La chiusura di Rai Movie

RaiMovie

Il cosiddetto nuovo Piano Industriale della televisione di Stato prevede la chiusura di ben due canali Rai: Rai Movie e Rai Premium. Non solo: anche RaiScuola verrà trasmesso solo via Internet, non più sull’omonimo canale televisivo. A quando la chiusura di canali non meno importanti come Rai Storia e Rai 5?

L’operazione appare a dir poco discutibile, anche alla luce della ventilata sostituzione con un canale “prevalentemente femminile” (RaiSei). Temo che la sciagurata ratio dietro l’insano progetto sia da individuare, come al solito, nella guerra alla diffusione della cultura in tutte le sue forme per bieche finalità politiche. La “ggente” va mantenuta ignorante per poter mantenere il consenso: il motto Panem et circenses è sempre attuale, cari amici.

Secondo altri, la spiegazione per tali assurde decisioni potrebbe risiedere nell’incompetenza di vasti settori governativi. Lascio giudicare ai lettori.

Sul Web è stata varata una petizione on line, nel tentativo di contrastare l’insensata, annunciata chiusura di Rai Movie, all’indirizzo:

https://www.change.org/p/rai-radiotelevisione-italiana-non-chiudete-rai-movie

Annunci

I blog? Zombi digitali

Il dibattito è aperto, e sono diversi anni che se ne parla. Di cosa? Della morte dei blog, o meglio dell’idea tradizionale di blog.

I meno giovani ricorderanno, prima ancora del glorioso avvento del World Wide Web, la diffusione dei B.B.S. (Bulletin Board Systems), presto soppiantati dalla proliferazione dei Forum sul Web e, più in generale, da forme di comunicazione più rapide.

Abbiamo assistito al fenomeno della proliferazione dei siti Web personali, oggi appannaggio quasi esclusivo di aziende o personaggi pubblici. Cosa sia accaduto è sotto gli occhi di tutti: sono stati travolti dal fenomeno blog, che, a partire dai primi anni 2000, ha preso piede anche in Italia.

In seguito hanno fatto la loro comparsa i cosiddetti Social Network: dapprima MySpace e poi l’onnipresente e sempre più dilagante FaceBook, che ha sussunto in sè caratteristiche in fondo antiche, quali la chat, l’email, la possibilità di creare pagine personali con features più innovative e interattive,  in grado di creare aggregazione tra singoli individui e gruppi.

Per non parlare del “cinguettio”, di Twitter, che tuttavia preferisco di gran lunga alla creatura di Mark Zuckenberg, una piattaforma che da semplice “piazza aggregativa” è divenuta nel tempo una sorta di “bar sport” planetario, dove chiunque – soprattutto i meno informati – si sente autorizzato a sproloquiare.

In più è diventato l’habitat preferito degli odiatori per partito preso e dei cyber bulli, così giustamente stigmatizzati anche dalla Presidente della Camera Laura Boldrini

Non solo: è anche mezzo per eccellenza di creazione e diffusione di notizie false, le cosiddette fake news. A queste gli utenti di FB da un lato sembrano non credere più di tanto, tuttavia ammettono allo stesso tempo di rilanciarle senza farsi troppi scrupoli.

Nè convincono le blande misure “anti bufale” adottate sin qui dal social network. FB non può essere utilizzato, come pure fanno molti, come serio e attendibile mezzo d’informazione, orientato invece com’è al mero profitto attraverso lo sfruttamento dei dati sensibili dei suoi utenti.

Ciò che mi premeva evidenziare in questa mia breve riflessione è la sensazione che i blog – e per amor di paradosso pubblico queste righe proprio su un blog, peraltro ancora in discreta salute – siano ormai agli ultimi fuochi.

Pazienza, ce ne faremo una ragione.

Less is more

Mi trovo nella campagna laziale, precisamente in Sabina, senza connessione 3G, solo un accenno di Edge. È stata l’occasione per fare di necessità virtù. Ho praticato un downgrade volontario, munendomi di un cosiddetto “feature phone”, ossia di un apparecchio basico, senza connettività Internet. Per gli amanti dei dati, dirò solo che è prodotto da una nota azienda finlandese, e che costa pochi euro.

Sindrome d’astinenza da mancata connessione? Digital divide di ritorno? Accesso fulminante di luddismo? Niente affatto. Chi scrive utilizza Internet dai primissimi anni ’90 e diavolerie elettroniche tra le più spinte da più anni di quanti ne voglia ricordare.
Ma a volte staccare è una necessità. Di più, può essere una sorta di cura. Il risultato? Meno distrazione, più produttività, ma anche più sano tempo libero (oddio, mica tanto: in campagna c’è tanto da fare).
Insomma, less is more. Sul serio.

Il giornalismo nell’era di Internet

Quale futuro per il giornalismo nell’era di Internet e dei social network? Tra crolli di vendite dei giornali e modelli economici e informativi da ripensare, di questo e altro si parla con Umberto Lisiero, autore dell’interessante saggio News(paper) Revolution. L’intervista è on line sul blog magazine Graphomania.

Un piccolo estratto:

[…] Ognuno di noi oggi, grazie a uno smartphone, può potenzialmente diventare un reporter. Ciò però non significa automaticamente che non ci sia più bisogno di persone – non necessariamente giornalisti – che poi possano interpretare la realtà che abbiamo immortalato, che ci consentano di comprendere appieno ciò di cui siamo stati testimoni. Sicuramente il citizen journalism ha dimostrato una spinta innovatrice nei confronti del sistema tradizionale ma, a mio modo di vedere, una mediazione di controllo, di verifica, di selezione e valutazione delle notizie non dovrebbe venir meno.

Continua a leggere su GraphoMania:

http://blog.graphe.it/2013/04/10/newspaper-revolution-intervista-allautore-umberto-lisiero#ixzz2Q46flrbD

Steve Jobs, 1955-2011

Questa è una di quelle notizie che davvero non vorresti mai sentire. Accendo la tv, mi sintonizzo come al solito su RaiNews e la corsa dei titoli mi chiude lo stomaco: Steve è morto.

Sì. per chi, come me, utilizza dai primi anni ’90 i prodotti della Casa di Cupertino, Jobs è sempre stato “Steve”. Steve, il misfit, the genius, il grande innovatore, il modello irraggiungibile.

Può apparire retorico dirlo, ma è vero, senza Steve il mondo oggi sarebbe diverso. Ciò che ha fatto nel mondo dell’informatica, delle comunicazioni, dei media, del design rimane epocale, imprescindibile.

Oggi Steve non c’è più, ma lo spirito delle sue innovazioni e l’esempio del suo approccio alla vita rimarrà tra noi.
Ne sono certo.

Esce Altri Sogni n. 4

Finalmente disponibile la rivista Altrisogni, giunta alla quarta uscita. Come sempre è acquistabile e scaricabile dal sito dell’editore dbooks.it, dalla pagina http://www.dbooks.it/libreria/scheda/104/6/narrativa/altrisogni-04.html

Particolarmente ricco il menu di questo numero, che comprende un’intervista a Luca Tarenzi, un articolo di approfondimento su come scrivere racconti di genere, oltre a notizie, recensioni, suggestioni, la Menzione d’onore, ma anche i risultati del concorso foto-letterario Nel buio, indetto e organizzato assieme alla rivista digitale di ottica e fotografia D&N.

Ma Altrisogni 4 ospita anche ben sette racconti inediti, tra brevi e lunghi.

Racconti brevi
– Lui che viveva al pozzo, di Luca Ducceschi
– Agenzia di viaggi, di Roberto Guarnieri
– La stanza, di Sergio Oricci

Racconti lunghi
– H.H., di Luigi Milani
– Due giorni, di Fiorella Rigoni
– Streghe che sognano scatole cinesi, di Diego Di Dio
– La foglia e il vento, di Francesco Troccoli

Solo per questi giorni, il pacchetto scaricabile contiene esclusivamente la versione PDF della rivista. I file ePub e Mobi saranno disponibili a breve. È possibile in ogni caso acquistare ora Altrisogni 4 e ricevere gratis i file ePub e Mobi appena saranno disponibili.

Dulcis in fundo, in questi tempi di crisi, Altrisogni 4 costa appena 2,90 euro.