Ground Zero

Dieci anni fa, la strage delle Torri Gemelle ha inferto una ferita profonda nel tessuto non solo di una città, New York, ma della stessa civiltà occidentale.

Nel mio piccolo ho rievocato il periodo di poco successivo alla tragedia in una pagina del romanzo pubblicato all’inizio di quest’anno, Nessun Futuro, la cui vicenda si colloca temporalmente negli stessi mesi.

Ground Zero

Al di là della recinzione, uomini con le bocche protette da mascherine lottano con la polvere di tonnellate di macerie tra rantoli, sibili e schianti di escavatori, bracci meccanici e ruspe dai motori surriscaldati per l’eccesso di lavoro.
La scena è ripresa con scrupolo tutto orientale da un turista armato di videocamera tascabile. Più in là, una teenager allunga una fotocamera usa e getta a un amico. In posa davanti a una transenna, tiene l’indice rivolto al cartello «No trespassing». La porzione di cielo solcata fino a pochi mesi fa dalle torri oggi è una distesa di azzurro accecante.

Qualche settimana fa, Frank io eravamo seduti sul divano a guardare un vecchio film di John Ford, Un Uomo Tranquillo. Lui se ne stava con le gambe appoggiate al cristallo del tavolo, quando a un tratto si è irrigidito e ha girato la testa verso la vetrata. Senza parlare, guardandosi attorno con aria circospetta, mi ha fatto cenno di abbassare il volume. Sembrava un gatto che percepisse vibrazioni misteriose, uno di quei suoni o sottili mutamenti d’umore ai quali noi esseri umani siamo sordi (e qualcosa di felino è davvero presente in Frank: ho ancora negli occhi l’immagine di lui che si arrampica su tetti scoscesi e muretti diroccati, alla ricerca del punto di ripresa migliore).
Ha chiuso gli occhi, le labbra cucite in una smorfia di attenzione spasmodica.
“Spegni la luce” ha sussurrato, come uno sciamano in attesa di un evento soprannaturale.
Ho schiacciato l’interruttore della piantana, e la notte newyorchese ha invaso la nostra stanza. Al debole riverbero delle migliaia di piccole luci che punteggiavano la volta del cielo, ho visto Frank lasciare il divano, puntare deciso alla porta a vetri e sospingerla senza un rumore sulla guida di metallo.
“Vieni” ha detto, la voce tremante.
Mi ha stretta a sé con forza, mentre due torri di pura energia risorgevano a Ground Zero, luminosa testimonianza della comune volontà di andare avanti.

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Behind the Curve

Paul Krugman sul N.Y.T. avanza seri dubbi sulle recenti mosse in campo economico del presidente Obama:

The Obama administration’s economic policy is already falling behind the curve, and there’s a real, growing danger that it will never catch up.

E non è l’unico, anche se, almeno negli USA, l’approccio sembra ben più concreto e realistico che da noi…

La fine di un incubo

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“Let me say this as plainly as I can,” the president Obama told thousands of Marines stationed here. “By August 31, 2010, our combat mission in Iraq will end.”

Era ora. Si chiude una delle pagine peggiori della recente storia americana.

(via N.Y.T.)

Il team di ferro di Obama

Il team che il neo presidente Obama sta allestendo è una continua sorpresa, dalla conferma di Robert M. Gates come segretario alla Difesa (un’altra bella lezione per i nostri governanti, arroccati come sono a difendere squallidamente i propri fortini elettorali), alla nomina della ex rivale di partito Hillary Clinton, e del Gen. James L. Jones, ex comandante NATO, nel ruolo di national security adviser.

Tutti personaggi che tra l’altro non sono esattamente delle colombe, ma che molti considerano già la punta di diamante dello staff del presidente.

Hillary Segretario di Stato

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Come ricorderete, questo blog, durante l’interminabile gara delle Primarie del Partito Democratico USA, si era apertamente schierato a favore della candidatura di Hillary Clinton. Ebbene, con uno di quei colpi di scena che, volenti o nolenti, rispecchiano in pieno certe caratteristiche della migliore America, la ex first lady ha accettato l’offerta del neopresidente, come ha anticipato stasera il N.Y.T.:

Hillary Rodham Clinton has decided to give up her Senate seat and accept the position of secretary of state, making her the public face around the world for the administration of the man who beat her for the Democratic presidential nomination, two confidants said Friday.

(segue)

Lettera aperta a Walter V.

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Scrive Paolo Guzzanti a Walter Veltroni, già sottoposto al fuoco di fila – anzi, di fiele – scatenato contro di lui da Maurizio Gasparri:

Ma porca miseria, Walter! Ma ci risiamo? Ma è mai possibile che seguiti a fare errori e mandi a ramengo qualsiasi politica che – ipoteticamente – potrebbe essere di sinistra? Non per buttarla a ridere, ma quel «Yes we can» di Obama non soltanto ti ha dato alla testa, ma porta sfiga perché ottiene l’effetto contrario perché la verità è che no, Waltie, you can’t.
You can’t, Waltie, and this is a fucking problem. And I really don’t know what else I can do for you (fuck!) Waltie. Di che sto parlando? Ma lo sai benissimo di che sto parlando: di questo pasticciaccio brutto del professor Villari che s’ha da dimettere dalla Vigilanza Rai, tipo «questo matrimonio non s’ha da fare», hai presente Renzo and Lucy, Waltie? Ora dimmi: come hai fatto a ficcare la testa in questo cappio? Te lo dico io come, Waltie: tu hai voluto prima incassare Di Pietro suicidando il tuo partito, poi hai cercato di scassare Di Pietro e poi incassare di nuovo Di Pietro e così via sempre in controtempo: come quando uno gioca a scopone e spariglia quando non deve e il compagno gli dà un calcio sotto al tavolo, Waltie, e cerca di capirmi.
Ti sei termopilizzato (ricordi le Termopili, Waltie? Avrai il dvd a casa, spero) su Leoluca Orlando perché era dipietrista. E hai sbagliato tempo perché a Di Pietro non gliene fregava niente. Poi hai mollato Di Pietro accendendo le speranze nel tuo orto ma le hai subito spente con l’idrante riacciuffando Di Pietro. Un casino, scusa la franchezza. […]

(segue)