Motori, manovelle e inerzia mentale

di Carlo Santulli

Una domenica mattina di giugno, davanti a casa: poco traffico, ma due auto ferme col motore acceso, per decine di minuti: aspettavano qualcuno, che tardava, che finalmente è arrivato, ma molto tempo dopo: prima-seconda, e via verso nuove fantastiche avventure.

Non si sosta col motore acceso (in divieto di fermata, poi…), i regolamenti comunali lo vietano ormai da qualche anno: non è soltanto una questione di buona educazione, si innalza anche inutilmente il livello delle emissioni nell’aria, si spreca carburante (anche se con mia moglie ad un certo punto speravamo che finissero la benzina). Scendere e dirglielo? Può essere un’idea, in fondo abitiamo al primo piano, perché no? In altre occasioni, l’abbiamo anche fatto, dato che abitiamo sulla circonvallazione, e non è la prima volta che ci capita.

Ma sappiamo per esperienza che le persone al volante spesso ti guardano come fossi matto, avessi chiesto qualcosa di offensivo, o semplicemente giurano e spergiurano che ripartiranno (a seconda del livello di aggressività, suppongo) e spesso non lo fanno: episodi così sono, ancora, all’ordine del giorno. Pochi, pochissimi, vi assicuro, spengono il motore. Quindi è necessario, credo, un ulteriore livello di approfondimento: perché non lo fanno?

Sono arrivato alla conclusione che è un problema atavico: quando le auto, fino a circa il 1925 o poco dopo, funzionavano a manovella, se il motore si spegneva, bisognava scendere, magari sotto la neve (vabbé che lo faceva lo chauffeur, che non a caso significa non quello che guida, ma quello che scalda: va da sé, il motore). L’accensione a manovella veniva fornita da produttori, come la Citroën per la sua 2CV, anche molto più in là, fino a circa gli anni ’60, credo, ma insomma col tempo le auto hanno assunto un sistema di accensione più affidabile e, se l’avvolgimento della bobina è correttamente in tensione, la batteria non è scarica, ecc., grazie al Cielo, anche se il motore si spegne, si riaccende subito (poi, diciamocelo, siamo a giugno e non fa certamente freddo).

Tuttavia, pensandoci bene, il problema non è limitato alle auto lasciate inutilmente a motore acceso: c’è francamente qualcosa di più profondo, ed è la nostra inerzia mentale. E’ di questi giorni la notizia che il nostro Governo ha chiesto un altro anno di proroga prima di mettere fuori mercato le buste di plastica non biodegradabile (in pratica di polietilene), a favore dei sacchetti biodegradabili a base di amido e/o delle borse pluriuso in fibra naturale (ne ho a casa un paio in tela di canapa che aspettano solo di servire alla nostra spesa).

Ecco, e finché non ci sarà la coercizione, cioè le buste di plastica come le conosciamo spariranno, ben pochi si muoveranno: per inerzia mentale, appunto. Non sono solito essere pessimista, ma credo tale comportamento faccia parte della natura umana, ci sono tante cose che si fanno ancora (e anzi sembra “strano” fare altrimenti), ma nessuno ricorda più perché, quello dell’auto a motore sempre acceso per via dell’eredità dell’ignizione a manovella è solo un esempio, ma mi fa pensare che l’unico modo per far cessare queste curiose usanze locali sia la costante presenza di un vigile con un simpatico blocchetto in mano.

Roma: Scioperi, cortei e tabù

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di Carlo Santulli

Uno dei tabù della Sinistra, che fa sì che, credo (ed in un certo senso temo, perché anch’io ho origini da quelle parti politiche), resterà alla, diciamo così, Opposizione (non che ci sia nessuno che si opponga davvero) fino al 2200, è il cosiddetto fascicolo “scioperi e cortei”. Sull’intestazione del suddetto fascicolo c’è scritto che gli scioperi sono sempre una cosa buona e giusta, e così i cortei, e guai a dire il contrario.
Corollario della precedente affermazione è che gli scioperi ed i cortei vanno sempre e comunque a danneggiare i “signori”, cioè quelli che non lavorano e che prendono i mezzi pubblici per farsi un giro della città indisturbati a scattare foto, senza mischiarsi col resto del mondo. E che chi non vede la giustezza e l’utilità di scioperi e cortei, è perché ha una scarsa coscienza politica, cioè in buona sostanza si disinteressa delle sorti del popolo lavoratore, e solo si cura del proprio “particulare”, come dalle parole del Guicciardini.
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