Vittorio Gregotti e l’irrilevanza dell’architettura

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Vittorio Gregotti nel 1975

Vittorio Gregotti, architetto attivo fin dal dopoguerra e tra i più apprezzati anche all’estero – ma guai a chiamarlo archistar – sta per raggiungere l’ambito traguardo dei novant’anni.

È l’occasione per tracciare un bilancio della sua attività e anche per lanciare quella che forse non è solo una provocazione, quando afferma, nel corso della bella intervista  rilasciata al quotidiano Repubblica che “l’architettura non interessa più a nessuno”.

[…] Cosa sta succedendo nel nostro mondo? Una società immobiliare decide se, con i soldi dell’Arabia Saudita, investire a Berlino, a Shanghai o a Milano, a seconda delle convenienze. Stabilisce il costo economico, compie un’analisi di mercato, fissa le destinazioni. E alla fine arriva l’architetto, a volte à la mode, al quale si chiede di confezionare l’immagine.

Interessante l’approccio trasversale e multidisciplinare del grande progettista, che ricorda anche gli stimolanti contatti intercorsi con il mondo degli scrittori:

[…] Ho anche partecipato al gruppo 63: si ragionava su come vivere il tempo libero senza finire preda del mercato, una questione cruciale per un architetto.

Tuttavia, per tornare nel territorio specifico del grande architetto, lo sguardo di Gregotti è disincantato e amaro, nell’osservare:

Oggi non ci si preoccupa di rappresentare una condizione sociale collettiva. È andato smarrendosi il disegno complessivo della città, che viene progettata per pezzi incoerenti, troppo regolata da interessi.

Qualcuno forse potrebbe obiettare che questo pessimismo scaturisce dal peso degli anni. Il che può essere, certo. Ma temo che le argomentazioni di Gregotti siano invece ben supportate dai fatti e dall’osservazione di una realtà architettonica avvilente, che non di rado sprofonda nello squallore.

Pier Luigi Nervi. Architetture per lo sport

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Volete sfuggire alla calura opprimente della Capitale e allo stesso tempo approfondire la vostra conoscenza di un vero e proprio genio dell’architettura moderna (in realtà era un ingegnere “prestato” all’architettura, ma non sottilizziamo, dai)?

Potreste andare a visitare la mostra Pier Luigi Nervi. Architetture per lo sport, al Maxxi di Roma fino al 2 ottobre 2016. Se volete farvene un’idea, leggete il resoconto della nostra visita qui. Un’avvertenza: non andate vestiti troppo leggeri, l’aria condizionata soffia impetuosa e… gelida!

Renzo Piano: progettare in maniera sostenibile

Renzo Piano

Nel corso di un’intervista rilasciata di recente a Curzio Maltese per il magazine D – la Repubblica, Renzo Piano ha dichiarato:

[…] Di libertà l’architettura negli anni successivi (al movimento studentesco) ne ha avuto moltissima, perfino troppa. Oggi i problemi sono altri e molto prima della libertà dell’architetto viene la responsabilità. La prima preoccupazione è progettare in maniera sostenibile, nel rispetto dell’ambiente. [..] Il verde, gli alberi, i giardini non sono tocchi decorativi, ma elementi essenziali di una costruzione che si sviluppa in alto per non consumare territorio. Abbiamo trascorso un secolo intero a distruggere terreni agricoli con colate di cemento. Da noi in Italia, dove si è fatto molto peggio che altrove, sono state asfaltate in questo modo intere regioni. È ora di riparare il danno che una malintesa libertà dell’architettura ha creato alla società.

Non potrei essere più d’accordo. Dobbiamo lasciarci alle spalle la cultura, anzi l’incultura, della cementificazione selvaggia.

Stazioni e rendering

di Carlo Santulli

Ho ricevuto proprio oggi in casella da un collega milanese una brochure che enfatizzava come non se ne potesse più della “renderizzazione” dell’architettura: cosa indica in pratica questo, diciamocelo, termine un po’ pesantuccio? Sapete bene quel che vuol dire quando vedete quei progetti moderni, dove invece di dare tanti dettagli tecnici, che sono suggestivi fino ad un certo punto di quale sarà l’aspetto finale, si fanno delle grandi simulazioni tridimensionali (sapete quelle con gli omini che camminano sparsamente, quasi con dispersione gaussiana, come in realtà nessuno cammina, perché, dati i rapporti tra di noi e le necessità della vita, si tende a stare ammassati piuttosto che con distribuzione uniforme): parlando di edifici ferroviari, ho visto per esempio dei render molto riusciti a Roma Tiburtina, a Bologna Centrale e a Salerno, tutte stazioni interessate a rinnovamenti profondi per via della realizzazione della rete dell’Alta Velocità.
La cosa bella dei render è, oltre al fatto di rappresentare gli omini, anche quella di avere altri elementi che non mancano mai: tanto verde e/o immense superfici vetrate e tanti volumi a sbalzo, di quelli che piacciono molto all’urbanista densificatore, sicché un palazzo di dieci piani con lo sbalzo dà un effetto paragonabile a quello di sei senza sbalzo, perché psicologicamente lo si vede più “mosso”. E’ vero che la qualità dell’architettura e dell’ambiente circostante ha influenza sulla nostra percezione delle dimensioni: parlando di Napoli, una cosa sono dieci piani di un palazzo grigio a Corso Lucci, strada, seppur abbastanza larga per gli standard napoletani, vicina alla Stazione Centrale e quindi ragionevolmente caotica, ed una sono dieci piani di un albergo superterrazzato a via Partenope fronte mare. Proprio per questo, i render non dicono granché di quel che vedremo, una volta che la stazione, o il centro direzionale, o la piazza ristrutturata sarà terminata, proprio perché i luoghi urbanistici, da subito, prendono il carattere dell’ambiente che hanno intorno, tanto è vero che non adeguarsi a questo può costare caro.
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Renzo Piano e l’eredità difficile di Le Corbusier

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In questi giorni Renzo Piano è nell’occhio del ciclone in Francia. Il progetto del grande architetto per una serie di insediamenti accanto alla cappella di Notre-Dame du Haut a Ronchamp, uno dei capolavori di Le Corbusier, sta incontrando opposizioni feroci.

Dice Piano: “Siamo di fronte a un sussulto accademico-conservatore e a una crisi di anticlericalismo”.

E ancora, su Le Corbusier: “È un grande maestro: ancora studente all’università andavo in pellegrinaggio alla sua ‘Unità di abitazioni’ a Marsiglia. Spesso (ci sono stato almeno dieci volte) tornavo ammirato a visitare la Cappella di Ronchamp e così pure il Convento di Sainte-Marie-de-la-Tourette. Non ci si confronta con i grandi, ciascuno deve fare il proprio lavoro con umiltà, con la propria professionalità.”

(via La Stampa)