Università e pecore

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È da poco approdata in libreria, pubblicata da Feltrinelli Comics, un’interessante graphic novel, dedicata alla storica figura di Don Milani, dal titolo ironico e provocatorio, Università e pecore.

Interamente realizzata – testi e disegni – dalla talentuosa Alice Milani, nipote del battagliero religioso, offre una prospettiva nuova, a tratti inedita, sulla vita e le opere del grande educatore, scrittore e insegnante.

Ne consiglio la lettura, per l’importanza e l’attualità del pensiero e del modus operandi del celebre Priore di Barbiana.

Chi volesse approfondire l’argomento può farlo leggendo la mia recensione sul blog magazine Graphomania.

Premio Kipple (per romanzi)

PREMIO-KIPPLE-2019_2-203x300Giorni fa ho segnalato su queste pagine il concorso per racconti brevi Short Kipple. Oggi invece voglio ricordarvi un altro, più impegnativo, concorso, quello dedicato ai romanzi, il Premio Kipple. Indetto appunto da Kipple Officina Libraria, è giunto ormai alla XII edizione.

A seguire trovate il relativo bando.

Il Premio KIPPLE è un concorso ideato nel 2008 dal Premio Urania Mondadori Lukha B. Kremo, che premia il miglior romanzo fantastico ricevuto in redazione con la pubblicazione sia digitale, sia cartacea entro sei mesi dall’annunciazione del vincitore.

I generi ammessi sono: Fantascienza(hard science-fiction, post-cyberpunk, steampunk, bio-punk, anticipazione, ecc.), Weird (new weird, fanta-horror, neo-noir, horror, urban fantasy, ecc.)

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Kipple Officina Libraria bandisce per l’anno 2019 la XII edizione del Premio Kipple per il miglior romanzo di genere fantastico

1) Sono ammesse solo le opere in lingua italiana inedite, mai pubblicate su carta, digitale e sul WEB, neppure parzialmente. I romanzi devono avere la lunghezza minima di 100 cartelle dattiloscritte e massima di 400 cartelle (per cartella s’intende, all’incirca, una pagina da 60 battute di 30 righe, cioè 1800 caratteri spazi inclusi).
2) Il contenuto deve essere SOLO ed ESCLUSIVAMENTE fantastico. I generi ammessi sono:

Fantascienza (hard science-fiction, post-cyberpunk, steampunk, bio-punk, anticipazione, ecc.)
Weird (new weird, neo-noir, horror, urban fantasy, ecc.)

Testi di qualsiasi altra natura NON verranno presi in considerazione.

3) È possibile partecipare con più opere.

4) La quota di partecipazione è fissata in 15 per ogni opera, da accreditare entro il 30 aprile 2019

  • I) tramite paypal: kol@kipple.it
  • II) con accredito sul conto corrente postale n° 43103274 con causale “Premio Kipple 2019”
  • III) con bonifico alle coordinate bancarie: IBAN IT95W 07601 01600 000043103274 intestate a Gianluca Cremoni con causale “Premio Kipple 2019”

5) La scadenza è fissata per il 30 aprile 2019.

6) I romanzi devono essere spediti in allegato all’indirizzo: kol@kipple.it indicando nel titolo dell’e-mail “Premio Kipple 2019”. Nel corpo della mail dovrà essere presente: il Titolo (o i titoli) dell’opera, l’Autore e la dicitura: “dichiaro che l’opera allegata non deriva da plagio e di essere in possesso di tutti i diritti a esso connessi; ai sensi del d.lgs. 30 giugno 2003 n.196” e “acconsento al trattamento dei dati personali da me forniti”.

In allegato dovrà esserci il testo salvato come “titolo opera” di “nome autore” (con nome dell’autore, il titolo dell’opera e un indirizzo email sul frontespizio della prima pagina) e deve essere presentato SOLO in formato elettronico .doc, .rtf, .odt o .docx e, sempre in allegato, la ricevuta del pagamento.

7) Il vincitore del Premio avrà diritto alla pubblicazione del romanzo in formato CARTACEO nella collana “Avatar”, distribuito su Amazon in opzione “ondemand” e sulle librerie online, e in versione DIGITALEnella propria collana “eAvatar” distribuito su tutti i portali online quali Kobobooks, IBS, Mediaworld, Unilibro, LaFeltrinelli, Biblet, Bol, Bookrepublic, ecc., su Amazon IT, US, UK, DE, FR, ES, JP, CA, IN, MX, e AppleStore (iTunes). Inoltre, il vincitore avrà diritto anche a un anno d’iscrizione gratuita alla World SF Italia.

Riepilogo:

Lunghezza: min 100 max 400 cartelle
Scadenza: 30 aprile 2019
Invio a: kol@kipple.it in formato .doc, .rtf, .odt o docx.
Quota di partecipazione: 15 ogni romanzo

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PALMARES

XI – 2018 Nessun vincitore – In sostituzione è stato istituito il Premio Kipple Reloaded per i migliori romanzi di SF italiana degli ultimi anni. Vincitore: Mauro Antonio Miglieruolo con Come ladro di notte.

X – 2017 Carnivori – Francesca Conforti

IX – 2016 Freakshow – Pee Gee Daniel

VIII – 2015 Non ci sono dei oltre il tempo – Davide Del Popolo Riolo

VII – 2014 Black Blade – Marco Milani ex aequo Lithica – Alessio Brugnoli

VI – 2013 L’era della dissonanza – Matteo Barbieri

V – 2012 I negromanti – Alessandro Forlani [pubblicato da Mondadori come I senza-tempo]

IV – 2011 Il canto oscuro – Alessio Brugnoli

III – 2010 La pesatura dell’anima – Clelia Farris

II – 2009 Ultima pelle – Alberto Cola

I – 2008 I signori del Malsem – Biancamaria Massaro

4 aspetti interessanti della riforma universitaria

di Carlo Santulli

Abbiamo finalmente, dopo decenni di provvedimenti più o meno conservativi, una riforma universitaria. Mi sono chiesto a lungo se debba esserne contento o no, e, al di là dei miei sentimenti personali, se funzionerà o meno per dotarci di un sistema più efficiente e meritocratico.
Non ho una risposta pronta, altrimenti sarei un politico o un conduttore televisivo: tuttavia, cerco di riflettere. Ci sono alcuni aspetti della riforma che reputo interessanti, e cerco di elencarli qui sotto:
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Siamo tutti manager (anche i ministri…)

di Carlo Santulli

Conosco molte persone che hanno la passione per le ferrovie. Perché ce l’ho anch’io, e, tempo e vita permettendo, è bello a volte frequentare le persone che condividono qualcosa con noi.
Alle volte però mi stupisco, perché sempre più spesso, li sento ragionare come dei manager. Sapete, i manager, quelli che…“le cose si potrebbero fare, però non ci sono i soldi, e poi non conviene”.

Sul lavoro, capisco che possa essere necessario pensare in questo modo: nel tempo libero, ed anche in passatempi come questa cosa strana e un po’ bizzarra delle ferrovie (strana e bizzarra per i non-adepti, ovviamente), mi sembra curioso, interessante. E’ come se ci piacesse molto una ragazza che sappiamo da segni certi ricambia il nostro sentimento e, non avendo niente di particolare da fare, decidessimo, senza nessuna costrizione esterna, cioè liberamente, di starcene chiusi in casa, da soli e un po’ tristi.

Faccio un esempio pratico: io, se fossi ministro dei trasporti, farei ricostruire anche il tram di Ferentillo, prolungandolo fino a Visso, facendolo incrociare a Sant’Anatolia con la rediviva linea Spoleto-Norcia, di cui discuterei se fargli valicare l’Appennino, incontrando ad Ascoli Piceno la linea che sale da San Benedetto del Tronto. (È evidente che non avrò mai tale carica).
Certo, poi ci sarebbe qualche manager che mi accuserebbe di sprecare soldi, perché la Valnerina è stretta e non esageratamente popolata, poi anche gli ambientalisti sarebbero contro di me (mentre se avessi costruito un’autostrada, non troverebbero nulla da eccepire: mi arrogo il diritto a tre cattiverie, e questa è la prima), e figuriamoci gli automobilisti, i sindaci, eccetera.
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Rientro dei cervelli

Negli ultimi anni si fa un gran parlare di “rientro dei cervelli”, specialmente a partire dal 2001, quando (era allora ministro dell’Università e della Ricerca Ortensio Zecchino), si è promulgato il primo decreto con questo intento (D.M. del 26/1/2001 n.13), che ha permesso a circa 400 ricercatori che da almeno tre anni si trovavano fuori dall’Italia di rientrarvi. “Cervelli” non necessariamente italiani, notate bene: d’altronde, nello spirito di Maastricht, si tratta di uno scambio di ricercatori a tutti gli effetti; il fatto che pochi non italiani se ne siano avvalsi, è un dato indubbio, ma non significa che il piano fosse inteso esclusivamente a far tornare gli italiani in patria (anche se così l’informazione del nostro paese l’ha sempre presentato).
I ricercatori rientrano in Italia, dopo una selezione con pareri di esperti esteri che ne sceglie soltanto circa il 20%, con contratti fino a quattro anni, non rinnovabili nella stessa forma. Il legislatore ha voluto così, diciamocelo senza falsi pudori, per evitare che, come la Commissione Europea prescrive, il datore di lavoro abbia, passati i quattro anni di impegno continuativo, un obbligo vincolante di proporre la persona per assunzione, non necessariamente nella posizione che riveste, ma insomma in una posizione “compatibile” con quella precedente. I fondi, anche se ancora qualcuno lo nega, sono di provenienza europea, tanto è vero che sono tassati all’origine, ma senza diritto ad assegni familiari né alla tredicesima, in perfetto stile delle borse di studio e lavoro erogate dalla Commissione Europea, anche se, va detto, su livelli retributivi un po’ diversi.
Al termine dei quattro anni, il ricercatore deve scrivere un resoconto sulla propria esperienza, dando anche al Ministero dei consigli sul possibile  miglioramento del programma “rientro dei cervelli”.
Ecco, mi sono chiesto spesso che cosa ci scriverò in questo resoconto, dato che la fine dei miei quattro anni si avvicina a grandi passi. Devo dire che un po’ mi lusinga il fatto che il Ministero mi chieda un parere, ma d’altro canto mi fa un po’ l’impressione di redigere, invece che un rapporto scientifico sulle mie attività, una specie di tema delle medie, del tipo “Raccontate un viaggio che avete fatto”. Comunque, i miei consigli per il miglioramento dello schema “Rientro dei cervelli” li ho, e forse è il momento di tirarli fuori.
Segue il mio modesto cahier de doléances:
1. La legge, come tutte le leggi in questo strano paese, è molto aperta alle varie interpretazioni: il “cervello” rientrato, per esempio deve svolgere trenta ore di lezione (almeno) a semestre; di per sé non sono molte. Inoltre, in una situazione come l’attuale dell’università, avere ricercatori disponibili (anzi, tenuti) ad insegnare è un’occasione interessante. Nella pratica, le università non necessariamente sanno come utilizzare questa risorsa: la soluzione empirica adottata da molti atenei è quella del “tappabuchi” di lusso, per cui si fanno seminari, lezioni, ecc., in vari corsi, ma senza essere titolare di alcun insegnamento. So che tuttavia alcune università hanno fatto la scelta di assegnare un corso, o più, al “cervello” rientrato: non è la regola, e non è prescritto dalla legge, in ogni modo.
2. Il “cervello” è aggregato ad un progetto di ricerca: tuttavia, non si chiede al dipartimento nessun tipo di garanzia sulla disponibilità (e specialmente sull’accessibilità) di laboratori, strutture, ecc., l’unica richiesta è quella di contribuire almeno per il 10% al finanziamento del progetto. Logico nella situazione italiana, si dirà: però, dato che si spendono dei soldi, varrebbe la pena di allentare un po’ di più i cordoni della borsa e fornire qualche fondo di ricerca in più, tale da poter magari comprare qualche apparecchiatura, o attrezzare meglio qualche laboratorio.
3. Corollario del precedente: in realtà il “cervello” non ha di suo nessun fondo di ricerca, e deve sempre e comunque far riferimento al docente “ospitante” per qualunque, anche piccolo, ordine d’acquisto. Questo va benissimo per un dottorando: nel mio caso, vi dirò, ad una ventina d’anni dalla mia tesi di laurea e dall’inizio della mia esperienza di ricerca, è un vincolo, magari piccolo, ma senz’altro un vincolo. Anche perché si parla tantissimo di ricercatori che vengano dall’estero a portare la loro esperienza, ma in realtà il Ministero li vede soltanto impegnati nel portare avanti un progetto di ricerca già strutturato dal docente ospitante (quindi con scarsa autonomia, alla fin fine: è chiaro che, come nel mio caso, ha le proprie idee le porta avanti nonostante tutto, ma si pone, facendo ciò, in una situazione non contemplata dallo schema di “rientro”).
4. Creare un’altra figura giuridica (il “cervello”) tra le miriadi (assegnisti, contrattisti, collaboratori esterni, fantasmi, ecc. ecc.) di soggetti precari nell’ambito universitario italiano non fa altro che peggiorare la situazione già caotica dell’amministrazione dei vari dipartimenti. Ho visto per esperienza che il “cervello rientrato” non si sa bene cosa sia (professore? ricercatore? libero professionista?) ed è visto con preoccupazione nelle segreterie e nelle presidenze, anche perché non è chiaro se abbia dei diritti, quali siano i suoi doveri, ecc.
5. Il più grave, per conto mio: non c’è nessun tipo di valutazione dell’operato del cosiddetto “cervello rientrato”, che in pratica non deve rispondere di quel che fa a nessuno (tranne appunto per questo breve “commento” finale all’esperienza). Questo, lungi dall’incoraggiare deliri di onnipotenza nei “cervelli”, manifesta un’idea del legislatore: che il ricercatore venuto dall’estero non possa/debba comunque integrarsi nel sistema, a meno che all’estero, come precisato da sentenza della Conferenza dei Rettori, non godesse dello stesso “status”, però a tempo indeterminato (ci si chiederebbe, a questo punto, perché uno dovrebbe tornare per non avanzare in carriera, anzi forse per retrocedere).
Nonostante quindi, come vedete da questi cinque punti sopra elencati, la legge sia stata fatta con tutta l’intenzione di non funzionare, ci sia stato anzi, posso suggerire, un profondo studio a questo scopo, siccome noi italiani siamo (diciamolo) geniali, la situazione non è in fondo così tragica. La più parte dei “cervelli” rientrati fanno ricerca con continuità (anch’io mi sono trovato, devo dire, bene, alla fin fine: se ci si dà da fare, si lavora anche bene in Italia), alcuni addirittura hanno trovato modo di vincere dei concorsi (negli anni scorsi, quando c’erano) e così stabilizzarsi. Ma non datene merito al ministero (chiunque ne sia/fosse il titolare): là avevano soltanto dei soldi europei da spendere, ecco tutto: non erano molti (pochi milioni di euro all’anno), ma andavano spesi.

Economie scolastiche

di Carlo Santulli

Qualche tempo fa parlavo del libro di Paolo Mazzocchini, “Studenti nel paese dei balocchi”, che mostrava efficacemente lo sgomento e la preoccupazione di un insegnante in una scuola dove la formazione conta sempre meno, mentre la burocrazia e le scartoffie sempre di più, in breve la “scuola del POF”, quel Piano dell’Offerta Formativa, che stabilisce, come ha scritto qualcuno in vena di freddure, quel che “poffiamo” fare in ambito scolastico, cioè (più seriamente) tutto ciò che la scuola offre all’utente, cioè all’alunno (al proposito non è sbagliato quanto dice l’autore, che mutare uno che deve imparare in uno che deve usufruire di un servizio, ne cambia profondamente la natura, sicché l’apprendimento viene declassato a caratteristica accessoria: ancora una volta, le parole sono importanti).
Avevo espresso perplessità su alcuni aspetti specifici della trattazione, ritenendo che la modernizzazione della scuola sia un’esigenza ineludibile e che sicuramente, specie in ambito tecnico-scientifico, i programmi vadano aggiornati e resi più compatibili con la realtà lavorativa di oggi: tuttavia non mi sfuggiva la serietà di approccio di Mazzocchini, che è un insegnante che vuole formare convenientemente i giovani ed in modo solido e non di facciata. Se queste sono le basi, mi dicevo, il “tiro”, per così dire, si aggiusta con relativa facilità. In tutto ciò, stavamo ancora parlando della scuola del ministro Fioroni: mi chiedevo come l’autore avesse vissuto il passaggio alla scuola di Mariastella Gelmini, sospettavo di conoscere la risposta ed offrivo in anticipo un abbraccio solidale.
L’autore molto gentilmente mi ha inviato alcuni suoi scritti, a cominciare dalla seconda edizione di “Studenti nel paese dei balocchi”, accresciuta di una lettera ai genitori proprio centrata sulla scuola attuale e sulla riforma in via d’esecuzione, per proseguire con “La scuola del P(l)of”, dizionario satirico dell’istruzione superiore italiana (come da sottotitolo), spesso icastico quasi di un furore fescennino e dedicato sarcasticamente a quei superiori che si prodigano affinché il lavoro dell’insegnante si possa svolgere nelle “peggiori condizioni possibili”. Mazzocchini è anche, oltre ad essere docente di lettere nelle scuole superiori e studioso di filologia classica, uno scrittore non banale, come dimostrato dalla raccolta di racconti uscita per Prospettiva nel 2007, “L’anello che non tiene”.
Sono una persona abbastanza aliena dall’invettiva, e non sarei forse capace, né probabilmente il mio stile vi si adatta, a scrivere un pamphlet piuttosto icastico, anzi due, quindi cerco di capire quale sia il comune denominatore del pensiero di Mazzocchini. Tante cose non le so, per esempio come e quanto si copi all’esame di maturità, tanto meno so se davvero gli insegnanti chiamati ad aggiornarsi non lo facciano, né sono sempre sicuro che il debito non si recuperi (amici insegnanti mi assicurano che ora lo si fa), però il grande male d’Italia, al di là di tutte le sfaccettature, è lo scollamento tra la teoria e la prassi che Mazzocchini evidenzia quasi ad ogni pagina: c’è la scuola teorica come risulta al ministero e c’è quella reale che popola i nostri giorni di alunni, genitori, insegnanti, ecc. La nostra scuola teorica credo sia la migliore del mondo: i POF, alcuni dei quali ho letto e conosco, sono un concentrato di concetti ed intenzioni nobili ed alte. La pratica non è esattamente così: questo accadeva anche quando studiavo io, ma adesso la differenza mi sembra maggiore (forse perché gli obiettivi sono assai più ambiziosi e i mezzi ancora più scarsi).
La scuola teorica, come il gas ideale, l’Araba Fenice, la ferrovia Passo Corese-Rieti, è un’idea bellissima e fascinosa: peccato soltanto che non esista, e nessuno sa se quest’obiettiva situazione cambierà in tempi compatibili con l’esistenza umana (perché, per quanto sempre più tecnologici, non siamo eterni ahinoi). A differenza delle altre chimere citate qui sopra, la scuola teorica ha tuttora dei ferventi apostoli che sono pronti a giurare che ci sia davvero, apostoli che sono collocati in modo equanime a destra e a sinistra e specialmente nei sindacati. E’ la stessa filosofia che fa ritenere che, spariti i bigliettai, tutti pagheremo diligentemente quanto dovuto, e che una stazione senza vigilanza (e senza quindi nessun tipo di sanzione applicata ai contravventori) rimanga intonsa e perfetta, magari pure pulita (nel senso che non si sporchi, non che sia previsto che qualcuno adempia a questo compito, perché bisognerebbe pagarlo, e noi vogliamo risparmiare).
Il POF è, da quel che capisco, lo specchio di questa ferma convinzione (che sarebbe commovente, se non fosse purtroppo indicativa di quel che noi italiani amiamo di più, e che Beppe Severgnini ha giustamente messo come titolo di un suo libro, la “bella figura”).
Tuttavia, è facile, e probabilmente semplicistico, dire che questo scollamento dipende dal nostro carattere nazionale: i caratteri nazionali si modificano, il caffè espresso come lo conosciamo è apparso circa nel 1930, eppure sembra che esista da mille anni, tanto è simbolico di un certo nostro modo di vivere. La verità è che siamo (in apparenza) colti da un’accidia monumentale nel ritenere che deve essere sempre così (per inciso: è inutile essere progressisti se si pensa che tanto non cambierà mai niente, caratteristica che mi sembra un altro dei paradossi italiani): in realtà, no, non è obbligatorio che sia sempre così, è che a molti, troppi, conviene ancora, almeno in apparenza che sia così.

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