Hi-tech modello natura

Il nuovo numero del settimanale l’Espresso, attualmente in edicola, ospita un ricco articolo di Federico Guerrini sull’affascinante tema della Biomimetica, dal titolo Hi-tech modello natura.

Vi si fa, tra l’altro, ampia menzione del lavoro di ricerca e divulgazione svolto dal Prof. Carlo Santulli, autore del saggio Biomimetica: la lezione della Natura (Ciesse Edizioni). In qualità di curatore dell’opera non posso che ringraziare di cuore l’autore dell’articolo.

Segnalo inoltre l’intervista al prof. Santulli pubblicata oggi sul blog Il Lazzaro.

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Ecosostenibilità, design e cicli produttivi nel Terzo Millennio

È già disponibile, in ebook multiformato – a breve lo sarà anche nel tradizionale formato cartaceo – il saggio Ecosostenibilità, design e cicli produttivi nel Terzo Millennio del Prof. Carlo Santulli. L’editore è Ciesse Edizioni.

Il libro, curato da Luigi Milani, è dedicato agli importanti temi della biomimetica – cioè l’ispirazione dalla natura – del design, della sostenibilità ambientale e sociale, nonché delle problematiche legate al ciclo produttivo, dalla sua fase iniziale, la progettazione, sino al suo esito finale, spesso poco o nient’affatto sostenibile.

L’opera riserva inoltre particolare attenzione alle tematiche, di stringente attualità, delle fonti energetiche alternative e del riciclo dei prodotti di scarto delle attività produttive e della normale vita quotidiana.

L’approccio è volutamente colloquiale, nell’intento di rendere l’accesso a questi argomenti più accattivante e coinvolgente, pur nel pieno rispetto formale della correttezza terminologica e dell’attendibilità scientifica.

Rientro dei cervelli

Negli ultimi anni si fa un gran parlare di “rientro dei cervelli”, specialmente a partire dal 2001, quando (era allora ministro dell’Università e della Ricerca Ortensio Zecchino), si è promulgato il primo decreto con questo intento (D.M. del 26/1/2001 n.13), che ha permesso a circa 400 ricercatori che da almeno tre anni si trovavano fuori dall’Italia di rientrarvi. “Cervelli” non necessariamente italiani, notate bene: d’altronde, nello spirito di Maastricht, si tratta di uno scambio di ricercatori a tutti gli effetti; il fatto che pochi non italiani se ne siano avvalsi, è un dato indubbio, ma non significa che il piano fosse inteso esclusivamente a far tornare gli italiani in patria (anche se così l’informazione del nostro paese l’ha sempre presentato).
I ricercatori rientrano in Italia, dopo una selezione con pareri di esperti esteri che ne sceglie soltanto circa il 20%, con contratti fino a quattro anni, non rinnovabili nella stessa forma. Il legislatore ha voluto così, diciamocelo senza falsi pudori, per evitare che, come la Commissione Europea prescrive, il datore di lavoro abbia, passati i quattro anni di impegno continuativo, un obbligo vincolante di proporre la persona per assunzione, non necessariamente nella posizione che riveste, ma insomma in una posizione “compatibile” con quella precedente. I fondi, anche se ancora qualcuno lo nega, sono di provenienza europea, tanto è vero che sono tassati all’origine, ma senza diritto ad assegni familiari né alla tredicesima, in perfetto stile delle borse di studio e lavoro erogate dalla Commissione Europea, anche se, va detto, su livelli retributivi un po’ diversi.
Al termine dei quattro anni, il ricercatore deve scrivere un resoconto sulla propria esperienza, dando anche al Ministero dei consigli sul possibile  miglioramento del programma “rientro dei cervelli”.
Ecco, mi sono chiesto spesso che cosa ci scriverò in questo resoconto, dato che la fine dei miei quattro anni si avvicina a grandi passi. Devo dire che un po’ mi lusinga il fatto che il Ministero mi chieda un parere, ma d’altro canto mi fa un po’ l’impressione di redigere, invece che un rapporto scientifico sulle mie attività, una specie di tema delle medie, del tipo “Raccontate un viaggio che avete fatto”. Comunque, i miei consigli per il miglioramento dello schema “Rientro dei cervelli” li ho, e forse è il momento di tirarli fuori.
Segue il mio modesto cahier de doléances:
1. La legge, come tutte le leggi in questo strano paese, è molto aperta alle varie interpretazioni: il “cervello” rientrato, per esempio deve svolgere trenta ore di lezione (almeno) a semestre; di per sé non sono molte. Inoltre, in una situazione come l’attuale dell’università, avere ricercatori disponibili (anzi, tenuti) ad insegnare è un’occasione interessante. Nella pratica, le università non necessariamente sanno come utilizzare questa risorsa: la soluzione empirica adottata da molti atenei è quella del “tappabuchi” di lusso, per cui si fanno seminari, lezioni, ecc., in vari corsi, ma senza essere titolare di alcun insegnamento. So che tuttavia alcune università hanno fatto la scelta di assegnare un corso, o più, al “cervello” rientrato: non è la regola, e non è prescritto dalla legge, in ogni modo.
2. Il “cervello” è aggregato ad un progetto di ricerca: tuttavia, non si chiede al dipartimento nessun tipo di garanzia sulla disponibilità (e specialmente sull’accessibilità) di laboratori, strutture, ecc., l’unica richiesta è quella di contribuire almeno per il 10% al finanziamento del progetto. Logico nella situazione italiana, si dirà: però, dato che si spendono dei soldi, varrebbe la pena di allentare un po’ di più i cordoni della borsa e fornire qualche fondo di ricerca in più, tale da poter magari comprare qualche apparecchiatura, o attrezzare meglio qualche laboratorio.
3. Corollario del precedente: in realtà il “cervello” non ha di suo nessun fondo di ricerca, e deve sempre e comunque far riferimento al docente “ospitante” per qualunque, anche piccolo, ordine d’acquisto. Questo va benissimo per un dottorando: nel mio caso, vi dirò, ad una ventina d’anni dalla mia tesi di laurea e dall’inizio della mia esperienza di ricerca, è un vincolo, magari piccolo, ma senz’altro un vincolo. Anche perché si parla tantissimo di ricercatori che vengano dall’estero a portare la loro esperienza, ma in realtà il Ministero li vede soltanto impegnati nel portare avanti un progetto di ricerca già strutturato dal docente ospitante (quindi con scarsa autonomia, alla fin fine: è chiaro che, come nel mio caso, ha le proprie idee le porta avanti nonostante tutto, ma si pone, facendo ciò, in una situazione non contemplata dallo schema di “rientro”).
4. Creare un’altra figura giuridica (il “cervello”) tra le miriadi (assegnisti, contrattisti, collaboratori esterni, fantasmi, ecc. ecc.) di soggetti precari nell’ambito universitario italiano non fa altro che peggiorare la situazione già caotica dell’amministrazione dei vari dipartimenti. Ho visto per esperienza che il “cervello rientrato” non si sa bene cosa sia (professore? ricercatore? libero professionista?) ed è visto con preoccupazione nelle segreterie e nelle presidenze, anche perché non è chiaro se abbia dei diritti, quali siano i suoi doveri, ecc.
5. Il più grave, per conto mio: non c’è nessun tipo di valutazione dell’operato del cosiddetto “cervello rientrato”, che in pratica non deve rispondere di quel che fa a nessuno (tranne appunto per questo breve “commento” finale all’esperienza). Questo, lungi dall’incoraggiare deliri di onnipotenza nei “cervelli”, manifesta un’idea del legislatore: che il ricercatore venuto dall’estero non possa/debba comunque integrarsi nel sistema, a meno che all’estero, come precisato da sentenza della Conferenza dei Rettori, non godesse dello stesso “status”, però a tempo indeterminato (ci si chiederebbe, a questo punto, perché uno dovrebbe tornare per non avanzare in carriera, anzi forse per retrocedere).
Nonostante quindi, come vedete da questi cinque punti sopra elencati, la legge sia stata fatta con tutta l’intenzione di non funzionare, ci sia stato anzi, posso suggerire, un profondo studio a questo scopo, siccome noi italiani siamo (diciamolo) geniali, la situazione non è in fondo così tragica. La più parte dei “cervelli” rientrati fanno ricerca con continuità (anch’io mi sono trovato, devo dire, bene, alla fin fine: se ci si dà da fare, si lavora anche bene in Italia), alcuni addirittura hanno trovato modo di vincere dei concorsi (negli anni scorsi, quando c’erano) e così stabilizzarsi. Ma non datene merito al ministero (chiunque ne sia/fosse il titolare): là avevano soltanto dei soldi europei da spendere, ecco tutto: non erano molti (pochi milioni di euro all’anno), ma andavano spesi.

Writers

Graffiti a Roma, Largo Maccagno

Graffiti a Roma, Largo Maccagno

di Carlo Santulli

Senza voler scendere in politica, ma parlandone, noi abbiamo un governo che basa la propria sopravvivenza in vita, logicamente, su un certo consenso degli elettori (siamo in democrazia…): una delle categorie più frequentemente usate dal presidente del Consiglio per dimostrare la vitalità della sua compagine e direi quasi la necessità della propria permanenza al potere è quella dell’ottimismo. Quest’utilizzo “politico” dell’ottimismo, che è in fondo un elemento personale del carattere di ognuno di noi (e dipende anche un po’ dall’ambiente in cui si cresce e dalle proprie vicende personali), non è nuovo: già Bettino Craxi negli anni ’80 si richiamava al cosiddetto “ottimismo della volontà”. Però è sintomatico che lo si faccia ancora, e che in fondo l’ottimismo riscuota successo, almeno elettorale.

È chiaro che l’ottimismo è una forzatura (ma anche il pessimismo lo è), perché il mondo ha una propria fisionomia, nel bene o nel male, che non è in bianco e nero, ma invece un’indefinita sfumatura e fusione di colori tutti diversi tra loro (un informatico parlerebbe di un mondo RGB…). È lo sguardo proiettato sulla realtà a non essere mai obiettivo, sicché le tinte vengono distorte, modificate e così via. Applichiamo dei filtri, in parole povere.

Venendo all’oggetto di quel che voglio dire, negli ultimi due decenni circa in Italia, un paese che ha avuto sempre una notevole tradizione di graffiti (dai tempi degli antichi Romani, ma chissà, forse anche prima) è arrivata, naturalmente dall’America, la moda del writing, in pratica l’idea di dipingere muri (che per concetto sono brutti, altra cosa sulla quale ci sarebbe parecchio da discutere: conosco pareti che sono sommesse opere di poesia) o mezzi di trasporto (il che incide su una per conto mio tragica realtà italiana, in cui l’unico mezzo di trasporto amato è spesso la propria auto, col risultato che figuriamoci se si può essere attenti al decoro di qualcosa che è, come da nome originario, “omnibus”, cioè per tutti). La quantità di pittura sparsa sul muro o altrove può essere diversa, si passa da semplici “tag” a dipinti anche complessi e di qualche pretesa, la qualità è logicamente anch’essa molto variabile.

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Salerno, 6 giugno 2009: presentazione del libro “Ghigo e gli altri”

Il 06 Giugno 2009, alle ore 17:00

presso il Teatro Del Giullare

Via Michele Vernieri, 2

Salerno

Presentazione del libro
GHIGO E GLI ALTRI
di Carlo Santulli

Lettura di brani tratti dall’opera, con l´attore della Compagnia del Giullare, Andrea Bloise.
Sarà presente l´autore.
Introdurrà il libro Valeria Francese

Carlo Santulli, scrittore, critico, professore associato a contratto presso la facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza di Roma e collaboratore storico della rivista letteraria Progetto Babele, ha dato alle stampe la sua prima raccolta, Ghigo e gli altri, che contiene nove racconti e un romanzo breve. Le storie sono colorate da un accento realistico, ma solo se per realista non intendiamo dire mimetico, referenziale, atto di corrispondenza univoca fra le parole e le cose.

Altre info sul libro.

Per informazioni: Carlo Santulli.

22 maggio 2009: Progetto Babele a Venezia

Il 22 maggio 2009,

a Venezia
dalle 17:00 alle 19:00
presso la Galleria A+A http://www.aplusa.it
del Centro espositivo Sloveno

Progetto Babele
a Venezia

Saranno presenti:
Cinzia Sgambaro (traduttrice e scrittrice),
Carlo Santulli (scrittore) e
Marco R. Capelli (fondatore di Progetto Babele).

Verranno presentati:
Ghigo e gli altri di Carlo Santulli (Edizioni Simple)
Per colpa del Dottor Moreau di Fernando Sorrentino
Da D´Annunzio a Pirandello di Mario Puccini,
storia di un libro ritrovato, a cura di M.R.Capelli e C.Santulli

Ospiti:
Emiliano Grisostolo, scrittore friulano,
che presenterà il suo ultimo romanzo:
Il castello incantato (Editrice Zona 2008)

Accompagnamento musicale
a cura di Fabrizio Milone e Luisa Lo Prieno

Letture di Lorena Zivelonghi e Elvira Naccari

La Galleria A+A è una sede espositiva no-profit, un centro espositivo per la promozione dell’arte slovena contemporanea ed internazionale, finanziata dal Ministero della Cultura sloveno. La prima sede della Galleria è stata Madrid, quando aprì i battenti dieci anni fa, in uno spazio abilmente restaurato dall’architetto Boris Podrecca. Dopo un lustro di frenetica attività, coordinata da Lidija Sircelj, la galleria si è trasferita a Venezia dove oltre ad ospitare mostre temporanee è anche la sede del padiglione sloveno alle varie Biennali.
La galleria è attualmente diretta da Aurora Fonda. Nell’ambito del programma espositivo si cerca di instaurare una rete di contatti con istituzioni cittadine e straniere allo scopo di organizzare tavole rotonde, performance, video proiezioni che offrano una panoramica delle espressioni artistiche di oggi, diventando un punto di incontro e di scambio fondamentale per la conoscenza del presente.

COME ARRIVARE
CONTATTI: Centro Espositivo Sloveno San Marco 3073 – Venezia 30124
Tel/Fax ++39 041 2770466