Friday for Future: l’importanza della Biomimetica

cover BiomimeticaIn occasione dell’importante iniziativa friday for future mi permetto di consigliare caldamente la lettura del saggio Biomimetica, La lezione della natura.

E non perchè sia stato curato dal sottoscritto, ma per l’importanza del messaggio contenuto nel libro.

Di cosa parla il saggio:

Il libro è un saggio-intervista dedicato agli importanti temi della biomimetica – cioè l’ispirazione dalla natura – del design, della sostenibilità ambientale e sociale, nonché delle problematiche legate al ciclo produttivo, dalla sua fase iniziale, la progettazione, sino al suo esito finale, spesso poco o nient’affatto sostenibile.

L’opera riserva inoltre particolare attenzione alle tematiche, di stringente attualità, delle fonti energetiche alternative e del riciclo dei prodotti di scarto delle attività produttive e della normale vita quotidiana.

L’approccio è volutamente colloquiale, nell’intento di rendere l’accesso a questi argomenti più accattivante e coinvolgente, pur nel pieno rispetto formale della correttezza terminologica e dell’attendibilità scientifica.

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4 aspetti interessanti della riforma universitaria

di Carlo Santulli

Abbiamo finalmente, dopo decenni di provvedimenti più o meno conservativi, una riforma universitaria. Mi sono chiesto a lungo se debba esserne contento o no, e, al di là dei miei sentimenti personali, se funzionerà o meno per dotarci di un sistema più efficiente e meritocratico.
Non ho una risposta pronta, altrimenti sarei un politico o un conduttore televisivo: tuttavia, cerco di riflettere. Ci sono alcuni aspetti della riforma che reputo interessanti, e cerco di elencarli qui sotto:
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Siamo tutti manager (anche i ministri…)

di Carlo Santulli

Conosco molte persone che hanno la passione per le ferrovie. Perché ce l’ho anch’io, e, tempo e vita permettendo, è bello a volte frequentare le persone che condividono qualcosa con noi.
Alle volte però mi stupisco, perché sempre più spesso, li sento ragionare come dei manager. Sapete, i manager, quelli che…“le cose si potrebbero fare, però non ci sono i soldi, e poi non conviene”.

Sul lavoro, capisco che possa essere necessario pensare in questo modo: nel tempo libero, ed anche in passatempi come questa cosa strana e un po’ bizzarra delle ferrovie (strana e bizzarra per i non-adepti, ovviamente), mi sembra curioso, interessante. E’ come se ci piacesse molto una ragazza che sappiamo da segni certi ricambia il nostro sentimento e, non avendo niente di particolare da fare, decidessimo, senza nessuna costrizione esterna, cioè liberamente, di starcene chiusi in casa, da soli e un po’ tristi.

Faccio un esempio pratico: io, se fossi ministro dei trasporti, farei ricostruire anche il tram di Ferentillo, prolungandolo fino a Visso, facendolo incrociare a Sant’Anatolia con la rediviva linea Spoleto-Norcia, di cui discuterei se fargli valicare l’Appennino, incontrando ad Ascoli Piceno la linea che sale da San Benedetto del Tronto. (È evidente che non avrò mai tale carica).
Certo, poi ci sarebbe qualche manager che mi accuserebbe di sprecare soldi, perché la Valnerina è stretta e non esageratamente popolata, poi anche gli ambientalisti sarebbero contro di me (mentre se avessi costruito un’autostrada, non troverebbero nulla da eccepire: mi arrogo il diritto a tre cattiverie, e questa è la prima), e figuriamoci gli automobilisti, i sindaci, eccetera.
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Genius Loci 2010. Il Genere a Roma oggi: il Giallo e il Nero, la Fantascienza ed il Fantastico

Mercoledì 5 maggio parteciperò a Genius Loci, evento che si… consumerà presso la Facoltà di lettere e Filosofia dell’Università di Roma “Tor Vergata”. La  manifestazione sarà video-trasmessa via Web (http://www.ustream.tv/geniusloci) e sarà inoltre possibile interagire dall’esterno in videoconferenza, previa prenotazione.

Sarò in buona compagnia: ci saranno infatti amici importanti, quali Giulio Leoni, David Frati, Biagio Proietti, Nicola Verde e molti altri ancora (l’elenco completo è riportato nel testo del comunicato stampa, riportato a seguire).

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA “TOR VERGATA”
FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA

Genius Loci 2010. Il Genere a Roma oggi:
il Giallo e il Nero, la Fantascienza ed il Fantastico
nella produzione multimediale.

A cura di
Massimo Mongai, Vito Tripi e Francesca Vannucchi

6 maggio 2010, ore 11-18
Aula Sabatino Moscati
(edificio B, I piano)

In Italia Fantasy, giallo, Horror, Noir, fantascienza, rosa e Thriller  sono stati definiti per anni un sottogenere o una sottocategoria  letteraria. La letteratura nostrana di questo settore, poi, sembra  addirittura soffrire di un “complesso d’inferiorità” che, unito a una  certa diffidenza degli ambienti intellettuali, accademici e non, ha  ostacolato in parte la fioritura di questo settore. Negli ultimi anni,  però, si è verificata un’evoluzione. La letteratura italiana, grazie  anche al grande successo del pubblico, ha riconosciuto questo genere  ricreato da scrittori che hanno ottenuto riconoscimenti anche oltre  confine.
In vista di queste considerazioni, la Facoltà di Lettere e Filosofia  dell’Università di Roma Tor Vergata, partendo dall’esperienza degli anni  passati con L’Italia in Giallo & Nero e Genius Loci 2009 ospiterà il Convegno Genius Loci 2010 il 5 maggio 2010.
Il tema è sempre il “Genius loci” di Roma: la produzione di materiali  letterari e paraletterari di tutti i generi, ma quest’anno la specifica  verterà su le altre finzioni, il cinema, la televisione, la radio e  internet.

PROGRAMMA:

Aula Sabatino Moscati

ore 11,00

Saluto del Prof. L. Rino Caputo, Preside della Facoltà di Lettere e  Filosofia

Introduce Vito Tripi

Interventi di:

Michele Rak, Università di Siena.
Elisabetta Mondello, Università di Roma “La Sapienza”
Walter Ingrassia, Rai
Francesca Vannucchi, Università di Roma Tor Vergata

ore 15,00

Introduce Massimo Mongai

Sono stati invitati:

Andrea Carlo Cappi, Alan Altieri, Giovanna Bentivoglio, Biagio  Proietti, Bruno Morchio, Alessandra Buccheri, Carmen Iarrera, Luigi De  Pascalis, David Frati, Gianfranco De Turris, Sabina Marchesi, Donato  Altomare, Diego Zandel, Enrico Luceri, Giulio Leoni, Francesco Grasso,  Gianluca Campagna, Mario Quattrucci, Massimo Pietroselli, Max Vellucci,  Luigi Milani, Nicola Verde, Maurizio Testa, Paolo Roversi, Sergio  Valzania, Diana Lama, Tecla Dozio, Paola Pioppi, Filippo La Porta.

La seconda parte del Convegno sarà video-trasmessa attraverso internet (http://www.ustream.tv/geniusloci) e sarà possibile interagire  dall’esterno in videoconferenza, previa prenotazione.

Al termine di ciascuna sezione seguirà un dibattito in merito agli  argomenti proposti.

Università di Roma Tor Vergata
Facoltà di Lettere e Filosofia
Via Columbia 1 – 00133 Roma

Informazioni e Ufficio Stampa:
cell. (+39) 3497510063 – 3281037660
e-mail: u.stampa@email.it

De Sanctis e l’università

di Carlo Santulli

Il “problema dell’università” non è un’invenzione recente: l’Italia appena unita nel 1861 si trovava nella medesima difficoltà, insieme alla quale era sentita la necessità di un’epurazione politica di professori compromessi col “passato regime” ed in generale un’elevazione degli standard professionali e didattici (sempre il vecchio problema della meritocrazia).
Al centro di questo processo di rinnovamento, a Napoli, o per meglio dire nell’Ateneo Partenopeo, erano un gruppo di uomini di cultura e d’azione di cui ancora oggi si ricordano i nomi, i fratelli Spaventa, Ruggero Bonghi, Luigi Settembrini, e naturalmente, un po’ sullo sfondo, ma del tutto presenti nella vita pratica dell’università coi loro provvedimenti legislativi di carattere nazionale, quei Casati e Coppino che si occuparono di mettere un minimo di ordine nei sistemi di istruzione dei diversi stati che venivano a costituire il Regno d’Italia.
L’università di Napoli ha origini antichissime, nasce nel 1224 sotto quel Federico II di Svevia di cui oggi prende il nome. Prima dell’unità d’Italia, gli ultimi re delle Due Sicilie, Ferdinando II e Francesco II, avevano privilegiato alcune facoltà, come medicina, a scapito di altre, come giurisprudenza, e malgrado, sull’esempio francese ed anche su un modello diffuso in altri stati italiani (persino nella Roma pontificia) avessero dato un impulso anche alla formazione di un istituto tecnico, del genere di quell’Ecole des Ponts et Chaussées, scuola del genio civile attiva oltralpe dal 1747, erano sostanzialmente su un modello di università regionale, al massimo pluriregionale.
Anche perché, diciamocelo, c’erano delle difficoltà pratiche: per esempio, sotto i Borboni gli studenti delle province interne non avevano diritto di studiare a Napoli, necessitavano di visto, che poteva essere revocato a piacimento. Due iscrizioni secentesche, visibili credo ancor oggi al Museo di San Martino e originariamente site in via Pisanelli, vietavano di affittare case in quel rione a “corteggiane, studenti et altre persone disoneste (sic)”. E, come per le prostitute, la polizia poteva estradare gli studenti avellinesi, calabresi, lucani, ecc., col foglio di via.
Quindi, la “libertà” portò insieme ai Garibaldini, anche un boom di iscrizioni all’università di Napoli (oltre 9000 studenti, che per allora era una cifra enorme) e…la chiusura delle facoltà di teologia, che d’altronde interessava più a pochi, “sparito l’oggetto sparita la filosofia” commentava qualche filosofo ateo.
Francesco De Sanctis, proprio lui, lo studioso di letteratura e acuto critico di Dante, Petrarca e giù fino ai suoi contemporanei, chiamato alla pubblica istruzione il 27 settembre 1860 da re Francesco II, prese effettivamente il governo della scuola e dell’università soltanto il 21 ottobre dello stesso anno, quando fu decisa l’annessione plebiscitaria del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna. In mezzo, c’era stata la battaglia del Volturno (1° ottobre), e tra pochi giorni, con l’incontro di Teano, Garibaldi fu decisamente dissuaso dal proseguire la sua marcia su Roma.
Ebbene, in circa tre settimane, fino al 9 novembre, De Sanctis nominò nuovi professori, istituì una scuola magistrale e vari licei, ed in generale impostò una riforma, che fu l’inizio di una certa modernizzazione dell’università, per cui, nel giro di un breve volgere di mesi, una gran massa di studenti si riversò su Napoli.
Certo, rimanevano dei problemi: la maggior parte degli studenti voleva le “tesi d’esame” (in pratica le domande) piuttosto che seguire le lezioni, c’erano turbolenze, anche sobillate da agitatori sia liberali sia simpatizzanti borbonici, e per esempio la facoltà di lettere restò per vari anni più o meno deserta, a favore di medicina, giurisprudenza e persino della facoltà di scienze. Però tutti dovevano frequentare un corso di letteratura e filosofia, nei primi anni dopo l’unità, se volevano laurearsi, anche gli studenti delle facoltà scientifiche (quando penso a certe tesi che mi capita di leggere oggi, non so se non sarebbe una buona idea, al di là della letteratura, un corso che insegni a scrivere…).
Questa bella storia, molto più complessa di come la faccio io, ma estremamente divertente, per chi ama la storia, è in un libro di Luigi Russo, che ebbe la prima edizione nel 1928 presso Laterza (anche se i primi appunti risalgono al 1924, VII centenario dell’Università di Napoli) “Francesco De Sanctis e la cultura napoletana” (l’edizione che ho io uscì presso Editori Riuniti nel 1983), e ci sono personaggi e situazioni impareggiabili: Annibale De Gasparis, celebre astronomo che dedica un asteroide ai sovrani borbonici, Igea borbonica, e perciò viene risparmiato dalle persecuzioni, pur essendo liberale; le polemiche pro e contro Hegel, pro e contro la storia della letteratura italiana di Settembrini e quella della filosofia di Pasquale Villari, la diffidenza carducciana contro lo stesso De Sanctis, per cui il poeta arriva a tirar giù dal loro ideale trono Paolo e Francesca del canto V dell’Inferno.
Ed è chiaro che molta università ottocentesca ce la siamo portata dietro fino a ieri, con la divisione in cattedre (che non esiste più in teoria, ma ancora in pratica), con certe dissertazioni improvvisate e frettolose, con lo studiare per l’esame, invece che per la vita.
Con qualche differenza: quel senso civico che faceva dire a Francesco De Sanctis “Io voglio fare dell’università di Napoli la prima università d’Europa” e più in generale “la coltura illumina l’avvenire, e fissa il significato di certe idee direttive, e crea la fede in quelle, e l’ardire a recarle ad effetto. Onde nasce la restaurazione della forza morale e del carattere nazionale”, non privo di momenti di scoramento, come quando scrive, nel 1877, “Che sarà dell’Italia, quando la nuova generazione entri in politica con questa persuasione che non si può essere insieme un uomo politico e un uomo onesto?”, ma anche con un suo tutto risorgimentale, anche se realistico, orgoglio: “Quando viviamo in un’epoca, dove tutto si distrugge, poco o niente si edifica, la fede nella patria e la fede nella solidarietà umana, la fede in qualche cosa, che non sia solamente il nostro miserabile egoismo, questa fede io la credo necessaria e salutare per il mio paese”.
Questa fede umana (altri direbbero “spirito di servizio”) di cui abbiamo molto bisogno ancora oggi, insieme ad idee e direzioni chiare, come osserva anche Luigi Russo, parlando di riforma universitaria: “Un’università la si riforma, come si riforma ogni scuola, se c’è una cultura, un indirizzo scientifico nuovo, e generalmente spirituale, da far valere: altrimenti si tratta di quelle riforme cartacee, che i ministri impiantano per prolungare la loro permanenza al potere”. E sono parole che, secondo me, dicono tutto di quel che stiamo vivendo.

Rientro dei cervelli

Negli ultimi anni si fa un gran parlare di “rientro dei cervelli”, specialmente a partire dal 2001, quando (era allora ministro dell’Università e della Ricerca Ortensio Zecchino), si è promulgato il primo decreto con questo intento (D.M. del 26/1/2001 n.13), che ha permesso a circa 400 ricercatori che da almeno tre anni si trovavano fuori dall’Italia di rientrarvi. “Cervelli” non necessariamente italiani, notate bene: d’altronde, nello spirito di Maastricht, si tratta di uno scambio di ricercatori a tutti gli effetti; il fatto che pochi non italiani se ne siano avvalsi, è un dato indubbio, ma non significa che il piano fosse inteso esclusivamente a far tornare gli italiani in patria (anche se così l’informazione del nostro paese l’ha sempre presentato).
I ricercatori rientrano in Italia, dopo una selezione con pareri di esperti esteri che ne sceglie soltanto circa il 20%, con contratti fino a quattro anni, non rinnovabili nella stessa forma. Il legislatore ha voluto così, diciamocelo senza falsi pudori, per evitare che, come la Commissione Europea prescrive, il datore di lavoro abbia, passati i quattro anni di impegno continuativo, un obbligo vincolante di proporre la persona per assunzione, non necessariamente nella posizione che riveste, ma insomma in una posizione “compatibile” con quella precedente. I fondi, anche se ancora qualcuno lo nega, sono di provenienza europea, tanto è vero che sono tassati all’origine, ma senza diritto ad assegni familiari né alla tredicesima, in perfetto stile delle borse di studio e lavoro erogate dalla Commissione Europea, anche se, va detto, su livelli retributivi un po’ diversi.
Al termine dei quattro anni, il ricercatore deve scrivere un resoconto sulla propria esperienza, dando anche al Ministero dei consigli sul possibile  miglioramento del programma “rientro dei cervelli”.
Ecco, mi sono chiesto spesso che cosa ci scriverò in questo resoconto, dato che la fine dei miei quattro anni si avvicina a grandi passi. Devo dire che un po’ mi lusinga il fatto che il Ministero mi chieda un parere, ma d’altro canto mi fa un po’ l’impressione di redigere, invece che un rapporto scientifico sulle mie attività, una specie di tema delle medie, del tipo “Raccontate un viaggio che avete fatto”. Comunque, i miei consigli per il miglioramento dello schema “Rientro dei cervelli” li ho, e forse è il momento di tirarli fuori.
Segue il mio modesto cahier de doléances:
1. La legge, come tutte le leggi in questo strano paese, è molto aperta alle varie interpretazioni: il “cervello” rientrato, per esempio deve svolgere trenta ore di lezione (almeno) a semestre; di per sé non sono molte. Inoltre, in una situazione come l’attuale dell’università, avere ricercatori disponibili (anzi, tenuti) ad insegnare è un’occasione interessante. Nella pratica, le università non necessariamente sanno come utilizzare questa risorsa: la soluzione empirica adottata da molti atenei è quella del “tappabuchi” di lusso, per cui si fanno seminari, lezioni, ecc., in vari corsi, ma senza essere titolare di alcun insegnamento. So che tuttavia alcune università hanno fatto la scelta di assegnare un corso, o più, al “cervello” rientrato: non è la regola, e non è prescritto dalla legge, in ogni modo.
2. Il “cervello” è aggregato ad un progetto di ricerca: tuttavia, non si chiede al dipartimento nessun tipo di garanzia sulla disponibilità (e specialmente sull’accessibilità) di laboratori, strutture, ecc., l’unica richiesta è quella di contribuire almeno per il 10% al finanziamento del progetto. Logico nella situazione italiana, si dirà: però, dato che si spendono dei soldi, varrebbe la pena di allentare un po’ di più i cordoni della borsa e fornire qualche fondo di ricerca in più, tale da poter magari comprare qualche apparecchiatura, o attrezzare meglio qualche laboratorio.
3. Corollario del precedente: in realtà il “cervello” non ha di suo nessun fondo di ricerca, e deve sempre e comunque far riferimento al docente “ospitante” per qualunque, anche piccolo, ordine d’acquisto. Questo va benissimo per un dottorando: nel mio caso, vi dirò, ad una ventina d’anni dalla mia tesi di laurea e dall’inizio della mia esperienza di ricerca, è un vincolo, magari piccolo, ma senz’altro un vincolo. Anche perché si parla tantissimo di ricercatori che vengano dall’estero a portare la loro esperienza, ma in realtà il Ministero li vede soltanto impegnati nel portare avanti un progetto di ricerca già strutturato dal docente ospitante (quindi con scarsa autonomia, alla fin fine: è chiaro che, come nel mio caso, ha le proprie idee le porta avanti nonostante tutto, ma si pone, facendo ciò, in una situazione non contemplata dallo schema di “rientro”).
4. Creare un’altra figura giuridica (il “cervello”) tra le miriadi (assegnisti, contrattisti, collaboratori esterni, fantasmi, ecc. ecc.) di soggetti precari nell’ambito universitario italiano non fa altro che peggiorare la situazione già caotica dell’amministrazione dei vari dipartimenti. Ho visto per esperienza che il “cervello rientrato” non si sa bene cosa sia (professore? ricercatore? libero professionista?) ed è visto con preoccupazione nelle segreterie e nelle presidenze, anche perché non è chiaro se abbia dei diritti, quali siano i suoi doveri, ecc.
5. Il più grave, per conto mio: non c’è nessun tipo di valutazione dell’operato del cosiddetto “cervello rientrato”, che in pratica non deve rispondere di quel che fa a nessuno (tranne appunto per questo breve “commento” finale all’esperienza). Questo, lungi dall’incoraggiare deliri di onnipotenza nei “cervelli”, manifesta un’idea del legislatore: che il ricercatore venuto dall’estero non possa/debba comunque integrarsi nel sistema, a meno che all’estero, come precisato da sentenza della Conferenza dei Rettori, non godesse dello stesso “status”, però a tempo indeterminato (ci si chiederebbe, a questo punto, perché uno dovrebbe tornare per non avanzare in carriera, anzi forse per retrocedere).
Nonostante quindi, come vedete da questi cinque punti sopra elencati, la legge sia stata fatta con tutta l’intenzione di non funzionare, ci sia stato anzi, posso suggerire, un profondo studio a questo scopo, siccome noi italiani siamo (diciamolo) geniali, la situazione non è in fondo così tragica. La più parte dei “cervelli” rientrati fanno ricerca con continuità (anch’io mi sono trovato, devo dire, bene, alla fin fine: se ci si dà da fare, si lavora anche bene in Italia), alcuni addirittura hanno trovato modo di vincere dei concorsi (negli anni scorsi, quando c’erano) e così stabilizzarsi. Ma non datene merito al ministero (chiunque ne sia/fosse il titolare): là avevano soltanto dei soldi europei da spendere, ecco tutto: non erano molti (pochi milioni di euro all’anno), ma andavano spesi.

Meritocrazia

di Carlo Santulli

Una società non per pochi, quindi dove ci sia una reale uguaglianza di opportunità per tutti, è basata su qualcosa che, semplificando molto, definiamo come meritocrazia. Semplificando, perché un’impostazione meritocratica significa fondamentalmente cercare di scegliere il meglio in ogni situazione, allo scopo di ottenere il maggior beneficio possibile per la società.
Non è un compito facile, ma una prima e fondamentale differenza risiede nel fatto che si cerchi di valutare le prestazioni lavorative e professionali allo scopo di esprimere confronti, formulare classifiche di merito, assegnare punteggi ad un certo compito svolto in un certo modo, oppure no.
Dopo questo primo ed irrinunciabile passo, cioè aver stabilito che una valutazione è cosa buona e giusta, occorre formulare dei criteri oggettivi e cercare di seguirli in modo serio e senza né eccezioni né derive autoritarie. Purtroppo, sembra che recentemente in Italia sia invalsa la tendenza di considerare la valutazione come un qualcosa di estremamente semplice, che soltanto l’influenza della Casta impedisce di effettuare. Le mie principali impressioni sono fondamentalmente due: la prima, che si facciano ancora pochissimi tentativi di valutazione dell’efficienza del personale anche in casi dove sarebbe relativamente semplice farlo (un mio amico recentemente mi ha spedito un pacco che mi è arrivato dopo un mese, essendo rimasto dietro la porta dell’ufficio postale per quattro settimane, senza partire: in casi come questo l’accertamento delle responsabilità non dovrebbe essere difficile), la seconda è che manchiamo di tutto quel che ci serve alla valutazione, a cominciare dai criteri per farlo, e questo blocca un po’ tutto: o meglio dei criteri, per esempio per il numero minimo di pubblicazioni per le varie fasce di docenti universitari, sono stati stabiliti, ma spesso l’asticella è posta talmente in basso che praticamente tutti la superano.
Ma è necessario partire, in qualche modo.
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