». Nella Libia di Gheddafi tale tipo di azione, in difesa dei diritti delle popolazioni, è stata invece voluta risolutamente dalle nazioni forti dell’Occidente, su input degli Stati Uniti e con la convalida del consiglio di sicurezza dell’ONU. A quali costi, in termini di vite umane?

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False percezioni… lessicali

Fumo di Londra

Il malcostume imperante di utilizzare a sproposito termini stranieri e tecnicismi da linguaggio pseudo iniziatico in articoli e comunicati stampa – vezzo antico, ma purtroppo sempre in auge  – sta raggiungendo ormai vertici irraggiungibili di parossismo.
E, al contempo, di ridicolo, come testimonia il breve passo che qui riporto, tratto da un’intervista al zufolante direttore editoriale di una nota casa editrice:

[….] La scelta di portare le nostre serie a soli 7 mesi di distanza dalle pubblicazioni americane rispetto agli attuali 9-10 risiede nella volontà di sfruttare al meglio il buzz derivante da eventi e albi speciali, per restare il più possibile sul pezzo senza che l’hype per un grande evento (…) si perda nel passare di troppi mesi.

Il catch-up comincerà da subito, per concludersi poi intorno a novembre. […]

La semiotica del videomessaggio di B.

Annota, con fotografico puntiglio, La Stampa:

Il Berlusconi che entra nelle case degli italiani in abito scuro, camicia celeste e cravatta blu a piccoli disegni, è seduto a un tavolo da lavoro candido, con fascicoli alla destra e alla sinistra e, davanti, il testo sul quale comunque non si abbassa lo sguardo, probabilmente per l’uso del “teleprompter” che permette di leggere mantenendo lo sguardo alla telecamera.

Anche alle spalle di Berlusconi lo sfondo è bianco, con scaffali pieni di libri. E con le cornici d’argento scintillante che incastonano, in secondo piano ma sufficientemente visibili, il padrone di casa (perchè proprio nella Villa San Martino di Arcore il video è girato) insieme ai propri figli, in momenti di serenità che la loro età e la silhouette delle figure data indietro nel tempo.

Soprattutto la presenza  delle fotografie dei familiari, così vistosamente esposte all’occhio della telecamera, sembra voler lanciare con tutta evidenza un messaggio rassicurante, se non da bravo “pater familias”, almeno da ricco, se non saggio, patriarca.

Processare Assange negli USA? Impossibile

Federico Rampini, da sempre attento osservatore della realtà USA, osserva sul suo blog che è improbabile che la giustizia USA riesca a processare Assange, come pure vorrebbe con tutte le sue forze:

[…] almeno se lo si vuole incastrare per la divulgazione dei dispacci del Dipartimento di Stato. Lungo e argomentato intervento di un grande giurista, Baruch Weiss, sul Washington Post dimostra che perfino se venisse deportato in America, il capo di WikiLeaks avrebbe buone probabilità di uscire indenne da un processo. Weiss, che è stato giudice federale e ha lavorato anche per la Homeland Security, è uno dei massimi avvocati esperti di crimini dei colletti bianchi. Analizzando la giurisprudenza sul Primo Emendamento, le leggi sulla divulgazione di segreti di Stato, e la vaghezza del “danno” reale provocato finora da WikiLeaks, Weiss sostiene che al governo Usa conviene non provarci nemmeno.

Travaglio vs. Saviano?

Continuano le critiche, più o meno velate, all’intervento di Saviano. Se l’altro giorno è stato un giornalista di Libero a muoverle – Filippo Facci – stavolta è il turno di Marco Travaglio, dal suo blog:

Non c’era bisogno di scomodare lui per dire che Falcone era un uomo giusto e per questo fu vilipeso in vita e beatificato post mortem: tutte cose ampiamente risapute. Da Saviano ci si attende che parli dei vivi, non dei morti già santificati: cioè di quei personaggi (magistrati, ma non solo) che oggi rappresentano una pietra d’inciampo per il regime e proprio per questo, come Falcone, vengono boicottati, screditati e infangati appena osano sfiorare certi santuari.

Ma Travaglio ne ha anche per Nichi Vendola:

Da quel presepe, in cui è appena entrata la statuina di un Vendola sempre più imparruccato, devono sparire le figure controverse, scapigliate, borderline.

Filippo Facci: caro Roberto Saviano

Filippo Facci fa le pulci al monologo tenuto da Saviano l’altra sera a Vieni via con me, il programma scritto e condotto in coppia con Fabio Fazio su Rai Tre. Argomento, la cosiddetta macchina del fango – ricordate? quella messa in moto l’anno scorso da Vittorio Feltri sul Giornale ai danni dell’allora direttore di Avvenire Dino Boffo, oppure l’altra, tuttora in corso, scatenata contro Fini e il famigerato appartamento in quel di Montecarlo – e Falcone.

Facci osserva, in conclusione della sua lunga puntualizzazione:

Roberto, non potevi citare tutto e tutti, lo so. La tv è maledetta, il tempo è sempre poco: e pensa che tu ne hai avuto come nessuno.  Il problema è che altri nomi, altri personaggi, altre testate, altri presunti e più recenti macchinatori del fango, tu li hai invece pronunciati o fatti intuire con furba chiarezza. Un filo troppa, secondo me.

Inutile dire che l’articolo di F.F. ha scatenato polemiche accesissime.

Il MEI in piazza contro i network radiofonici contro il boicottaggio della musica italiana

Giordano Sangiorgi contro i network: “Misura ottusa, stanno facendo un danno enorme. Anche il Festival di Sanremo sia dalla nostra parte”

“Basta con il boicottaggio delle radio alla musica italiana. E’ una situazione insostenibile che sta danneggiando gravemente l’intero settore e che sta provocando gravissimi danni al made in italy musicale”. Giordano Sangiorgi, organizzatore del Mei – Meeting degli indipendenti, la più grande vetrina della nuova musica indipendente italiana, che si svolgerà dal 25 al 28 novembre a Faenza, lancia un grido d’allarme per porre fine al boicottaggio della musica italiana da parte dei principali network radiofonici.

“E’ un comportamento scandaloso che sta creando problemi enormi all’intero settore discografico – prosegue Sangiorgi – dati alla mano ci sono network che trasmettono dal 10 al 30% di musica italiana, una quota bassissima, che sta impedendo una normale promozione dei prodotti discografici del nostro Paese in un periodo cruciale per l’industria come quello che va da autunno a fine dicembre”.

Il boicottaggio va avanti ormai,  in modo sempre piu’ acuto, soprattutto dal dicembre 2008, da quando alcuni dei principali network hanno disdetto, in seguito ad una controversia economica,  l’accordo con il Consorzio Fonografici (Scf), che gestisce in Italia la raccolta e la distribuzione dei diritti connessi, dovuti ad artisti e produttori discografici, per l’utilizzo in pubblico di musica registrata. In tal modo non arrivano più diritti né ai produttori, né agli artisti, interpreti ed esecutori italiani. Continua a leggere