1969. L’anno della controcultura: parole, musica e immagini

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Se c’è un giornalista preparato sulle vicende e le tendenze artistiche, soprattutto musicali, che hanno caratterizzato gli anni ’60 e ’70, ebbene questi è senz’altro il vulcanico Ernesto Assante.

La mostra da lui curata all’Auditorium di Roma rievoca con leggerezza ma anche grande acume e agilità gli anni della controcultura e della rivoluzione giovanile. Si parte dalla celeberrima Beat Generation degli anni ’50 di Jack Kerouak fino agli eventi epocali, appunto, del 1969 (l’allunaggio, il concerto-fiume di Woodstock, la terribile strage di Bel Air, il canto del cigno dei “Fab Four” Beatles…).

Si possono ammirare, attinti dalle collezioni del buon Ernesto, libri, giornali, poster, dischi, biglietti di concerti, memorabilia e foto d’epoca dell’archivio di Getty Images. Non si può non rimpiangere la creatività scatenata di quegli anni, quando ogni poster promozionale, locandina di concerto e copertina di disco costituiva un unicum di rara bellezza.

La mostra è aperta sino a lunedì 6 gennaio, quindi se avete la possibilità di visitarla affrettatevi: ne vale la pena, credetemi.

Il 1969 di Achille Lauro

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Non credevo che avrei mai segnalato su queste pagine l’album di un personaggio come Achille Lauro. Non per snobismo, ci mancherebbe: semplicemente perché la “trap” è lontana dai miei gusti musicali.

Ma l’album 1969 del rapper romano va decisamente oltre il genere di partenza, a mio avviso un po’ “ignorante”, se mi passate l’aggettivo. I brani di questo lavoro tendono infatti al rock, almeno nelle sonorità quasi punk ad esempio di Rolls Royce, il brano portante dell’album nonché illuminante biglietto da visita del nuovo corso artistico intrapreso da A.L.

Nuovo non in senso letterale, beninteso, dal momento che i riferimenti sono perlopiù a miti e icone storiche di un passato “bello e maledetto” come Marilyn Monroe, Elvis Presley, James Dean, Jimi Hendrix, la Rolls Royce del brano già citato.

Evidenti anche i richiami a certo cantautorato di rottura, dallo sberleffo finto non sense del grande Rino Gaetano al sarcasmo del primo Vasco Rossi: il tutto shakerato con suoni e linguaggio di oggi.

Insomma, 1969 è un buon disco, da ascoltare senza pregiudizi.

Il ritorno della divinità: Maeba, di Mina

Maeba

Non vorrei vi fosse sfuggito Maeba, il nuovo disco di quella divinità aliena che risponde al nome di Mina.

La divina, pur assente dalle scene dalla fine degli anni ’70, ha continuato implacabile a produrre dischi a cadenza annuale: a volte i risultati sono stati all’insegna della routine (sempre all’interno dei parametri stellari di Mina, intendiamoci).

Ma altre volte ha regalato al suo pubblico vere e proprie perle, come il primo disco di duetti con il pard Celentano (del 1998), o l’album Piccolino del 2011 (di quest’album vi consiglio di ascoltare la struggente Compagna di viaggio, del compianto Giorgio Faletti).

Quest’anno le è di nuovo riuscito il miracolo. Sì, perchè ha davvero del miracoloso la qualità della sua voce, in grado di passare dai toni più lievi e delicati al tipico birignao strafottente e quasi sprezzante di Mina, fino al dispiego a pieni polmoni come nessuna cantante – non solo della sua età – riesce o si azzarda a fare.

Ma torniamo al disco. È un lavoro stupefacente: c’è la Mina sontuosa anni ’70 del brano d’apertura Volevo scriverti da tanto; quella stralunata, quasi sperimentale de Il tuo arredamento, di una cover destrutturata e affascinante di Last Christmas di George Michael… ma ci sono anche Blues, pop, jazz, il tutto condito da arrangiamenti e sonorità mai banali o tirate via.

Sono gli ingredienti che mancano ad esempio a Giorgia: una voce da paura, ma servita da un materiale il più delle volte non all’altezza, diciamocelo.

Concludo segnalandovi che Il brano di chiusura del disco, Un soffio, psichedelico e folle, è musicato da un certo Boosta

‘NUff said, ragazzi.

Addio a Leon “Ndugu” Chancler

NduguChancler

Altra brutta notizia per il mondo della musica: pochi giorni fa, il 3 febbraio, è scomparso all’età di 65 anni Leon “Ndugu” Chancler, uno dei batteristi più dotati di sempre.

Possedeva un sound unico, inconfondibile. Se volete ascoltarne un esempio, ascoltate il formidabile attacco della celeberrima Billie Jean di Michael Jackson.

Tra l’altro, di recente avevo menzionato il nome di “Ndugu” nella recensione a una biografia dedicata a Jackson, la cui prefazione era stata scritta proprio dal grande batterista.

Villains, il nuovo “diabolico” album dei QOTSA

cover QOFTSA

A fine agosto è uscito Villains, il nuovo, attesissimo album dei Queens of the Stone Age. Ho volutamente atteso qualche settimana e soprattutto effettuato diversi ascolti prima di decidermi a scrivere qualche riga sul disco.

Il motivo di questo rimando è dovuto all’impressione francamente poco felice suscitata dal primo ascolto. Speravo che il tempo avrebbe mitigato la sensazione, invece…

Temo che stavolta il vulcanico (e spesso geniale, diamo a Cesare quel che è di Cesare) Josh Homme abbia esagerato. A partire dalla scelta di Mark Ronson nel ruolo di produttore: stellare sì, ma a mio modesto avviso troppo trendy e in definitiva fuori ruolo, insomma poco adatto a produrre una band di… di cosa, a questo punto? Alternative rock, funky-jazz, disco-rock, pop?

Se da un lato è apprezzabile l’inesausta volontà di ricerca di Homme verso nuove sintesi musicali, in questo caso il risultato non convince: il disco suona fin troppo moderno, “alla moda”, nel senso che i suoni sono elaboratissimi, furbi, a tratti duri sì, ma solo quanto basta per catturare l’eventuale nuovo ascoltatore. Non certo chi ha amato i precedenti lavori della band, compreso l’interessante Like Clockwork, che al contrario era un ottimo album, ricco di idee e ben suonato.

Del resto nello stesso periodo non meno valida risultò la collaborazione di Homme al recente disco di Iggy Pop, Post Pop Depression, all’insegna di un robusto rock dal sapore vintage, sia pure contaminato da bagliori dance.

Che dire, speriamo in futuri ravvedimenti di Homme e soci…

 

In the now, Barry Gibb

tumblr_oc4eh97yh21vd22n7o1_1280Come amo ripetere in questi giorni, non di solo Festival di Sanremo si vive, anzi si… ascolta!

Piaccia o meno, la musica di Barry Gibb – da solo o assieme ai compianti fratelli Robin e Maurice dei Bee Gees – ha accompagnato diverse generazioni di appassionati di quella musica pop-rock d’alto livello che tanta influenza ha avuto e continua ad avere anche su tanti musicisti e arrangiatori.

Sì, perchè la musica dei Bee Gees non è stata solo quella legata alla “disco” della metà degli anni ’70 – in fondo solo una fortunatissima parentesi – ma anche e soprattutto pop-rock d’alto bordo. Un esempio per tutti, l’album Living Eyes del 1981 o, risalendo più indietro nel tempo, lo splendido e sontuoso pop sinfonico di Odessa.

Inutile però prodursi in uno sterile e temo noioso elenco degli innumerevoli successi composti assieme agli altri Gibb o per una nutrita serie di altri artisti, Barbra Streisand in testa.

Mi limiterò invece a segnalare la recente uscita di In the Now, nuovo album da solista di B.G.: un bel disco, nient’affatto datato o nostalgico, suonato e arrangiato come raramente capita di sentire in questi ultimi tempi, di musica spesso finta, prodotta in serie da artisti non meno finti, di plastica.

Si parla dell’album con un certa dovizia di particolari a questo indirizzo. Sotto invece potete ascoltare un assaggio dal disco, la canzone che dà il titolo all’intero lavoro, In The Now appunto.

Baustelle, quelli del pop perfetto

I Baustelle hanno da poco pubblicato il loro nuovo album, L’amore e la violenza. Ed è un gran bel disco, tra pop elettronico e rock, all’insegna della melodia più sfacciata.

I suoni sono curati a livelli maniacali, gli arrangiamenti studiati per stregare l’ascoltatore e i testi spiazzano, come nella tradizione ormai ventennale del trio.

Il primo singolo estratto è Amanda Lear, che già fa intuire il lavoro svolto dalla band. Per chi volesse approfondire, si parla diffusamente del disco qui.

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