Thatcher, no more

Margaret Thatcher se n’è andata ieri, ma non tutti la rimpiangono. C’è chi addirittura festeggia, a Brixton, al grido di “Maggie Maggie Maggie, dead dead dead!”. E sono in molti – tra questi l’ex Premier Romano Prodi – ad additarla, assieme all’ex Presidente degli Stati Uniti Reagan, di aver posto le basi – anzi le mine – della crisi economico-sociale dell’Occidente.

Ma è soprattutto negli anni ’80 che la protesta del mondo giovanile, dei sindacati, della classe operaia e del Rock che si fa sentire con grande convinzione.

Se ne parla più diffusamente qui.

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La facile notizia dell’arresto di George Clooney

Ieri i media italiani, salvo rare eccezioni come la mai troppo lodata RaiNews 24, hanno dato largo spazio alla notizia dell’arresto a Washington della star hollywoodiana George Clooney, limitandosi però all’aspetto – scontato e becero – del gossip.

L’azione dimostrativa dell’attore e di suo padre mirava invece a sensibilizzare l’attenzione su ciò che sta accadendo in Sudan. Qui l’attore ha girato di recente un video, che pubblico per far capire di cosa stiamo parlando, con la necessaria avvertenza che contiene scene e immagini molto crude.

Ma la realtà è questa, che ci piaccia o meno.

Autori per il Giappone

Autori per il Giappone

Mentre l’Europa giustamente si preoccupa per la guerra in Libia – l’Italia in primis, vuoi per il suo passato coloniale, vuoi per la recente, imbarazzante “amicizia” del nostro Premier con il dittatore sotto scacco Gheddafi – la situazione in Giappone rimane grave. Dopo il terremoto e lo tsunami, la catastrofe nucleare di Fukushima ormai è una realtà.

Sulla scorta di quanto già avvenuto all’estero, anche da noi il mondo dell’arte si mobilita. L’iniziativa si deve alla scrittrice e blogger Lara Manni, che ha promosso una meritoria operazione, Autori per il Giappone: un blog che sta raccogliendo le opere di molti scrittori, professionisti (tra questi la regina del fantasy italiano, Licia Trosi) e non e di illustratori (un nome per tutti, Franco Brambilla, illustratore tra l’altro della collana s.f. Mondadori Urania)

Ci sono opere realizzate ad hoc – come ad esempio il breve racconto s.f. scritto dall’autore di questo blog – accanto a incipit di romanzi e testi di varia natura. Importante soprattutto è fare un’offerta a Save the Children, organizzazione attiva anche sul fronte degli aiuti al Giappone. Ogni donazione, di qualunque entità, sarà ben accetta.

Guerra in Libia. Quali costi e conseguenze?

Mezzi distrutti durante raid aerei compiuti stamani in Libia. Sky

Ricevo e volentieri pubblico una riflessione di Carlo Ruta sull’intervento in Libia. L’autore ha di recente pubblicato il saggio Guerre solo ingiuste (Mimesis edizioni).

Guerra in Libia. Quali costi e conseguenze?
I motivi possibili di un attacco, presentato ancora una volta come umanitario, che minaccia di tradursi in un disastro di lungo periodo, alle porte di una Europa che rischia di pagare un conto elevatissimo.

di Carlo Ruta

In Libia è partita una guerra, che i governi dell’Occidente e gran parte dei mezzi d’informazione presentano ancora una volta come umanitaria. Di cosa si tratta realmente? Per comprendere quanto sia credibile tale motivo, è utile partire da un paio di dati storici recenti. Israele alcuni anni fa ha pianificato e attuato in Palestina una operazione che ha denominato con coerenza «piombo fuso». L’esito è stato di qualche migliaio di morti, quasi tutti civili. Ma nessuno ha minacciato una guerra «umanitaria». Nessuno si è guardato bene dal metterla in opera, come nessuno si era esposto a tanto già nella precedente operazione «Pace in Galilea», dagli esiti analoghi. Altro caso istruttivo è quello dello sterminio delle popolazioni cecene pianificato e attuato da circa venti anni dai governi della Russia, prima con Eltsin poi con Putin. Si tratta per certi versi di una guerra infinita, che ha provocato centinaia di migliaia di morti, in massima parte civili. Fino ad oggi nessuno Stato ha invocato però l’avvio di guerre «umanitarie». Nella Libia di Gheddafi tale tipo di azione, in difesa dei diritti delle popolazioni, è stata invece voluta risolutamente dalle nazioni forti dell’Occidente, su input degli Stati Uniti e con la convalida del consiglio di sicurezza dell’ONU. A quali costi, in termini di vite umane?

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Rodotà: accesso a Internet garantito dalla Costituzione

Durante la terza edizione dell’Internet Governance Forum Italia (Igf- Italia 2010), il Prof. Stefano Rodotà, ex Presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, ha sollevato con grande evidenza la questione dell’accesso alla Rete:

La Costituzione italiana è una delle più belle del mondo ma è nata in un’epoca in cui Internet non esisteva. Ora è arrivato il momento di cambiare e di scrivere che l’accesso alla rete, il più grande mezzo di comunicazione della storia, è un diritto costituzionale. Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.

A proposito del terremoto politico e diplomatico scatenato dalla recente offensiva di Wikileaks, Rodotà ha poi acutamente osservato:

Le reazioni della politica di fronte al fenomeno di Wikileaks sono improntate alla sorpresa e al biasimo per la diffusione dei documenti segreti, ciò dimostra, ancora una volta, l’inconsapevolezza culturale della politica. Italiana e non. In tutti i tempi, infatti le scoperte scientifiche e tecnologiche hanno sempre sconvolto i preesistenti sistemi di potere. Ed è naturale che ciò accada anche ora. Non a caso in Italia il Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini ha parlato di un ‘nuovo 11 settembre’

(via L’INKontro.info)

Jasmina scopre il nazionalismo

Scrive Valeria Gandus su Il fatto Quotidiano:

[…] Jasmina è serba. Una serba atipica che non sa che cosa sia il nazionalismo se non per averlo subito: fiera oppositrice di Milosevic, durante l’ultimo conflitto dei Balcani, quello poi sfociato nella guerra del Kosovo, teneva un diario online (Normalità, il diario di un idiota politico, poi pubblicato in Italia da Fandango) attraverso il quale raccontava al mondo la vita quotidiana sotto le bombe della Nato e, insieme, denunciava la stupidità e la ferocia del regime che quella guerra aveva provocato. Una «serba traditrice» non solo per Milosevic ma per gran parte dei suoi connazionali che ancora oggi non le perdonano le denunce degli orrori (a cominciare dalla strage di Srebrenica) compiute in nome della grande madre Serbia, una nazione che ha perso tutte le guerre che ha combattuto, primato di cui Jasmina va particolarmente fiera.

E particolarmente contenta era Jasmina di essere ospite della Croazia, il Paese che una ventina d’anni fa si distaccò dalla Jugoslavia avviando quella secessione che avrebbe poi portato al disastro che tutti ricordiamo. I due popoli, un tempo uniti sotto la stessa bandiera e poi divisi da una guerra crudele e cruenta come e più di tutte le guerre, tornavano a parlarsi, a comunicare: non solo attraverso il ripristino della linea ferroviaria che in capo a qualche anno tornerà a collegare Serbia, Croazia e Slovenia fra loro e all’Europa, ma anche attraverso il libero scambio di idee e opinioni fra intellettuali di diverse nazionalità, fra le quali quella serba da lei rappresentata, e il pubblico croato.

Ma la contentezza è durata poco. Per quel pubblico Jasmina era e sempre resterà una nemica proprio in quanto serba. A ogni approdo, di isola in isola verso il sud, le cose andavano peggio: appena iniziava a parlare con il suo accento indiscutibilmente serbo, nonostante Jasmina parli quotidianamente in inglese con suo marito e in italiano con gli abitanti e gli amici di Torino, città nella quale vive da qualche anno, nonostante tutto ciò, appena apriva bocca arrivavano i brusii di disapprovazione, i fischi e anche peggio. Alla fine, i volonterosi e incolpevoli organizzatori della crociera letteraria sono arrivati a chiederle di parlare in italiano, lingua ben conosciuta in Croazia, per evitare il peggio. […]

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