1969. L’anno della controcultura: parole, musica e immagini

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Se c’è un giornalista preparato sulle vicende e le tendenze artistiche, soprattutto musicali, che hanno caratterizzato gli anni ’60 e ’70, ebbene questi è senz’altro il vulcanico Ernesto Assante.

La mostra da lui curata all’Auditorium di Roma rievoca con leggerezza ma anche grande acume e agilità gli anni della controcultura e della rivoluzione giovanile. Si parte dalla celeberrima Beat Generation degli anni ’50 di Jack Kerouak fino agli eventi epocali, appunto, del 1969 (l’allunaggio, il concerto-fiume di Woodstock, la terribile strage di Bel Air, il canto del cigno dei “Fab Four” Beatles…).

Si possono ammirare, attinti dalle collezioni del buon Ernesto, libri, giornali, poster, dischi, biglietti di concerti, memorabilia e foto d’epoca dell’archivio di Getty Images. Non si può non rimpiangere la creatività scatenata di quegli anni, quando ogni poster promozionale, locandina di concerto e copertina di disco costituiva un unicum di rara bellezza.

La mostra è aperta sino a lunedì 6 gennaio, quindi se avete la possibilità di visitarla affrettatevi: ne vale la pena, credetemi.

Ringo Starr: What’s my name

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Può un artista alla soglia degli ottant’anni – in questo caso un musicista tra i più famosi di sempre – mantenere intatti la propria carica creativa e l’entusiasmo di vivere come ha sempre fatto sin qui?

Se si tratta di Ringo Starr, mitico batterista dei Beatles, la risposta è scontata e non può che essere affermativa. Basta ascoltare le prime note del suo nuovo album, What’s My Name, per rendersene conto: musica suonata con gusto, allegria e intensità.

Oltretutto, sia la voce che la batteria del Nostro non mostrano segno alcuno di stanchezza, ed è un vero piacere riascoltare la ritmica precisa e implacabile di Ringo, supporto imprescindibile per le melodie ma anche per i brani più rock dei Fab Four.

Il sound non è affatto vintage o datato: pop rock di alto livello suonato con personaggi del calibro di Joe Walsh, Steve Lukather e… Paul McCarney! Esatto, avete letto bene: l’altro Beatle superstite suona il basso in un brano inedito di John Lennon, Grow old with me, e il risultato è pura magia.

The Doors: The Soft Parade

DoorsDi recente è uscita la nuova edizione, quella del cinquantennale, dell’album The Soft Parade dei Doors.

Il disco, il quarto prodotto dal mitico gruppo, uscito nel luglio del 1969, nonostante abbia riscosso all’epoca un buon successo – conteneva tra l’altro la celebre hit Touch Me – non è annoverato tra i più riusciti della band.

Né del resto, come sapete, nutro anch’io grande simpatia per questo genere di operazioni: la continua ripubblicazione, col pretesto delle successive rimasterizzazioni, di dischi vecchi.

Eppure stavolta l’operazione non è priva d’interesse: oltre a un nuovo missaggio che evidenzia la voce del grande Jim Morrison, è possibile ascoltare i brani nella versione “Doors only”, ossia privati dei bizzarri arrangiamenti per archi e ottone (!) che conferivano un’aria un po’ surreale al disco.

Per toccare con mano, ascoltate ad esempio proprio la nuova versione di Touch me. Rispetto a quella che abbiamo ascoltato per anni è davvero tutta un’altra cosa: al posto dei fiati e degli archi, francamente un po’ pacchiani, risuonano le tastiere cesellanti di Ray Manzarek e un nuovo assolo del chitarrista Robby Krieger. Il risultato finale è che finalmente si riascoltano i “veri” Doors!

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Un’analoga operazione, forse lo ricorderete, fu compiuta anni fa da “Sir” Paul McCartney quando si occupò della pubblicazione dello storico album Let it Be, scarnificato all’originaria purezza sonora, senza gli arrangiamenti, a volte ridondanti del pur geniale Phil Spector. Il risultato fu Let it be… Naked, che  in quel caso aggiunse in effetti molto all’opera originale.

Si può discutere sulla necessità e sulla correttezza di fondo di tali operazioni, ma almeno in questi due casi le ritengo valide. Oltretutto, la mia passione per il Re Lucertola è tale da non consentirmi di ignorare le notizie che lo riguardano…

50 anni fa, i Beatles live sul tetto

 

Cinquant’anni fa esatti, il 30 gennaio 1969, la mitica band dei Beatles, special guest il grande tastierista Billy Preston, improvvisò un breve, indimenticabile concerto sul tetto dell’edificio che ospitava gli uffici della Apple Corps (da non confondere con la Apple di Steve Jobs, ancora di là da venire), al n° 3 di Savile Row.

I quattro baronetti non si esibivano dal vivo da diversi anni e l’evento dunque, ancorché inatteso, si rivelò ancora più memorabile anche per questo motivo. Non solo: secondo alcuni, l’esibizione sarebbe stata fortemente voluta dai Fab Four per sfatare una volta per tutte l’assurda leggenda metropolitana della morte di Paul McCartney. Ma si sa, le rockstar non muoiono mai davvero (lo so bene, per aver inopinatamente dedicato più di un libro all’affascinante argomento)…

Nel corso degli anni poi diversi altri artisti hanno imitato il gesto, primi tra tutti gli U2 nel marzo del 1987, ma con ben altri risultati, lasciatemelo dire.

 

The Beatles at The Hollywood Bowl

Nel lontano 1977, da Beatlemaniaco di stretta osservanza (lo sono tuttora) acquistai l’LP The Beatles at the Hollywood Bowl. L’uscita del disco, ben orchestrata dalla stampa specializzata – Internet era ancora di là da venire – rappresentò un vero e proprio evento nella storia della discografia “postuma” dei Beatles, dal momento che si trattava del primo album dal vivo ufficiale (bootleg a parte, ovviamente) dei mitici Fab Four.

Ma quel disco era importante più per la sua rilevanza storica, come documento sonoro di un periodo irripetibile, che non per la sua reale qualità: le registrazioni originali avevano catturato solo in parte le voci e la musica dei 4 ragazzi di Liverpool. A farla da padrone era più che altro il chiasso colossale generato dalla folla in delirio.

Pochi mesi fa, in occasione della presentazione di The Beatles: Eight days a week – The touring years, lo splendido docu-film di Ron Howard, l’album è stato ripubblicato in una nuova versione arricchita anche da alcuni brani prima assenti.

Al di là del marketing, questa nuova edizione rende finalmente giustizia a quei concerti: il CD oggi vanta infatti un suono di buona qualità, lontanissimo da quello pressochè inascoltabile dell’originale disco in vinile.

E ne emerge anche con grande chiarezza il formidabile impatto sonoro della band: soprattutto l’accoppiata basso-batteria sorprende per potenza e precisione. E teniamo presente che sono ancora i Beatles del periodo pre psichedelico, prima di Revolver e di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band per intenderci…

Per approfondire

Musica e parole

The-Beatles-On-Apple Rooftop

Tema complesso e affascinante, quello del rapporto tra parola scritta e musica. Se ne parla in questa intervista apparsa oggi su Booskblog.

Un breve estratto:

Credo che la musica viva da sempre una relazione intensa con il mondo della parola, in un gioco di rimandi che risulta molto evidente nell’opera, nel teatro antico, via via fino alla tragedia classica. Non è un caso, del resto, che la commedia dell’arte contemplasse momenti musicali, nella forma di vere e proprie canzoni. Il legame tra musica e parole è stato dunque sempre saldo, e del resto anche la classica iconografia rock presenta numerosi elementi di epicità e lirismo che mi pare possano ben sposarsi con un certo tipo di narrazione, più marcatamente letteraria. Le suggestioni del resto sono molte, e pur non volendo anticipare troppo del libro, è certamente presente il tema dell’eroe romantico di matrice byroniana: l’artista che, per amore della propria arte, consuma se stesso fino a lasciarsi morire., apparsa oggi su Booksblog.