Franco Battiato: Torneremo ancora

BattiaFa uno strano effetto ascoltare quello che a tutti gli effetti potrebbe essere l’ultimo – nel senso, ahinoi, di definitivo – album di Franco Battiato, Torneremo ancora.

15 brani, di cui 14 registrati dal vivo con la sontuosa Royal Philharmonic Orchestra e uno, quello che dà il titolo all’album, inciso in studio (poco più di una demo, sia pure orchestrata e arrangiata a posteriori).

Un effetto strano, dicevo, perché non si può ascoltare il disco senza ignorare il periodo difficile che sta vivendo Battiato: si è colti da un senso di malinconia a tratti struggente, nel risentire la voce, già a tratti esitante e affaticata del grande musicista.

Né è di conforto la visione del clip promozionale diffuso in occasione dell’uscita del disco, che mostra l’artista stanco e provato, quasi smarrito. L’intento forse era quello di mostrarlo al lavoro con la sua amatissima musica, ma le immagini,  quasi impudiche, al contrario finiscono per rattristare e turbare lo spettatore.

Mi è tornato in mente il video, per certi versi analogo, di Headlong, brano dei Queen tratto dall’album Innuendo, che mostra un Freddie Mercury smagrito recitare la consueta parte della rockstar sfrontata e impetuosa. Quando vidi l’immagine di Freddie in studio di registrazione ricordo che ne rimasi molto turbato: mi sembrò di cogliere i segni della malattia su quei lineamenti resi quasi iconici da tanti videoclip di successo. E ancora la notizia della malattia non era trapelata.

Nonostante ciò, alla fine Torneremo ancora risulta un buon lavoro, quasi spiazzante nella sua paradossalmente scarna solennità. E se anche dovesse scrivere la parola fine alla vasta discografia del Maestro, posso affermare senza problemi che non sfigura affatto accanto agli altri lavori pubblicati in precedenza.

E chissà che non torni ancora anche lui, Franco Battiato: vulcanico, poliedrico e provocatorio come l’abbiamo sempre conosciuto e apprezzato.

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Quando Vittorio Zucconi cercava il lato fresco del cuscino

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Pochi mese fa è scomparso un colosso del giornalismo, Vittorio Zucconi. A lungo corrispondente da Mosca e dagli Stati Uniti, è stato testimone attendibile e attento di molti importanti eventi.

Un libro, di recente ristampato, può aiutarci a comprendere la statura di questo grande giornalista, Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute.

Non voglio dilungarmi oltre, anche perché ho idea che Zucconi non avrebbe gradito le mie sviolinate, col suo caratterino… Comunque, per chi volesse approfondire, ne parlo più diffusamente qui.

Libri da leggere ora

Per salutare degnamente l’arrivo del mese di settembre parte oggi, sul blog magazine GraphoMania, una nuova rubrica: Libri da leggere ora.

Di volta in volta il curatore segnalerà ai lettori del blog quelli che a suo avviso sono i libri “del mese”. Intendiamoci, non si tratterà necessariamente di novità editoriali, o almeno non sempre, anche per non cadere nella facile trappola della prevedibilità: a volte si seguirà un filo conduttore, oppure no.

Il criterio guida sarà, come sempre, quello della curiosità e della qualità.

Edison – L’uomo che illuminò il mondo

Film molto interessante, Edison – L’uomo che illuminò il mondo. Presentato al Toronto International Film Festival ben due anni fa, è stato distribuito solo lo scorso luglio nel nostro Paese per le ben note vicende “post maccartiste” legate al triste caso Weinstein.

Diretto con buon ritmo e con grande attenzione al lato spettacolare da Alfonso Gomez-Rejon, ha per protagonisti un convincente, sempre più lanciato Benedict Cumberbatch nel ruolo del tormentato genio Edison, Michael Shannon, efficace, grazie a una recitazione tutta giocata su toni sommessi, nel ruolo del rivale Westinghouse, e Nicholas Hoult nei panni del non meno geniale, ma assai sfortunato, Nikola Tesla.

Segnalo inoltre che nel cast comprare anche, in un ruolo non secondario, il simpatico Tom “Spider-Man” Holland.

Il film è a mio avviso ben riuscito. Non cade nella facile tentazione della rappresentazione manichea della lotta tra il presunto “buono” Edison e l’imprenditore, più spregiudicato e navigato, e per questo certo meno amabile, Westinghouse.

Entrambi i personaggi, oggettivamente non facili, vengono rappresentati in maniera convincente, mostrando grandezze e miserie, aspirazioni e contraddizioni dei due colossi, veri e propri padri della modernità.

Locandina film

Il microbioma, questo sconosciuto

LadietadelmicrobiomaTra le scoperte più promettenti degli ultimi decenni in campo medico non possiamo non annoverare il microbioma.

Niente a che vedere con le creature immaginate da H.P. Lovecraft, il microbioma altro non è che l’insieme dei microrganismi che albergano nelle anse del nostro intestino.

Lo stato di salute e il comportamento di questo complesso sistema sono fondamentali per molteplici aspetti della nostra vita e anche il mondo dello sport si sta interessando attivamente a questo genere di ricerche.

Un libro dal titolo a dire il vero un po’ fuorviante, La dieta del microbioma (potrebbe indurre a pensare al solito manuale di ricette), illustra bene sia le funzioni sin qui scoperte del microbioma che il funzionamento dell’apparato digerente. L’autore poi, Michael Mosley, è una garanzia di serietà e competenza.

Per chi volesse approfondire, la recensione completa del volume si trova qui.

Salinger. La vera storia di un genio

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È uscito di recente un libro prezioso, Salinger. La vera storia di un genio, di Kenneth Slawenski. È una biografia accuratissima e informata a livelli quasi maniacali dello scrittore più celebrato ma anche più misterioso della letteratura del secondo dopoguerra, il mitico Salinger.

Ne parlo più diffusamente qui.

Western Stars, lo Springsteen che non ti aspetti

Western starsPochi giorni fa (il 14 giugno, per gli amanti delle date) è uscito Western Stars, il nuovo album di Bruce Springsteen.

Dimenticate il tipico rock’n roll muscolare del Boss. Oggi, a settant’anni, Springsteen ha realizzato un disco piuttosto pop “old style”, a tratti country, con archi, fiati, basso, chitarre elettriche e acustiche, batteria e tanta melodia.

A tratti, ascoltandolo e riascoltandolo – è molto bello, e ti prende subito – sembra quasi di avvertire la mano di Burt Bacharach per l’ariosità di certi arrangiamenti. La voce è sempre quella, intonata, forte, che in certi falsetti ricorda perfino certi brani dell’ultimo Bowie.

Proprio così, c’è molta melodia, sì, ma anche tanta malinconia e un senso di struggente solitudine che permeano i brani, peraltro quasi tutti di ottimo livello. Non ci sono riempitivi, insomma.

È un disco da ascoltare di sera, anzi – meglio – di notte, guidando un vecchio pick-up Ford su una qualche strada di campagna, di quelle polverose e poco battute. Lontano dal clamore nevrotico delle nostre città e dal rumore digitale che infesta le nostre vite.